Gino & Michele.
.
NEPPURE UN RIGO IN CRONACA.
.
2009. Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano.
Collana: Universale Economica.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Ai nostri figli, che non giocano con i tollini.
...
.
...
Non vi  nulla di cos irreale che non possa dirsi verosimile. Non vi  verosimiglianza che non sappia lambire la verit.
Paolo Ciampin.
...
.
...
Persone nomi fatti luoghi citt nazioni epoche agenti segreti partiti politici fidanzate numeri di telefono di questo romanzo sono totalmente frutto di fantasia.
...
.
...
 Ore 10.56: 27 febbraio 1958
 Volante 11

 Su segnalazione della Centrale questa autopattuglia si  recata in piazza Velasca all'altezza del civico 1 dove sorge la Torre suddetta. Giunti in loco abbiamo trovato ad attenderci il custode dello stabile Galbiati Piero Ernesto nato a Cernusco sul Naviglio (Mi) il 25.2.1923 di professione come sopra e Quartirolo dottor Luigi nato a Gallarate il 7.7.1927 di professione sedicente segretario particolare dell'onorevole Minetti Spini Federico. Sedicente in quanto sulla sua carta d'identit espressamente richiestagli sotto professione figurava che di professione era procuratore legale. Il sopra rubricato Quartirolo Luigi che appariva in evidente stato di concitazione inveiva contro il custode asserendo che nulla il Galbiati fece per impedire lo scasso ai danni dell'appartamento sito al diciannovesimo piano della Torre e di propriet della moglie dell'onorevole Minetti Spini, signora Giuseppina. Riportata la calma nel Quartirolo Luigi siamo entrati nell'appartamento della coniugata Minetti Spini riscontrandolo completamente vuoto. Alla domanda come avessero fatto i ladri a trasferire mobilia per diciannove piani l'alterato Quartirolo replicava che l'appartamento era vuoto gi da prima, quella che era piena era la cassaforte. La cassaforte, incassata nel muro, appariva effettivamente spalancata ma a una accurata osservazione non mostrava traccia apparente di scasso n per fiamma ossidrica, n per piede di porco, n per altro oggetto effrattivo. Richiesto cosa conteneva la cassaforte il Quartirolo arrossiva manifestamente e pronunciava frasi sconnesse e era poi interrotto dallo squillo del telefono posto sul pavimento. Acquattatosi per rispondere il Quartirolo dopo un attimo di silenzio pronunciava con la voce strozzata testuali parole: Onorevole qui  sparito tutto e si accasciava al suolo privo di sensi. Falliti i tentativi di rianimarlo si richiedeva l'intervento di un'autolettiga della Croce Blu che giungeva in minuti tre e trasportava l'incosciente Quartirolo al Pronto Soccorso del Policlinico. Tanto si riferisce per il pi da praticarsi.
 

 1

 7 settembre 1957

 Il camion

 Quel mattino al Bar dei Magutt si ferm un camion nuovo, mai visto. A ben pensarci doveva aver posteggiato con una certa solennit, perch nonostante la partita ce ne accorgemmo subito. Piantammo l la "palla che vola" e corremmo a vedere.
 Il Bar dei Magutt era il luogo della Piazza giudicato infrequentabile, quello che quando le nostre mamme ci passavano davanti tiravano gi impercettibilmente la gonna, quello che le nostre sorelle dovevano decisamente evitare: facevano il giro largo dall'altra parte del marciapiede, pur di scansare i tavolini fuori da dove immancabili sarebbero fioccati i sifoli e i commenti. Niente a che vedere con il Bar Tabacchi di fronte, quello s. Quello, c'era gente abbastanza per bene. Il Bar dei Magutt, c'era gente abbastanza per male, altrimenti che Bar dei Magutt sarebbe stato? Magutt in milanese vorrebbe dire muratore. I magutt del Bar dei Magutt non facevano i muratori. La gente lo sapeva benissimo, ma lo chiamava cos lo stesso. Non facevano niente, pi che altro. Stavano al bar. Aspettavano le sei per fischiare alle gambe delle cameriere che andavano a prendere il pullman per tornare a casa. Anzi, la corriera. Pullman era una parola grossa per quei trabiccoli blu ansimanti che ci impiegavano due ore dalla via accanto alla Piazza fino a Zelo Buon Persico. Quindici chilometri tutti dritti. I magutt tiravano gi la serranda e giocavano a poker, la sera. Una volta l'avevano pure chiuso con i vigili e la polizia, il bar, nessuno ha mai saputo perch. Il camion s'era fermato davanti. Piantammo l la "palla che vola".
 Tutti noi bambini sapevamo che c'erano soltanto due tipi di palla, quando si faceva la partita a porticine: "questa no, questa vola" e "questa no, questa pesa". Non c'era mai la palla giusta, la palla "questa s", perch erano i primi palloni di plastica, le aziende che li producevano dovevano ancora prendere le misure e noi facevamo da cavie. Milioni di bambini degli anni cinquanta immolati per far felici le future generazioni. Cos, a ogni inizio di partita si decideva quale scegliere, la leggera o la pesante. I pi optavano per "questa no, questa vola", che dopo lunghe prove con l'altra, a base di lividoni sulle cosce e di dita dei portieri incassate, era stata giudicata alla quasi unanimit come il minore dei mali.
 Che cos'era "porticine" non lo dovremmo neppure spiegare, tanto lo sanno tutti e chi non lo sapesse  perch era una delle tante baggiane (s, insomma, i cuccioli delle tosanne) che passavano il tempo a giocare alle belle statuine, a tighelt, a cippa el tram balrda. O  perch non  mai stato piccolo. O non  mai stato in Piazza, il che  ancora peggio.
 Due panchine, disposte specularmente, erano le porte. Le loro gambe erano alte pochi centimetri pi del pallone. Quattro contro quattro e via, bisognava segnare facendo passare la palla sotto il legno della panchina. Ogni tre corner un rigore, come da regolamento Fifa. Le "porticine" erano questo.
 Quella volta l eravamo tre a tre con il pallone "questo no, questo vola", quindi risultato omologabile. Arriv il camion.
 Era un camion tutto verde, di quelli fatti per trasportare le bibite. Da qualche anno ne era comparso in giro qualcuno simile, ma rosso, quello della Coca-Cola. Questo invece era verde e aveva dei grandi 7 scritti lungo la fiancata. Un 7, un pallino rosso e una Up. Il camion della Sevenp, avremmo detto a distanza di tempo. Ma per anni quel camion per tutti noi signific la comparsa ufficiale della Setp (o della Zup, per le poche bestie che si imbrogliavano tra il 7 e la Z), la bibita pi buona del mondo, soprattutto se la bevevi con la stringa di liquirizia al posto della cannuccia. Una banalissima gazzosa americana, insomma.
 Ci avvicinammo estasiati come ci si avvicinerebbe a un disco volante. Scese un omino verde, un marziano. Aveva una tuta pisello, sulla schiena lo stesso 7. Parlava come la donna di servizio di Marchino, che lui diceva essere una montanara. Delle parti di Bergamo, che per chi di noi non ci era ancora inciampato in vacanza, era come dire Berlino. Un marziano della Val Taleggio, per capirci. L'omino ci guard poco. Noi lo guardammo molto, mentre scaricava le bibite, un'eternit. Ripart con l'astronave felice come una pasqua, forse gli avevano offerto da bere. Altro che Sevenp, quello del suo calice era un liquido rosso scuro che non avevamo il permesso neppure di annusare. Un milano-torino, Punt & Mes e Campari, roba tosta, per netturbini d'inverno e autisti d'estate. Era allegro, l'omino verde, ma cos allegro che prima di andar via buttando dentro una prima, grattata e tirata fino alla curva, ci scaric una cassetta. Diede a ognuno la sua Setp, gratis-omaggio-etamoredi. Le nostre bibite le aprimmo di l a poco, rigorosamente con i denti. Fu l'unico regalo, a ricordo di bambino, mai concesso dai Giardinetti.
 Marchino era figlio di un ammiraglio e di una donna medico, che allora non era come dirlo. Lui aveva tutto e ancor pi di tutto perch, quello che non aveva, bausciava di averlo. Andava in piscina, viaggiava, giocava a tennis, faceva judo, sapeva l'inglese. O almeno diceva cos. E poich le altre cose avevamo avuto modo di verificarle a nostro danno e l'unica che ci avanzava era l'inglese, quando sorseggiando la bottiglietta disse: "Io questa l'ho gi bevuta in America, si chiama Sevenp", non gli credemmo neanche a pagarci. Per noi rest Setp, che tra l'altro a nostro modesto parere c'entrava molto di pi con la sete. E poi, il figlio di un ammiraglio, dai! A parte che non sapevamo esattamente cosa volesse dire, suo padre non c'era mai o, quelle poche volte che lo vedevamo, compariva con uno strano berretto bianco da capo dei vigili, quelli che ci portavano via la palla quando giocavamo nelle aiuole.
 Il padre di Stani, Claudio, che non era mica un pirla e era uno che scriveva sui giornali, un giorno ci disse che gli ammiragli sono pi importanti dei capitani delle navi. Secondo noi pi del capitano della nave c'era solo la nave, e poi uno che lavora nel mare, come fa a abitare a Milano? Dai...
 Setp, altro che, alla faccia dell'ammiraglio.
 Non sappiamo il motivo per cui abbiamo parlato di quel camion, dato che la nostra storia racconta di bande, tollini, grattacieli e servizi segreti. Forse  perch l'arrivo del camion resta tra i ricordi speciali della nostra infanzia. Magari  stato un pretesto per chiarire una volta per tutte la questione di "porticine". Ma la nostra Piazza, quella vera, inizia nel settembre del '57, anno in cui Gastone Nencini (classe 1930, di Barberino di Mugello) si aggiudic il Giro d'Italia con la bicicletta. Ma anche il Giro con i tollini.
 Silvio

 A giocare a tollini, che poi sono i tappi a corona delle bibite, non ci insegn Silvio Diotallevi. Per ci diede una bella botta di entusiasmo, quello s.
 Silvio di lavoro faceva il maestro elementare. Diceva proprio cos: "Io di lavoro faccio il maestro", come se fosse il caso di ribadire che di hobby non si trattava. Era un maestro anomalo, o almeno cos lo giudicavano nel quartiere. Si faceva dare del tu da tutti, anche dai bambini. E poi era meridionale di Napoli, cosa ancora abbastanza inusuale in quegli anni a Milano. Abitava da solo nelle case di ringhiera del Corso e portava sempre la stessa giacca, in estate e in inverno: uno spigatino grigio di lanetta. "Calda d'inverno, fresca d'estate," anticipava. Ma a giudicare dalle sue reazioni fisiche - delle mezze polmoniti una via l'altra che lo annientavano da ottobre a marzo e delle totali imperlate che ostentava, fronte ascelle petto schiena, da aprile a settembre - si sarebbe detto il contrario.
 La gente del quartiere non sapeva se amarlo oppure no. Da un lato giocava a suo favore il ruolo ufficiale di educatore che Silvio sapeva mettere sul piatto. Si inebriava, quando entrava al Bar Tabacchi, a sentirsi dire: "Buongiorno, signor Maestro" (negli anni cinquanta Maestro aveva la maiuscola anche nella pronuncia). Gli piaceva e, di rimando: "Buongiorno a tutti. Ma perch, benedetta gente, non facciamo come gli americani che si danno pi semplicemente del tu?". Cos aveva ottenuto in un sol colpo il doppio risultato: la lusinga e lo scherno. E poi era un uomo sufficientemente colto e preparato su ogni argomento, manteneva una famiglia a Napoli - padre, madre e sei fratelli - concedendosi pochissimi svaghi, non era mai stato visto con una donna se non la volta in cui una cugina era venuta a trovarlo da Torino, ma onestamente ci volle un po' per capire che di donna a tutti gli effetti si trattava. Silvio infine era, a detta di molte, "tanto bruttino" ma di una bruttezza che fa simpatia. E era cattolico. Cattolico: proprio questo, che ci pareva una contraddizione, insospettiva. Perch il signor Maestro Silvio Diotallevi era un cattolico strano, si-gniri, come diceva la portinaia del 6. La quale lo aveva addirittura visto una volta discutere animatamente col parroco - brav'uomo, nonostante si chiacchierasse che fosse un po' troppo gentile, e in effetti era per lo meno curioso che alla benedizione sventolasse le braccia come la Wandissima - di non so che cosa. Le era sembrato di capire della messa, che non doveva essere in latino ma in italiano o qualche stramberia del genere. Figurarsi se poteva succedere una cosa assurda di tale portata. Perso il latino, perso il mistero e quindi la magia di non capire le formule: il ragionamento filava eccome.
 In realt era proprio cos: il signor Maestro era un cattolico sui generis, terzomondista, oggi sarebbe un cooperatore, sospettoso di certe gerarchie ecclesiastiche e fervente oppositore della palude democristiana; avanti secoli, rispetto alla mentalit comune.
 Un anomalo. Alla gente non andava proprio gi che quell'omino un po' sgraziato ma apparentemente tanto per bene tutte le mattine andasse all'edicola e oltre al canonico "Corriere della Sera", acquistasse contemporaneamente "L'Italia", giornale delle Curie, e "l'Unit". Non andava proprio gi che rovinasse tutto mettendosi fuori dagli schemi.
 A questo punto bisogna spiegare cosa c'entra un maestro elementare con Gastone Nencini e soprattutto cosa c'entriamo e chi siamo noi. E poich per raccontare la prima cosa bisogna accennare alla seconda, diciamo subito che adesso noi non abitiamo pi in zona, siamo due tranquilli - qualcuno dice "distinti" - signori appena oltre i cinquanta - qualcuno dice "giovanili" - e ci vediamo di rado. Ma sempre per parlare della stessa cosa e cio di quel che successe nei sei mesi a cavallo tra il 1957 e il 1958.
 Di quel che ci successe, sarebbe meglio dire, perch di quegli accadimenti, anche se non fummo diretti protagonisti, restammo e resteremo testimoni per sempre. Eravamo bambini, ci stavamo godendo gli ultimi caldi di quell'estate milanese. Allora eravamo molto amici, ci consideravano inseparabili. Figli della piccola borghesia del quartiere, avevamo adottato come esclusivo luogo di ritrovo la Piazza. Essendo le case delle nostre famiglie tutt'intorno, in qualche modo era garantito un controllo su tutto ci che accadeva ai Giardinetti. E poi c'era sempre la mamma di qualcuno, una portinaia, il gelataio Lopane, Gilberto e Loredana, i tabaccai, che potevano riferire. Insomma, di tutti noi, alla comunit adulta non sfuggiva nulla. E a volte erano botte, quando si tornava a casa.
 Quell'anno Silvio aveva bisogno di soldi. Ormai quattro dei suoi fratelli andavano alle scuole superiori e soltanto uno aveva evitato le spese degli studi facendosi spedire in seminario. Per noi, quando il Maestro Diotallevi aveva bisogno di arrotondare lo stipendio della scuola, potevano essere gioie oppure dolori. Se si metteva in testa di dare ripetizioni era finita per tutti, perch applicava - oggi si direbbe - "prezzi politici" e per cos poco denaro i nostri genitori ci mandavano da lui anche se non ne avevamo troppo bisogno. Era la legge del "comunque male non fa", la stessa dell'olio di fegato di merluzzo. Quando eravamo piccoli pensavamo che i merluzzi avessero il fegato di una balena, tanto ce ne toccava. Se  per questo pensavamo anche che i piedi di porco fossero davvero di porco e che la chiave inglese si chiamasse cos perch a Londra le porte le aprivano in quel modo, un bullone e via. Che piazza Duomo l'avessero dedicata al signore che l'aveva inventata, un uomo: piazza d'Uomo. All'inizio credevamo che il Maestro Diotallevi sapesse addirittura a memoria tutte le parole del vocabolario, tanto faceva in fretta a trovarle. E soprattutto che rappresentasse la massima disgrazia per un bambino in et scolare, con quelle sue ore di recupero "tabelline-dettatocartina muta". Questo qualche volta.
 Perch qualche altra volta, forse preso a piet, Silvio si buttava sul ludico. Decideva cio di mettere a disposizione del quartiere quella che era giudicata da tutti la sua dote forse pi interessante: un misto di senso dell'organizzazione e di creativit che oggi in modo riduttivo potremmo chiamare animazione e che allora per noi era una pacchia. Silvio era decisamente un boyscout anche se non lo era mai stato. Era boyscout dentro. Cos si metteva a organizzare gite, tornei, corse campestri fuori porta, Giri d'Italia, Olimpiadi, cacce al tesoro. Serie di iniziative a cui si poteva partecipare aderendo con una piccola quota d'iscrizione. Apparentemente le attivit del Maestro Diotallevi erano dirette ai bambini, ma tanta e tale era la competitivit dei padri e a volte delle madri che diventavano delle vere e proprie feste popolari.
 Quella volta l Silvio aveva appunto organizzato una gara di tollini, anzi La Gara, perch si trattava niente meno che del Giro d'Italia. Quota d'iscrizione 300 lire a tappo, che per venti, fanno 6000 lire, pi un bel 300 lire di punzonatura a tollino, ma questo lo racconteremo dopo avere spiegato di Maria.
 Maria/Mad

 Eravamo innamorati della stessa bambina. Non ce lo confessammo mai, allora. Ognuno di noi tre lo sapeva benissimo. Non l'abbiamo pi vista, o forse s, importa poco. La dimensione di molte donne sta nel ricordo. Chiss se  davvero cos. Comunque sia, lei si chiamava Maria, Maria Dolores, anche se per noi tutti della Piazza era "Mad". Peccato, perch Maria  un nome antico. Mad  soltanto la brutta imitazione di un cognome sardo. Mad non era una baggiana qualsiasi, era una donna, anche se allora aveva forse sette anni. Era la figlia del giornalaio che aveva l'edicola in Piazza e qualche volta aveva "Topolino" un giorno prima dell'uscita ufficiale. Ci piaceva moltissimo, la sera, girare tutti e tre con il nuovo numero e cogliere dagli sguardi l'invidia degli altri bambini. Avevamo anche inventato insieme, anzi a essere onesti l'aveva inventato lei, il sistema per aprire le buste-sorpresa col vapore. Prelevavamo i giornalini che ci piacevano di pi, li sostituivamo con quelli che avevamo gi letto. E rimettevamo a posto le buste, come se niente fosse. Suo padre non se ne accorse mai. "La Mad? A l' un ms'c, un ms'ciazz,  un maschiaccio," dicevano i nostri genitori. Ma non era vero, noi lo scoprivamo ogni volta che ci perdevamo nei suoi occhi verdi. Gli adulti non sanno quanto pu amare un bambino. Se lo sono dimenticati, se ne sono dimenticati apposta, altrimenti non si spiegherebbe come mai tutto l'amore che viene dopo  cos limitato. Trascorrevamo ore a parlare, noi tre, e lei pi di noi. Ma ci sapeva ascoltare, anche. Erano momenti fantastici e terribili, di una profondit che non abbiamo pi rivissuto. Era forse per questo che le baggiane ci sembravano cos scontate.  opinione comune che le bambine siano molto pi mature dei maschi della loro et.  vero. Semplicemente  il ruolo sociale che le appiattisce. Mad sfuggiva a ogni ruolo. Sapeva condividere anche i nostri giochi un po' movimentati ma sempre consumati in gruppo. Ostentava ogni volta un ginocchio pi sbucciato del nostro, un livido pi blu. Ma aveva anche la capacit di cambiare registro da un momento all'altro. Pi di noi maschi, questo suo variare continuo era imprevedibile, e non  poco, era una cosa magnifica. Nascondeva grandi segreti, regalava confidenze indicibili. Al ritorno dal mare, ad ogni settembre, aspettavamo i suoi racconti. Anche noi avevamo i nostri, ma rinunciavamo: apparivano subito cos poveri rispetto ai suoi.
 Quel pomeriggio di settembre, quando arriv, Mad ci trov a discutere con il Maestro sulla punzonatura. Per lei ottenemmo uno strappo alla regola: si riaprirono le iscrizioni e cos pot correre anche lei con il suo tollino personalizzato. Sal in casa e dopo mezz'ora present il suo campione. Scelse Gastone l'indomito. Nencini, l'idolo di suo padre, con il nome scritto a penna rossa dentro a un tappo del chinotto, doppia imbottitura di sughero, fondo martellato dall'interno e reso liscio all'esterno dallo sfregare del tollino sull'asfalto. E tra sughero ed etichetta un lieve strato di cera, sciolta da una candela accesa e poi indurita nell'acqua. La cera. Mad aveva sempre qualcosa di meglio, rispetto agli altri. La cera sciolta nel tollino era la sua novit dell'anno. Fu per quello che vinse. Oppure fu perch Nencini, il Gastone Nencini vero, era incazzoso e non avrebbe mai accettato di arrivare secondo neanche per finta. Oppure semplicemente perch Maria Dolores era la pi brava.
 Il Giro

 Silvio Diotallevi, il Maestro, aveva trovato un altro modo per arrotondare. Aveva istituito all'inizio della corsa una specie di punzonatura, marchiava cio i tappi di bottiglia, in maniera che non potessero essere sostituiti o migliorati, durante la competizione. Li segnava con un puntino di inchiostro verde, semplicemente. In realt era un trucco per procacciarsi dei clienti.
 Funzionava cos: al momento della sigla Silvio rigirava il tollino con un certo interesse. Osservava il fondo che spesso portava ancora le curvature dell'apribottiglie, soppesava l'imbottitura di sughero, infine cercava platealmente di decifrare la scritta, fatta frettolosamente dai padri (pi che dai figli) per indicare il nome del corridore. "Non si legge, non si legge! Non potete presentarmi dei corridori che non si leggono! Io questo non lo passo per buono, non posso, non posso proprio. Se non vuoi essere competitivo, fatti tuoi, presentati pure con la schifezza che ti pare. Guarda qui che obbrobrio, tutto storto... con la dentellatura fuori squadra! Ma lo sai che i dentelli per il tappo sono come i raggi per la bicicletta? Comunque. Presentati pure tutto sconquassato, sono affari tuoi. Ma i nomi, no! I nomi devo poterli leggere. E che sono queste zampettine di ragno?... Che? Bobet? Ma qui non si legge nemmeno la B maiuscola! No, mi dispiace, questo non lo posso proprio accettare..."
 E cos via via, sempre la stessa sceneggiata. Alla fine ne scartava pi della met. Poi per faceva finta di pentirsi. E riattaccava: "E vabb, se proprio insistete, potrei rinviare... Potrei rimandare il Giro a domani... Se intanto volete darle a me 'ste fetenzie di tollini, posso provare a risistemarli. Per quanto... sapete come dicono a Napoli? ' inutile aggiungere 'o rum: 'o strunzo nun addiventer mai bab!'".
 "Signor Maestro, che cos' orm?"
 "Signor Maestro, che cos' il bab?"
 "Naturalmente nessuno che non sappia cos' 'o strunzo, eh? Avanti, datemi questi tollini che se san Gennaro mi aiuta prover a fare il miracolo!"
 Era un sabato. Silvio quella notte ricostru almeno trenta tollini. Che a 300 lire l'uno fanno 9000 lire. Qualche libro per suo fratello, qualche bab per lui. Quella domenica mattina si svegli, guard la Piazza dalla finestra e anche Milano gli sembr pi dolce. Non come un bab, ma insomma...
 Il Giro d'Italia dei Giardinetti durava tutto il pomeriggio. E farlo non era come dirlo. Bisognava percorrere il perimetro totale dei giardini. La pista aveva una delimitazione naturale: il granito del marciapiede. E un'altra delimitazione naturale: la capacit di sopportazione delle nostre mamme quando rincasavamo con la cropa sulle ginocchia, che per tirarla via non bastava un'ora di bruscia col sapone di marsiglia.
 La cropa, giusto per intenderci,  lo sporco vecchio di giorni, quello che si attacca ai gomiti e alle ginocchia. Era una nostra medaglia al valore, che se uno non aveva almeno un po' di cropa sfuggita all'attenzione delle famiglie, voleva dire che non aveva giocato. Quando finalmente veniva identificata, le nostre mamme si armavano di spazzola, quella dura per i panni - la bruscia, appunto, che si pronuncia brus-cia, staccando la esse dalla ci - e al, si andava avanti per delle mezz'ore e se non bastava si passava alla pietra pomice.
 Ecco, quando si tornava da un pomeriggio intero di Giro d'Italia, avevamo sfregato lungo l'asfalto ginocchia e gomiti talmente tanto e con tale pignoleria, spazzando anche gli angoli pi reconditi, che in poche ore sembrava avessimo collezionato una cropa di anni. Le nostre mamme odiavano il Giro d'Italia dei Giardinetti. Solo il signor Maestro poteva permettersi - dall'alto della sua fama di "tanto bruttino che piace" - di imporglielo.
 La struttura della corsa era tale e quale quella del gioco delle biglie sulle spiagge di tutt'Italia, la sola differenza consisteva nel fatto che non ci si poteva divertire a costruire la pista. Bisognava consolarsi con l'abbellimento dei tollini. Pensa che bestia chi non tentava neppure quello e se lo faceva fare da Silvio. Comunque, per gli addetti ai lavori: i tollini-granito stavano alle biglie-sabbia come il tartan sta alla terra battuta.
 C'era il granito del perimetro, c'erano i rettifili, c'erano gli Appennini (dove il marciapiede era leggermente granuloso), c'erano le Alpi (dove era ancor pi accidentato). C'erano mille trappole: le scanalature tra un blocco e l'altro, i topicchi, i curvoni veloci in cui uscivi matematico facendoti prendere dall'entusiasmo della velocit.
 Per tirare il tollino potevi usare il pollice, l'indice, il medio. Le altre due dita non erano vietate, era semplicemente da scemi utilizzarle. Il pollice doveva stare sempre parallelo al marciapiede, indice e medio potevano essere anche perpendicolari, ma erano decisamente tiri a rischio, soprattutto delle unghie. Tre metodi dunque, tre filosofie di gara che qualcuno, inventandosi gli inventori, aveva ribattezzato Obraian, Oconnor, Osallivan, in americano, forse perch un popolo che aveva come sport nazionale - pensate - il beisbol non poteva rimanere a lungo insensibile al fascino dei tollini. Noi usavamo il metodo Osallivan, quello del medio, meno potente ma pi preciso e affidabile, decisamente pi adatto per una massacrante corsa a tappe, dove a fare la differenza  la regolarit e non lo spunto isolato. Ma questo lo sapete gi.
 E comunque il Giro d'Italia del Maestro Diotallevi aveva un solo commissario di corsa. Sarcastico e ingombrante, ma assolutamente imparziale. Defendente.
 Defendente

 Defendente Lopane, gelataio ambulante. Difficile spiegarlo. Certe cose ci sono allo stesso modo dell'acqua, del sole e delle previsioni del tempo. Nel momento in cui cerchi di afferrarle, di coglierne il senso profondo con una qualsiasi interrelazione logica, ti sfuggono come la sabbia tra le dita. Non che Defendente non avesse senso, anzi. La sua presenza nella Piazza era una delle poche certezze che ci erano concesse. Semplicemente era difficile catalogarlo. Per esempio, perch proprio Defendente? Era pugliese, avrebbe potuto chiamarsi Nicola, o Franco, proprio ad andargli male poteva chiamarsi Pasquale. E invece i suoi gli avevano messo quel nome cos impegnativo: "Colui che difende". Ma cosa? La Patria? Difficile, visto che i Lopane vantavano una tradizione internazionalista anche se, tranne lui, non avevano mai avuto occasione di uscire dal triangolo Foggia-Cerignola-Manfredonia. In realt Defendente amava il proprio paese, ma lo faceva a modo suo, nella speranza che prima o poi ci sarebbe stato il Grande Congiungimento, un mondo senza confini dove avrebbe trionfato l'amore tra i popoli. In cuor suo ci avrebbe visto volentieri Togliatti a capo di quel mondo, ma questo se lo teneva per s, da quando in sezione gli avevano fatto capire che non stava bene esagerare.
 Difendere cosa? La Famiglia? Improbabile, visto che la sua era composta da lui e da sua moglie, una fantomatica valtellinese di due metri che nessuno ebbe mai il piacere di conoscere neppure per nome, ma che dalle mezze frasi che ogni tanto sfuggivano a Defendente era di certo una che sapeva il fatto suo. Anche troppo. Nessuno conosceva il nome della moglie,  vero. Ma tutti erano perfettamente al corrente di quello del figlio, se mai fosse arrivato, ch Defendente ci dava dentro non poco, almeno cos faceva capire, anche se non aveva mai ottenuto di entrare a buon diritto nel proletariato che, se le parole hanno un senso, deve essere formato da genitori prolifici, pensava. Insomma, un figlio maschio per Defendente poteva avere un nome solo: Palmiro. Senza dirlo in sezione e nella speranza che non arrivasse una femmina perch in quel caso il nome non sarebbe cambiato. Ecco, se la mamma avesse insistito, forse giusto una a finale.
 Difendere cosa, allora, la Propriet? Impossibile. Defendente Lopane era - e lo diceva con orgoglio - un compagno. Niente propriet privata. La sua "via italiana al socialismo" era anche pi rigida di quella reale. Sarebbe arrivato il momento in cui lui stesso l'avrebbe detto al compagno Togliatti, quando fosse capitata l'occasione, e l'occasione sarebbe capitata di certo. Ci mancherebbe, tra compagni... Figurarsi se Palmiro non l'avrebbe ascoltato. Abolizione assoluta della propriet privata, a partire dai propri beni. Cose, persone, animali, insomma tutto. Agnelli di suo d la Fiat, Cirio i pomidoro, il commendator Linetti la brillantina, mister Tide la polvere per bucato, e con lui il commendator Marsiglia, quello del sapone. Cinecitt la Lollo, Hollywood il Mulo parlante. Lui, naturalmente, il suo triciclo, i gelati e la Valtellinese. Infatti, quando non se ne stava seduto sul sellino della sua azienda, Defendente non mostrava comunque ansie di sorta nel vedere il suo carretto semiabbandonato. "Lo lascio l perch  di tutti," diceva con orgoglio, "io sono un artigiano del popolo." E alla gente gli andava anche bene, visto che poi a pedalare era lui.
 Quello che conta  che Defendente si presentava in Piazza tutte le mattine alle dieci, dopo qualche chilometro di pedalate contro la citt e se ne andava alla sera quando i bambini incominciavano a prepararsi per la cena.
 Il carrettino per Lopane era l'espressione di un credo assoluto, il secondo e ultimo in ordine di importanza nella sua filosofia di vita. E cio che il gelato prevede indiscutibilmente tre gusti soltanto: crema, limone, cioccolato. E se proprio vogliamo cedere alla civilt dei consumi e del plusvalore si pu accettare un quarto gusto, uno solo, da scegliersi di volta in volta tra fragola, pistacchio, nocciola. Passi per la fragola e la nocciola, ma il pistacchio era proprio una carognata, per noi bambini. Perch il pistacchio divide: o lo si ama, o fa schifo. Noi lo amavamo, ma c'era qualcuno che nel giorno del pistacchio rinunciava al gelato per la paura che anche solo un angolo di paletta verde potesse contaminare la candida crema. Poi: che cavolo era il pistacchio? Ci siamo portati dentro questo dubbio per anni, fino alla prima vacanza in Grecia quando, vedendo un pistacchio finalmente di persona, ci si apr un mondo. Un mondo fatto di pistacchio che proviene dai pistacchi e non dai piselli come qualcuno ci aveva fatto sospettare. Addirittura, quelli che lo odiavano erano convinti che fosse un animale, una specie di lucertola verde. Un frullato di lucertola ghiacciato, ecco.
 Dimenticavamo di dire, ma ci sembra ovvio, che il bidoncino dei gelati era necessariamente unico e che all'interno del credo di Lopane c'era anche la convinzione che i tre-quattro gusti dovessero convivere nello stesso luogo, ben separati tra di loro. Nessuno di noi bambini seppe mai dove il gelataio Lopane costruisse quel meraviglioso barattolone calato gi gi in fondo al buco del carretto. E ai nostri padri che ci sconsigliavano con le buone e con le cattive di esagerare con i coni dicendo che Lopane confezionava i gelati con le polverine non credemmo mai. Per quest'idea delle polverine ce la portavamo dietro, in fondo ci piaceva che Defendente facesse il gelato cos: la polverina  qualcosa di magico, era quasi come se Lopane, nel suo romito quartiere dell'Ortica - che per noi che non c'eravamo mai stati era come dire Val Taleggio o Berlino - quel gelato lo creasse dal nulla.
 Pur essendo di un altro quartiere, Defendente era entrato di diritto nella storia della Piazza. E poi non  che uno che con la paletta butta su un cono trenta lire di gelato si ammazzi di fatica. Di tempo gliene avanzava a sufficienza per essere presente ad ogni avvenimento. Ma lo faceva da par suo, partecipando e nello stesso tempo mantenendo le distanze, denunciando e sottolineando ogni cosa che gli suonava poco chiara o ingiusta, da buon "compagno". Insomma, era uno che ci credeva. Poco importa se poi nell'entusiasmo del dibattito, in quelle rare volte che si scontrava con l'ideologia prevalente dei nostri padri, arrivava a dire che la grande vittoria del proletariato avrebbe portato abbondante benessere per tutti. Ognuno avrebbe avuto le cose belle. Ognuno la macchina, ognuno il televisore, ognuno la ricchezza. "Come d'altra parte c' gi in Russia, manco si discute. Come l'ove  tonne, pur accussc  lu monne," diceva. E a quel punto, visto che in Russia nessuno c'era mai stato, incominciavano a volare i "ma lo sai"... "l'ho letto"... "mi han detto"... L si doveva andare sulla fiducia, fiducia di qua contro fiducia di l, e si arrivava prima ai comunisti che mangiano i bambini per poi finire all'Ungheria. Peccato che l'unico comunista dichiarato che frequentava la Piazza i bambini li nutriva (magari con le polverine), altro che mangiarli.
 La rissa

 "Micca bon bollon!", versione pula del meneghino "Minga bun burlun", non valido rotolare. Erano le ore 15.05 del suo orologio Wyler Vetta, domenica 8 settembre 1957, quando si espresse nel suo giudizio inappellabile il commissario di corsa Lopane. "Minga bun burlun!", non valido. "Ma cosa sei dietro a dire cosa? Sei scemo?" salt su Claudio Brusa. Era chiaro che aveva ragione Lopane: il tiro di Stani - all'anagrafe Stanislao Brusa, figlio di Claudio - era stato come al solito al limite del penoso. La curva era ampia, di quelle che si fanno con un tiro solo, quasi fosse un rettilineo. Certo, ci vuole un minimo di perizia, bisogna abbassare la testa parallela al terreno e calcolare l'angolatura chiudendo un occhio, ma queste sono cose che chi gioca a tollini non vuole nemmeno sentirle lontanamente accennare. Eppure, non si sa come, era successo: Stani l'aveva tagliata di brutto, neanche l'accenno a seguire il tracciato. Aveva sparato con l'Oconnor un colpo bolso col suo indice tozzo. Il tollino, cosa rara, aveva capottato due, tre volte lungo l'asfalto, poi era rientrato, esausto, sul granito del marciapiede. Per regolamento, l'improbabile Coppi, tollino di propriet del bambino pi imbranato della compagnia, doveva essere riportato al punto di partenza e perdere un turno. Claudio Brusa sperava che la distrazione di Silvio avrebbe permesso al figlio, che gi era distaccato di una decina di tiri dagli altri, di guadagnare almeno quel tiro maldestro. Ma Lopane, che sopra ogni cosa metteva la Giustizia, non si era perso un solo istante della manovra. Ci che faceva pi incazzare Claudio era che l'inflessibile gelataio non ci guadagnava niente da tutta quella sua intransigenza. "Che cacchio gliene frega a lui, porca putrella!" pensava. E cercava alleati: "Hai visto, hai visto anche tu che non  uscito... questo qui  una carogna, questo mi vuol far perdere...".
 "A parte il fatto che quello che corre non sei tu ma  tuo figlio, che gusto ci provi a vincere imbrogliando?"
 "Vincere? Ma se siamo al punto che 'sto imbranato fra poco me lo doppiano..." e guardando Stani: "ma di chi sei figlio, tu mi devi spiegare di chi sei figlio, che hai arti inferiori dappertutto! Porca di quella madocina, cacchio, cacchio, cacchio!...".
 Claudio Brusa era diviso tra l'orgogliosa resistenza che cercava di opporre al giudice di corsa e la rabbia che gli cresceva nel vedere il piccolo Stanislao ai suoi piedi umiliato e incapace di qualsiasi reazione. E pi si imbestialiva, pi dava sfoggio del suo impareggiabile lessico di eufemismi. Claudio Brusa era il re dell'eufemismo. Nessuno l'aveva mai sentito dire una parolaccia vera. E poich il suo linguaggio diveniva via via pi fantasioso quanto pi si arrabbiava, gli amici tendevano a farlo innervosire per godere di tanto spettacolo.
 "Ti ho spiegato mille volte, hai preso le misure, ti ho fatto fare il tollino pi bello del Giro, ma vada via il cuore, fammi un tiro dentro, uno che  uno!... E tu per una volta non puoi farti i cavolacci tuoi? Ma va a ca' tua, faccia di merenda!... che fai il gelato con le polverine, pistola amedeo!"
 Claudio Brusa, professione giornalista, settore cronaca nazionale al "Corriere Lombardo", quotidiano del pomeriggio, poteva considerarsi nella Piazza una mezza autorit. Professare il giornalismo era un po' come per una donna fare la hostess. Si trattava di lavori che solo i diretti interessati sapevano che facevano schifo. Per gli altri rappresentavano i vertici consentiti nel quartiere. Una mezza autorit, anzi un'autorit intera, visto che l'altra met si illuminava di riflesso avendo sposato, appunto, una splendida hostess della Lufthansa. Non capiva neanche lui come aveva potuto nascergli quel bambino cos fisicamente improbabile. Goffo, coi capelli rossi e i piedi in dentro. Mai una volta che calciasse il pallone nella direzione voluta. Mai una volta che lo scegliessero in squadra. Stani veniva appioppato per ultimo ai pi forti, come penalizzazione. Certamente il nome, che era stato scelto a causa del nonno, non lo agevolava. Stanislao, difficile da portare. Nonostante tutti lo chiamassero Stani, nel momento in cui il piccolo Brusa intraprendeva una qualsiasi azione fisica, irrevocabilmente tornava per tutti Stanislao. In compenso era il primo della classe. Un piccolo genio. Ma spesso la sorte  maligna: a Claudio delle capacit intellettive del figlio non poteva importargliene di meno. Il suo sogno dalle prime ore di vita di quell'unico figlio, era stato di farlo diventare un atleta. Chiss perch, certe cose nascono cos. Eppure avrebbe dovuto accorgersene subito che il povero Stanislao atleta non lo sarebbe mai diventato. Ma i genitori sovente sragionano, difficile far loro capire certe realt.
 Peccato, perch, non ci fosse stato quel piccolo problema, poteva considerarsi un periodo straordinario per il giornalista Claudio Brusa. Il quale, avvezzo alla monotonia di un lavoro da "velinaro" in un giornale del pomeriggio impostato sulla cronaca cittadina, era riuscito fino a quel momento a far leggere i suoi pezzi di cronaca politica nazionale a qualche centinaio di persone e a farli capire a qualche decina. Questo fino a un certo punto. Poi, per fortuna, un giorno non lontano era capitato in redazione, tra mille notizie pi o meno insulse, l'annuncio che la Rai Radiotelevisione Italiana stava ampliando l'organico della sua ancora acerba redazione giornalistica. Si trattava di un concorso per diventare lettore del telegiornale. Le selezioni sarebbero state certamente dure ma Claudio aveva dalla sua un buon numero di motivi che gli facevano sperare di essere il candidato ideale. Innanzitutto era biondo e di aspetto pi che accettabile. Poi era un abile parlatore e non aveva particolari inflessioni dialettali. Conosceva le lingue: il tedesco per via della moglie, l'inglese l'aveva studiato da solo e il francese l'aveva imparato a scuola. Si considerava mediamente colto e soprattutto disponibilissimo ad accettare qualsiasi compromesso politico. In sostanza "di quelli di Roma" non gli era mai interessato molto e comunque era sempre stato con le maggioranze. Figurarsi cosa gli sarebbe importato di aderire ad una o un'altra corrente democristiana pur di compiere un salto professionale di quel genere. Claudio aveva mandato subito il curriculum ma sapeva bene che prima di una sua eventuale promozione a quel ruolo dovevano succedere ancora molte cose. Soprattutto doveva conoscere qualcuno. La sorte gli era venuta incontro.
 Gilberto

 Il Bar Tabacchi rappresentava l'altra faccia dei locali pubblici della Piazza. Tanto era malvisto il Bar dei Magutt, quanto era tollerato il Bar Tabacchi. In teoria un tabaccaio  il luogo del vizio per antonomasia. Se si dovesse fare una classifica di bar di quartiere, il primo posto andrebbe appunto al bar tabaccheria con biliardo annesso, il secondo a un bar normale, il terzo al bar latteria. In quel caso a rendere frequentabile il bar suddetto era la gestione. Dietro al banco stava, a turno, una giovane coppia dai modi gentili e aperti. In pi, cosa che non guastava affatto, sia lui che lei erano considerati tra i pi attraenti esemplari di uomo maschio e di donna femmina che lo scarso catalogo del quartiere sapesse offrire. Loredana era una ragazza sui venticinque anni, sufficientemente bella da non passare per niente inosservata, sufficientemente spigliata da non deludere mai nessuno, ma anche sufficientemente scafata da non concedersi troppo, rispettando il suo ruolo di giovane moglie. Lui, Gilberto, era quello che si dice "un bel fieu". Un po' dandy, evidentemente ricco, di quella ricchezza fatta di "sovrappi". Riusciva a far digerire a tutti i suoi hobby pi inutili e vistosi. Appena usciva un nuovo modello di auto era il primo a comprarlo. Vestiva ostentatamente da sartoria, proprio quando tutti si stavano buttando sugli abiti di serie. Era l'unico che si faceva fare la barba tutti i giorni da Nando, il coiffeur pour hommes del Corso con annessa manicure, evitando dichiaratamente il limitrofo barbiere Beppe, molto pi alla mano e fermo a tagli che ricordavano tanto l'occupazione tedesca. Per quanto riguarda l'origine della ricchezza di Gilberto si favoleggiava di una fantomatica vincita alla Sisal. La cosa rendeva il suo bar ancor pi appetibile, visto che il locale era anche una ricevitoria.
 La superficie del Bar Tabacchi era abbastanza ampia. Alla sala con il bancone se ne aggiungeva una seconda a vista adibita a biliardo e una terza di fronte alla cassa che via via aveva acquistato sempre pi importanza: la zona televisione. Il fatto che Gilberto avesse messo un televisore aveva reso ancora pi "per famiglie" la fama del locale. Ormai la gente aveva capito che programmi come Lascia o raddoppia?, Telematch o il telegiornale stesso erano entrati di forza nella vita quotidiana. Ma i televisori nelle case erano ancora molto pochi, se si voleva avere qualcosa di cui parlare in ufficio il giorno dopo bisognava passare da Gilberto e Loredana almeno qualche ora della settimana.
 Non  tanto importante il cognome di Gilberto - faceva Alberti, per i curiosi - quanto quello di Loredana: Brusa. Loredana Brusa, sorella di Claudio, ecco il punto. Perch qui le cose si complicano. A noi bambini allora non era dato saperle, forse non le avremmo neppure capite. Fatto , in poche parole, che Gilberto, abituato nella vita a fare tutte le cose pi inutili, aveva deciso di iscriversi ai provini della nuova trasmissione televisiva che sarebbe andata in onda da dicembre, Il Musichiere. Ancora si sapeva poco, solo che si trattava di una trasmissione dove i concorrenti dovevano indovinare delle canzonette e Gilberto quell'argomento lo conosceva bene. Da adolescente aveva fatto anche il cantante in qualche balera. I provini si erano svolti a Roma. Li aveva addirittura passati, cosa su cui nessuno avrebbe puntato una lira. Ma in questo suo girovagare nella capitale in realt aveva messo a frutto le sue doti migliori, che non erano tanto e solo musicali. Nella classifica delle preferenze, al primo posto c'era un'altra cosa e lui sapeva con grande maestria come ottenerla. Cos accadde che le vacanze romane di Gilberto Alberti portarono s alla sua partecipazione futura al Musichiere, ma soprattutto a una storia d'amore clandestina che lui stesso, dimostrandosi in questo scarso "professionista", non resistette a tenere per s e si sent di dover confidare subito proprio al cognato. Il mondo spesso gira capovolto e cos, proprio quando tutti si aspetterebbero una reazione da famiglia all'italiana, succede esattamente il contrario: Claudio non si scandalizza, ma si schiera col cognato fedifrago. Si potrebbero fare mille illazioni su questo comportamento. Si potrebbe, ma tutto diventa molto pi semplice se si aggiunge un particolare. E cio che l'amante in questione venne subito identificata da Claudio come la figlia di un politico che a Roma contava moltissimo. Era cio evidente che Claudio Brusa, professione giornalista in attesa di lavoro in Rai e quindi di tessera, qualunque essa fosse, era improvvisamente diventato un fervente sostenitore di quel politico e la figlia di quel politico, a sua volta, una fervente sostenitrice di Gilberto e, per contaminazione, del cognato Claudio che stava per affrontare il concorso in Rai. Veramente la successione temporale andrebbe letta dal fondo, ma ci siamo capiti.
 La fine della rissa

 Le risse ai Giardinetti non finivano mai con un vinto o un vincitore. Claudio Brusa accett soffrendo di veder perdere il figlio per l'ennesima volta. Non fu meno doloroso delle altre: all'incapacit di Stanislao, Claudio non si arrese mai. Per almeno si sfog, a parole, certo. Non avrebbe potuto in ogni caso misurarsi in uno scontro fisico con i bicipiti di Lopane. E forse Lopane non l'avrebbe mai neanche sfiorato, in fondo non gli interessava, non lo divertiva. Avrebbe perso di credibilit e lui a fare il commissario di corsa ci teneva troppo. Il Giro d'Italia quella domenica di settembre fin che gi era buio. In fondo che il Fausto Coppi di Stanislao fosse stato doppiato non faceva neanche tanto scalpore. Coppi era anche nella realt un corridore ormai sul viale del tramonto. Cos come sembr normale a tutti che avesse vinto l'incazzoso Gastone Nencini. Noi arrivammo piazzati, un onorevole quarto e sesto posto. C'eravamo persi sulle Alpi, forse ci eravamo persi a seguire la grande fuga di Mad, la pi brava di tutti, col suo Nencini. Era come se avessimo vinto noi. Ma anche questo non glielo dicemmo mai.
 Quando Silvio Diotallevi liquid la cerimonia di premiazione con poche parole e molta enfasi, noi eravamo gi in casa. Ce la raccont Mad il giorno dopo. Ci spiaceva, avremmo voluto esserci, ma proprio quella sera avevamo tutti e due una cena coi parenti, non potevamo stare gi ai Giardinetti fino a tardi. Mad sorrise, in fondo che importanza aveva. E che importanza aveva dirci che lei la verit l'aveva capita benissimo. Eravamo stati costretti dalle nostre mamme a passare l'ora prima di cena nella famosa quotidiana battaglia con la cropa.
 

 Ore 17.00: 27 febbraio 1958
 Volante 3

 Su ordine della Centrale Operativa ci siamo portati alla Torre Velasca dove il portinaio Galbiati Piero Ernesto nato a Cernusco sul Naviglio (Mi) il 25.2.1923 denunciava il ritrovamento di oggetti svariati di inspiegabile provenienza all'altezza del diciottesimo piano della Torre che custodisce. Recatici al piano in questione siamo usciti sul ballatoio esterno. Qui su indicazione del rubricato che da dietro le vetrate faceva indicazioni mimiche abbiamo rinvenuto un barattolo di vernice rossa con pennello, una corda di spessore medio e lunghezza indefinita, comunque inadeguata per calarsi dal diciottesimo al piano stradale, alcuni fogli di carta da imballo con scritte non leggibili o prive di senso comune. Mentre procedevamo al recupero di tale materiale venivamo raggiunti da un individuo in abiti civili che si qualificava previa dimostrazione della tessera d'ordinanza come La Barbera Cataldo capitano dei Carabinieri. L'ufficiale ci intimava la consegna del barattolo, del pennello e della carta in quanto presumibilmente inerenti a un tentativo di furto precedentemente avvenuto nella Torre e di cui i Servizi Segreti indagavano tramite il capitano La Barbera che ci sollecitava a non farne menzione con alcuno. Poich non ci sembrava cosa di metterci a questionare per un barattolo e un pennello di vernice stavamo consegnando tutto all'ufficiale quando usciva sul ballatoio un giovane di colorito pallido cadaverico che si qualificava come il segretario di un onorevole non meglio identificato e mentre chiedeva al La Barbera se c'erano novit guardando nel vuoto veniva colto da malore e perdeva conoscenza tra le braccia del capitano che per sorreggerlo gli rovesciava il barattolo di vernice rossa sui vestiti e sulle scarpe. Il giovane svenuto riprendeva in seguito conoscenza tramite il La Barbera che prima gli sollevava le gambe e poi lo schiaffeggiava. Lo stesso capitano La Barbera Cataldo ci ha assicurato che un'indagine  gi in corso per gli eventi in narrativa.
 

 2

 2 gennaio 1958

 Il tinello

 Chi non c'era non potr mai capire cosa significavano i tinelli. Ormai nelle case moderne non esistono pi, sacrificati al dovere di rimanere imbustati in spazi sempre pi ridotti. Chi oggi abita in appartamenti pi vecchi ha eliminato i tinelli abbattendo muri, allargando i salottini, incassando doppi o tripli servizi, o ricavando da quei piccoli santuari di modestia e di geniale banalit altrettante omologate camerette per l'infanzia. Ma noi che abbiamo conosciuto, vissuto i tinelli, ne ricordiamo l'aria, il sapore un po' di chiuso che mischiava negli inverni milanesi il fritto della cotoletta al profumo della cuccuma, quella che noi bambini avevamo il divieto assoluto di girare, perch era matematico che quando un bambino girava la cuccuma rovesciava tutto il caff e gi poteva andare di lusso il non esserselo tirato addosso. I tinelli degli anni cinquanta avevano le luci fioche, era inconcepibile una lampadina che superasse i 60 watt, e il tavolo rotondo, e la credenza con a vista tutti i servizi di stoviglie di uso quotidiano. Quelli buoni se ne stavano nel mobile bello in sala. Non eravamo ricchi, ma la nostra non ricchezza, che in certi mesi dell'anno sfiorava la povert, prevedeva pur sempre una sala. Cos come per i tinelli, chi non c'era non potr mai capire che cos'era la sala. Neanche noi lo capivamo e soprattutto non ne comprendemmo mai l'utilit. Ai bambini era interdetta, a tutta la famiglia era interdetta. La sala se ne stava sempre chiusa dietro la porta ad aspettare improbabili ospiti che arrivavano quattro o cinque volte all'anno. Allora si accendeva il lampadario che in genere aveva dodici lampadine, ma gli interruttori erano due e ne comandavano sei alla volta, che dovevano essere rigorosamente alternate per consumarle uguale. Solo a Natale e a Capodanno il lampadario pompava al massimo procurandoci un'emozione che solo chi l'ha vissuta o  atterrato di notte a Las Vegas pu capire.
 La casa di Mad non era molto differente dalla nostra. Si affacciava da una parte sulla Piazza e dall'altra su un animato cortilone interno sul quale avevano sfogo le cucine, i bagni e, appunto, i tinelli. C'erano dei balconi. Sui balconi le nonne si ingegnavano a coltivare d'estate petunie e gerani, per rendere quelle facciate di servizio un po' meno tristi. Avevamo imparato a conoscere Maria Dolores attraverso quei balconi. I bambini ci passavano delle ore, d'estate. Il giorno in cui la vedemmo comparire appoggiata alla ringhiera stava giocando con le bolle di sapone. Ci sembr bravissima. Noi, che vivevamo in due appartamenti limitrofi, fino ad allora avevamo trascorso le giornate tirandoci di tutto da un balcone all'altro. Credevamo di essere molto divertenti.
 Da allora Mad ci insegn che dal balcone si poteva giocare all'alfabeto muto, mimare film, progettare grottesche teleferiche, sparare con le cerbottane sugli insopportabili cappellini della sciura Ines. Un giorno si present con due bicchierini di cartone per il gelato e un lungo filo di canapa che li univa. Da balcone a balcone, bisbigliando in un bicchierino e ascoltando nell'altro come in una cornetta del telefono e con il filo teso ci giunse nitida la sua voce. "Se mi sentite adesso significa che non ci lasceremo mai pi." Fu la sua consacrazione a genio e la nostra iniziazione al cuore in gola.
 Era trascorsa l'intera estate, quella famosa del Giro d'Italia. Il 2 gennaio 1958 Mad ci invit per la prima volta a casa sua. Il tinello di Maria Dolores era esattamente come avremmo dovuto aspettarcelo, cio identico al nostro, gli stessi odori, le stesse tovaglie di tela cerata comprate a metri. A noi sembr bellissimo, molto pi bello, e quando sua mamma con aria frettolosa e distratta ci prepar la nostra merenda preferita, pane burro e zucchero, non l'ascoltammo nemmeno, impegnati come eravamo a sfogliare libri e giornaletti, a farci raccontare delle storie. Forse non l'ascoltammo neppure quando ci disse che sarebbe uscita. Non ci era mai capitato di rimanere in casa da soli. Forse avremmo avuto paura. Oggi non sapremmo neppure dire quanto tempo pass, un quarto d'ora, un'ora. Mad si lasci accarezzare il viso, si lasci baciare sulla guancia.Tutti e due insieme, per. Fu come un grande patto segreto, saremmo stati inseparabili. Lei sapeva benissimo che avevamo il cuore in gola, lo sapeva perch forse anche per lei era cos. Quando ci stringemmo forte in un unico abbraccio disse: "Ora basta, il patto  fatto. Vi faccio vedere i regali che mi ha portato Ges Bambino". Quando sua madre rientr ci trov seduti al tavolo con aria concentrata. Sulla tovaglia, sparse, c'erano le carte del mercante in fiera. Fingemmo di capire come funzionava quel gioco, ma pensavamo ancora a quell'abbraccio. E ancora adesso siamo convinti che, dei due, stringesse pi forte me. No, me.
 La televisione

 Quella sera al Bar Tabacchi ci fu il tutto esaurito. In prima fila, al solito, era seduta la sciura Ines, quella che quando scendeva a vedere la televisione si vestiva al meglio, cio al peggio. Ricordava, cos agghindata, una tenutaria di bordello. Il trucco era pesante, sfoggiava due giri di perle coltivate e uno strano vestito plissettato. Davvero eccessivo per una donna di settant'anni. La sciura Ines era una pensionata. Aveva fatto per una vita la bidella in un asilo del Ticinese. Si vestiva cos perch ancora era convinta che dal teleschermo potesse essere vista. Si metteva in ordine perch Mike Bongiorno mentre presentava Lascia o raddoppia? l'avrebbe cercata, al solito, seduta l in prima fila. "Poedi minga famm trouv cunsciada... Non posso mica farmi trovare in disordine, che figura ci faccio..." Nessuno al bar riusc mai a farla ragionare altrimenti. Forse davvero lei aveva inventato, con molti decenni di anticipo, la tv interattiva. Lascia o raddoppia?, la trasmissione a quiz presentata appunto dal re della televisione Mike Bongiorno, si poteva vedere tutti i gioved. Era un avvenimento, la gente si ritrovava al bar per partecipare a questo nuovo evento collettivo. Le domande erano difficili, ma pi erano difficili pi era affascinante ammirare quei mostri di bravura che riuscivano a rispondere, una volta conquistata la cabina per le domande finali. Quasi nessuno naturalmente aveva il televisore in casa e poi, in fondo, era un modo considerato moderno per stare insieme. Sembrava che tutto il mondo intorno corresse cos veloce...
 Era il periodo delle vacanze di Natale, avevamo il permesso di stare alzati un po' di pi: non c'era la scuola. Quella volta ottenemmo addirittura il lasciapassare per il bar. Forse era per via che tutte le nostre famiglie non volevano perdersi quella puntata. Per accaparrarsi i posti migliori i nostri genitori si presentarono molto presto nel locale di Gilberto e Loredana. Peccato che tutti avessero fatto lo stesso ragionamento: finimmo in ultima fila. Non siamo sicuri che in quegli anni si fumasse pi di oggi, di certo quello era il bar con la pi alta percentuale di fumatori della citt. Si vedeva pochissimo, da lontano. Eppure per noi era talmente entusiasmante l'idea di esserci che non ci facemmo caso. Nonostante fossimo seduti in fondo avevamo scorto, tra le decine di volti conosciuti, una testa strana, proprio davanti a noi. Era totalmente calva. Forse era la prima volta che vedevamo un calvo completo cos da vicino, ci incurios. Stava per incominciare il telegiornale, ma le immagini del video non attiravano ancora il nostro interesse. L'unica cosa che ci incuriosiva, e che con noi incuriosiva i nostri genitori, era vedere finalmente seduto davanti ai microfoni il volto noto di Claudio Brusa, nuovo lettore della Rai. Era sparito da un po' di tempo, subito dopo l'annuncio urbi et orbi di aver superato il concorso a Roma. Part la sigla. Inquadrarono il nuovo mezzobusto. Era uno strano signore con le orecchie a sventola, moro e con la faccia sufficientemente rassicurante e garbata. Non era Brusa. Il signore calvo davanti a noi si alz di scatto, gir le spalle al televisore e si diresse al banco. "Dammi un Fernet va', zio caro," disse. E per tutta la sera non disse altro.
 Quello che era accaduto a Claudio Brusa nei mesi che erano passati dal settembre del '57 ai primi di gennaio del '58 andrebbe raccontato con parole scientifiche. Una su tutte: alopecia, o qualcosa di simile. Noi diremo qui molto pi semplicemente che, per strani giochi del destino, Claudio Brusa aveva somatizzato moltissimo la tensione dell'attesa di quei mesi che l'avrebbero portato, lui oscuro cronista di un giornale del pomeriggio, a diventare uno degli uomini pi riconoscibili del paese. Aveva avuto una specie di crollo psicofisico, perdendo improvvisamente tutti i capelli nell'arco di poche settimane. Alla Rai Radiotelevisione Italiana non se l'erano sentita proprio, nonostante avesse ormai acquisito tutti i diritti, compresi quelli politici, di sbatterlo davanti al paese in quel modo improponibile, con il suo testone lucido. E cos l'avevano sostituito. Claudio Brusa se ne era tornato a Milano ma non si era fatto pi vedere per un po'. Si era messo in malattia, riprendendo poi il suo vecchio lavoro, maledicendo la sua ipersensibilit al successo e ringraziando il cielo di non aver perso il posto al giornale.
 "Un Fernet, zio caro," disse Claudio Brusa alla sorella Loredana. Noi, impietosi, come tutti i bambini, lo fissammo a lungo, capivamo che era successo qualcosa di imponderabile, in fondo dentro di noi gioivamo pensando che il Brusa conciato cos avrebbe conquistato il primo posto nella hit-parade delle lunghe conversazioni future al tavolo rotondo del tinello dei nostri genitori.
 Le notizie del telegiornale che ci colpirono quel 2 gennaio del '58 furono almeno un paio. C'era stata una rivolta nelle prigioni dell'Ucciardone, a Palermo. Una rivolta dura, forse la prima vera sommossa nelle carceri dal dopoguerra. Aveva tenuto banco per quarantotto ore, il 30 e il 31 dicembre, poi era stata sedata, un po' con le buone e un po' con le cattive. Qualcuno tra i rivoltosi aveva fatto da mediatore. Al telegiornale pass un servizio in cui si intervistava un certo Antonio Mitri, di professione ladro, un omino abbastanza giovane e coi capelli crespi, gli occhi vivaci che in un italiano spettinato dai forti accenti spiegava com'era riuscito a mettere d'accordo le parti. L'intervistatore ventilava l'ipotesi che dietro la rivolta agisse la mafia, ma questo lo disse dopo l'intervista, quando l'omino non poteva pi sentirlo. Anche la considerazione che nessuno fa niente per niente la tenne per concludere il servizio visto che poteva prevedere che il picciotto Antonio, avendo una pena lieve da scontare, avrebbe ottenuto prestissimo la libert.
 L'altro servizio che ci incurios riguardava la nostra citt. Era un argomento che conoscevamo perch ne aveva parlato in classe la nostra maestra qualche settimana prima. Venerd 27 dicembre era stata inaugurata la Torre Velasca, il discusso grattacielo sorto proprio nel centro di Milano. Oggi che abbiamo visto i grattacieli di mezzo mondo ci viene da ridere a pensare che quella costruzione che avevamo visitato dal basso, accompagnati una domenica dai nostri padri, ci fosse sembrata cos enorme. Si trattava di un curioso edificio di una trentina di piani in cemento armato di uno strano colore lievemente salmone. Ma la vera eccezionalit della costruzione era che a un certo punto, salendo, la sua struttura da stretta diveniva pi larga, quasi a ricordare la silhouette di una cisterna. Era qualcosa di estremamente moderno rispetto alle concezioni di quei tempi, ma siamo convinti che i milanesi impararono ad accettare da subito quella forma bislacca. Fu uno strano servizio quello del telegiornale, non si cap bene se il taglio fosse elogiativo o se, dietro a un'apparente esaltazione, non si nascondesse in realt il desiderio di limitarne il senso della genialit o quanto meno l'originalit.
 Non ci saremmo mai ricordati delle notizie di quel 2 gennaio, non fossero successe di l a poco cose che le avrebbero fatte tornare alla mente.
 Sarebbe eccessivo raccontare per filo e per segno come si svolse quella serata del 2 gennaio 1958. Ci affascinavano le lunghe teorie di domande che Mike Bongiorno sciorinava con enfasi. Cose assurde, gente che sapeva I promessi sposi a memoria, o era in grado di riconoscere da poche battute il titolo di un melodramma. Ci ricordiamo addirittura di un concorrente che cadde per colpa di un controfagotto. Noi che cos' un controfagotto non lo sappiamo bene neppure adesso. Anche quella sera le domande erano certamente dello stesso tenore. Per noi si trattava ancora una volta di magia perch quel tipo di sapere non ci apparteneva e forse non ci sarebbe neanche mai appartenuto. Ma nel nostro intimo eravamo convinti che invece per molti dei presenti, per i "grandi", quelle materie fossero arcinote. Macch. I grandi partecipavano a Lascia o raddoppia? con il nostro stesso entusiasmo proprio perch avevano pi o meno le nostre stesse conoscenze. Nessuno sapeva un tubo, ma tale era l'ammirazione per i concorrenti che, dalla sciura Ines al silenzioso Claudio Brusa, sembrava che ognuno pensasse: "Ce l'ho qui sulla punta della lingua", sembrava che ognuno mormorasse: "Gi, el savevi benissim, s'eri adree a dill...".
 In effetti Lascia o raddoppia? non era vissuto da tutti allo stesso modo. C'era Silvio Diotallevi che ogni tanto qualcosa la buttava l. Una data, una canzone, persino un brano d'opera. Allora tutti si giravano verso di lui e se lo mangiavano con gli occhi. Il Maestro non era maestro per caso... Si trattava di rare performance e Silvio non era tra gli estimatori pi accaniti di Lascia o raddoppia?, perch in qualche modo si sentiva messo alla prova e costretto a misurarsi con gli altri. Bisognava aver culo: era fondamentale che il numero di risposte esatte date dal Maestro Diotallevi fosse equamente distribuito nel corso della serata televisiva, cos da non creare dei paurosi vuoti.
 Chi invece sembrava disinteressarsi totalmente dello spettacolo televisivo era Defendente. Strana vita, la sua. Perch ogni sera Lopane riusciva a tornare a casa, licenziare le sue faccende e riportarsi nel gruppo, al bar. Quando preparasse il gelato, quando frequentasse la moglie, pulisse la casa, facesse il bagno, mangiasse, non era dato sapere. E in fondo probabilmente non gliene importava niente a nessuno. Ecco, forse la questione della moglie incuriosiva un po' di pi. Chi era? Era bella? Perch nessuno l'aveva mai vista? E poi, siamo sicuri che esistesse davvero?
 Ma alla fine tutto si diluiva nei fumi del locale, in quell'aria forzata che avvolgeva ogni cosa, al Bar Tabacchi, che ti prendeva come una droga e ti stordiva a sufficienza per non farti sentire poi tanto solo.
 Anche Lopane, come Silvio, sembrava non amare Lascia o raddoppia? Troppe donne presenti al bar, troppi bambini, insomma troppa fuffa. E soprattutto nessuno che avesse voglia per un paio d'ore di misurarsi con lui a stecca. Gi, perch Defendente era considerato il campione assoluto di biliardo. Quando giocava difficilmente lo faceva senza avere un pubblico di ammiratori che, esattamente come succedeva per i quiz televisivi, partecipavano alle sfide con accanimento, quasi fossero loro a giocare. Del biliardo italiano Lopane sapeva tutto. Una volta aveva persino scommesso sul peso minimo che deve avere un tavolo da competizione. Quando disse dodici quintali si alz un boato di scherno. Eppure aveva ragione lui. Pass alla storia quella volta in cui perse una partita per un punto. Aveva azzardato un sette sponde ma era finito di retro su un birillo per un millimetro. Terminato l'incontro prese la biglia del misfatto, la rigir tra le mani, la palleggi due o tre volte e disse soltanto: "Leggera, ecco perch. Questa non fa pi di duecentosessanta grammi". Usc, prese la piccola bilancia che teneva sul carretto, la pos platealmente sul tappeto verde, su un piatto appoggi la biglia, sull'altro un peso da due etti, uno da cinquanta, uno da dieci. Il piatto dei pesi scese lentamente e si and a collocare esattamente all'altezza della biglia. "E allora?" disse l'altro. "Allora niente, hai vinto. Per sappi che le biglie a biliardo devono pesare duecentottanta-duecentonovanta grammi, pi o meno come il peso del ciriveddo nella tua chepa." Qualcuno si prese la briga di telefonare alla Federazione italiana amatori biliardo sportivo, o qualcosa del genere. Be', aveva ragione lui, Defendente. Sul peso delle palle, ovviamente. Ma forse anche su quello del ciriveddo del suo sfidante.
 La stanza del biliardo era una profonda rientranza collegata direttamente al locale d'entrata, quello con la televisione e il banco e la cassa e tutto il resto. Era fatta in modo tale che chi giocava potesse essere visto. Mica come il Bar dei Magutt che aveva le salette chiuse e nessuno sapeva cosa succedesse l dentro. Forse era proprio per quello che il Bar Tabacchi era considerato molto pi frequentabile del Bar dei Magutt. Quella sera del 2 gennaio Defendente avrebbe davvero voluto giocarsi una bella doppia ai 101. Man mano che arrivava il pubblico aveva tentato di convincere qualcuno. Nella disperazione per i dinieghi era arrivato persino a cercar di incastrare la sciura Ines. Niente, quella era la sera di Lascia o raddoppia? A met del telegiornale Defendente and al banco, si fece aprire il tassametro, appoggi il pallino e le biglie sul tavolo e per tutto il tempo della trasmissione gioc da solo. Si invent tiri incredibili. Li dichiarava ad alta voce. Tutti numeri buttati al vento, nessuno li vide mai. In compenso la sua azione era di continuo disturbata dal gracidare dei quiz. La cosa all'inizio sembrava sopportabile, poi incominci a fargli perdere concentrazione, sbagli persino qualche banalissimo filotto semplice. Allora mise in atto la vendetta. Ad ogni domanda di Mike, Defendente dava una risposta delle sue. A volte erano imbecillit assolute in italiano, altre in dialetto pugliese. Non dur molto. Prima che la sciura Ines fosse colta da una crisi di nervi qualcuno prese a lamentarsi. Il peggio arriv la volta in cui Silvio riusc a rispondere esattamente, riconoscendo un Tintoretto prima del concorrente stesso. Ma la sua voce era stata coperta dall'ennesima banalit proveniente dal tappeto verde: "Quillo per me un Michelotto , l'allievo prediletto di Michelangelo e Giotto". "Insomma, basta!" si spazient il Maestro. "Se sei ignorante stattene a casa tua oppure stai zitto! Maronna... Chillo  cchi fastidioso d'o zampugnaro! Gelataio!" Defendente non rispose. Posizion in silenzio cinque birilli in fila, si invent il solito sette sponde e li tir gi tutti infilando la buca dell'angolo alto a sinistra. Una cosa che se l'avessero vista una sera normale gli avrebbero offerto bianchini spruzzati fino all'ora della serranda a mezz'asta, quando si misura il tasso alcolico dei presenti dalle craniate in uscita.
 Fu quello che accadde dopo a lasciare tutti impietriti. La trasmissione si stava infilando nel tunnel delle domande finali. Mike apr una busta. Voleva sapere nome proprio, luogo, data di nascita, maestro, del Carpaccio. Prima ancora che Silvio Diotallevi si mettesse platealmente il pollice e l'indice della mano destra a premersi le meningi come se stesse concentrandosi, dalla sala biliardo arriv nitida la voce di Defendente: "Vittore, Venezia, 1460 o '65, 1525 o '26, la data  incerta. Allievo di Gentile Bellini. Famoso per le agiografie di san Giovanni evangelista, sant'Orsola, san Giorgio degli Schiavoni. Mostra un gusto vividamente narrativo". Qualcuno accenn a una protesta. Fu il concorrente finalista dal piccolo schermo a creare l'imbarazzo. Perch disse: "Carpaccio Vittore, nato a Venezia, allievo prediletto di Gentile Bellini, 1460-1525". Tutti si girarono verso Defendente, esterrefatti. E lui: "'60 o '65, '25 o '26, la data  incerta".
 Ora, risulterebbe difficile descrivere la faccia di Silvio Diotallevi, il Maestro. Anche perch, non fu tanto sul Carpaccio, fu dopo. Quando Lopane sfil senza prendere neppure fiato la dinastia dei Carolingi. In verit aveva incominciato malissimo perch appena si era messo a declamare Pipino il Breve si erano alzate le proteste dei presenti. Solo Silvio aveva capito benissimo che la strada era giusta. E infatti poi: "Carlo Magno, Ludovico il Pio, Lotario I, Ludovico II, Carlo II il Calvo, Carlo III il Grosso e Arnolfo di Carinzia". Esattamente come rispose il concorrente. Anzi quasi esattamente perch cadde su Lotario I, non si ricord che il trattato di Verdun gli aveva affidato la corona d'Italia. "Eppure era facile, era l'843," tagli corto Lopane...
 Storia di un'enciclopedia

 Curiosa la vita. Non che Defendente Lopane, professione gelataio comunista col carretto, fosse stato toccato dallo Spirito Santo. La storia di quel suo sapere era molto pi banale. Lopane aveva infatti ereditato da uno zio una mastodontica Treccani. Prima di riceverla Defendente non sapeva nemmeno cosa fosse, la Treccani. Non sapeva neppure cosa fosse un'enciclopedia, a dirla tutta. Per questo quando gli telefon un parente che non sentiva da anni dicendogli che lo zio Franco, cugino della sorella del marito di sua nonna, cio pi banalmente il cugino di suo nonno, noto studioso e noto cagacazzi che Defendente si era dovuto sorbire a tutti i pranzi di Natale, gli aveva lasciato in eredit un'enciclopedia, la Treccani appunto, Defendente disse con orgoglio: "Benissimo, speditemela". Lopane non cap molto bene cosa gli risposero, intu solo che inviarla per posta non era conveniente. "Pazienza, tanto servir all'erede che chiss quando nascer. C' tempo. La ritiro io quando scendo quest'estate." Il viaggio di ritorno dalle Puglie di Defendente rest inciso nella sua testa come l'incubo della Treccani. Part da Foggia con qualche decina di chili di libri, dei pacconi sovrumani che dopo fatiche inenarrabili riusc a incastrare nel suo appartamento all'Ortica. L'operazione gli cost un paio di mobili. Forse fu per quello che Defendente svegliandosi una notte di soprassalto e inciampando per l'ennesima volta nel quinto volume accatastato per terra, quello della C che sporgeva quel tanto da creare problemi, giur che della Treccani ereditata se ne sarebbe sbarazzato di l a pochi giorni o, se non ci fosse riuscito, se la sarebbe studiata tutta. Scommessa azzardata. Chi vuoi che compri una Treccani da mezzo milione all'Ortica? Defendente cominci dalla prima pagina del primo volume. Tutte le notti con accanimento leggeva, ripeteva, rileggeva, ripassava ancora. Aveva un'ottima memoria, Lopane. Peccato che quel gioved 2 gennaio del 1958 fosse arrivato solo alla lettera F. La notte precedente aveva imparato da Finarco a Finissaggio. Ma l'ultima domanda di Lascia o raddoppia? riguardava la C dei Carolingi e nessuno seppe mai dei vuoti da Finissaggio in poi.
 La notte

 Quando fin Lascia o raddoppia? si formarono come al solito ancora per qualche minuto dei capannelli a commento. Solo la sciura Ines dovette essere svegliata, come ogni gioved, dalla solerte Loredana. Poi pian piano ce ne andammo via tutti, noi bambini per primi. Ci sarebbe piaciuto vedere almeno per una volta chiudere il bar. Sbirciare la porta dello sgabuzzino semiaperta con Loredana che si toglieva il grembiule e si sistemava le calze. Era bella, davvero bella. In seguito, quando diventammo pi grandi, un po' ce ne innamorammo. Ma rimase sempre per noi una donna irraggiungibile, quella che ogni adolescente maschio si porta con s, nelle proprie fantasie pizzichine. Pensammo a lungo, adolescenti, quant'era imbecille Gilberto. Ci convincemmo che forse dietro a quel dandismo il marito di Loredana nascondesse in realt un'effeminatezza eccessiva. Ci eravamo evidentemente dimenticati, ormai, delle sue donne, della sua storia romana che aveva fatto la fortuna e poi la sfortuna e poi ancora la fortuna e la sfortuna di Claudio Brusa e di mezza Piazza, ma di questo racconteremo poi.
 Intanto Claudio, Silvio, Defendente, gli ultimi amici certamente si stavano preparando a trascorrere il loro quarto d'ora accademico, quello dopo la chiusura, davanti al bar. Noi eravamo gi a letto, l'abat-jour acceso a difenderci dalle nostre paure. Chiss se il giorno dopo sarebbe stata una giornata di nebbia o cosa. "Questa sera c' aria di neve," avevamo sentito dire dopo Lascia o raddoppia? Forse davvero allora a Milano nevicava di pi.
 

 Ore 20.45: 27 febbraio 1958
 Volante 4

 Per ordine della Centrale Operativa questa volante si portava alla Torre Velasca dove una telefonata anonima segnalava uno schiamazzio continuo all'altezza del piano 19. Preso l'ascensore abbiamo raggiunto il piano in questione. Effettivamente le urla erano ben visibili anche dall'esterno. Guidati dal rumore abbiamo suonato a un'abitazione qualificandoci. Dopo una lunga attesa che ci costringeva a risuonare venivano ad aprirci due uomini identificati in La Barbera Cataldo, nato a Agrigento il 25/2/1917 di professione ufficiale dei Carabinieri e Minetti Spini Federico, nato a Bollate (Mi) il 15/10/1905 di professione uomo politico, attualmente deputato al Parlamento. I due si scusavano asserendo che tutto scaturiva da un piccolo alterco tra il segretario dell'onorevole che aveva avuto il vestito e le scarpe imbrattati di vernice e il custode della Torre la cui negligenza aveva fatto s che il barattolo fosse dove non doveva essere. A comprova di tali affermazioni veniva esibito il segretario che effettivamente era tutto macchiato di rosso. Il giovane che d'aspetto appariva molto turbato chiedeva congedo e rientrava in casa velocemente inciampando per nel filo del telefono e finendo tra le braccia di un uomo pallidissimo in divisa da custode, presumibilmente il custode, che si scansava facendolo finire per terra. Dopo aver chiesto al presunto custode se si sentiva bene (l'uomo appariva in disordine negli abiti e nei capelli tanto da farci nascere il sospetto che fosse stato fatto oggetto di percosse o di minacce) e averne ricevuto un cenno d'assenso e dopo aver intimato a tutti di ripristinare la quiete ci siamo allontanati riprendendo il servizio motorizzato. Tanto si comunica per il pi da praticarsi.
 

 3

 11 gennaio 1958

 Defendente vs. Gilberto

 C'era la solita sciura Ines, ma truccata un po' peggio. Si capiva che Mario Riva le piaceva meno di Mike. Quel sabato sera 11 gennaio 1958 al Bar Tabacchi si respirava aria di serata speciale. Vuoi perch la squadra dei grandi, gli adolescenti dei Giardinetti che se la tiravano da americani, aveva vinto la prima partita a baseball della sua storia contro i nemici di sempre, quelli di Citt Studi, vuoi perch Gilberto andava dicendo a tutti che gli era arrivata la lettera di conferma per la convocazione come concorrente del Musichiere che portava in calce addirittura la sigla di Mario Riva in persona. La convocazione era per aprile, aveva tre mesi per finire di prepararsi, non si sarebbe perso un solo secondo delle trasmissioni, tanto per tenersi in allenamento.
 "E ce le hai le scarpette?" era il solito Lopane. "Tutto agghindato come te ne stai sempre, con la cresta ritta sulla ciocca come un caddu, le scarpe di gomma tu non hai neanche la pi pallidissima idea di cosa sono. Se te le metti sei capace di spalmarci sopra il lucido..."
 "Tesoro bello, io giocavo a tennis prima ancora che tu e il tuo carrettino del put prendeste la licenza. Lui quella di commercio e tu quella elementare, che tra l'altro forse  il contrario, quella elementare ce l'ha lui e gli serve anche di pi..."
 "Il tennis! Adesso gli  venuta a tutti la mania del tennis... La vanga, altro che la racchetta, perch il mondo dovrebbe essere pi semplice: l'omu cu la pala, la fimmena cu la cucchiara! Sai una cosa?"
 "Cosa?"
 "Arriver il comunismo!..."
 "E come no! Cosa dice? A ciascuno secondo i suoi bisogni?... Comunismo uguale scarpe da tennis per tutti? Pronti! Arrivano treni di scarpe da tennis da Mosca. Tenute insieme con la coccoina! Al! Tranne naturalmente per il compagno Defendente che ci ha i piedi talmente svizzeri e sghimbesci che non si trova il numero. A te per farti le scarpe ci vuole Picasso. Ma cosa parlo con gli ignoranti! Tu di Picasso conosci solo il cavallo. A proposito, sbaglio o ieri hai giocato un pagher sul tuo Picasso piazzato e dopo dieci secondi netti ti ha tirato dritto la curva e l'hanno trovato al Lido?"
 "E allora? Terreno pesante ci steva! Ma sulla carta era come trovare i soldi per terra. Come rubare in chiesa..."
 "E invece ha vinto il Torquato. Che in gsa el v mai ma vince. Quello  un brocco, dai retta. Lo chiamano Picasso perch  tutto sbirolo! E pi astratto del tuo pistacchio! E tu giocalo sempre, pirla! Va', va' anca t a scurva' al Lido con il tuo Picasso, che l' mej."
 Ora, per capire qualcosa dei due bisogna tenere presente una serie di fatti.
 Primo, Defendente giocava ai cavalli una volta al mese, lui diceva "purtroppo, dato che non mi posso permettere di pi", gli amici dicevano "per fortuna", dato che Lopane di scommesse non ne azzeccava una e loro in fondo ci tenevano alla sua pace familiare. I suoi cavalli "scurvavano" sempre al Lido, che  come dire che tiravano dritti verso la siepe della piscina comunale di piazzale Lotto. Secondo, la famosa enciclopedia era ponderosissima, come ben si sa, e prima di arrivare alla lettera P di Picasso ne sarebbero passati di anni. Terzo, i piedi di Lopane facevano veramente schifo. Erano grossi, enormi, ma cos storti che parevano pi corti di quella dismisura che invece li caratterizzava. Per questo usava scarpe vecchissime, raccattate chiss dove, la cui struttura deformata era la sola a permettergli di camminare non proprio normale ma almeno con decoro. Quarto, le scarpe da tennis. Chi  come noi e ha avuto l'avventura di trascorrere l'infanzia davanti al televisore in bianco e nero, sa che al Musichiere i concorrenti erano costretti a indossare delle orrende scarpette simil-tennis con le quali - agili? - dovevano improvvisare corsettine nel breve tragitto tra la sedia (a dondolo) sulla quale erano seduti e una campanella. Il primo che arrivava a suonarla aveva il diritto di rispondere, tentando di indovinare il brano che era stato cantato da Nuccia Bongiovanni e Paolo Bacilieri, le voci ufficiali della trasmissione. Quinto e ultimo, Defendente e Gilberto non si pu dire che si adorassero. C'era tra loro una personale lotta di classe, almeno cos forse pensava Lopane. O pi semplicemente si trattava di una specie di inevitabile contrapposizione di stili di vita, qualcosa che faceva capire a entrambi che mai e poi mai, comunismo o meno, avrebbero potuto appartenere alla stessa barca. Oltretutto, e la cosa era quasi ridicola, Defendente faceva concorrenza in qualche modo al bar con quel suo tubicino di gelati tre gusti. E Gilberto, sempre cos distrattamente attento agli incassi, aveva calcolato che un buon due per cento in meno grazie a Defendente Lopane il Bar Tabacchi premiata ditta Brusa-Alberti lo portava a casa.
 Comunque Defendente abbozz, fece aprire il contaminuti con le palle da biliardo e si mise in un angolo a giochettare da solo. Ormai la platea era gremita. Non per Lopane, naturalmente. Per Mario Riva e il suo quiz musicale. Domenica  sempre domenica, si sveglia la citt con le campane. Al primo dindn del Gianicolo Sant'Angelo risponde dindondn... Part la sigla.
 Gilberto vs. Antonio

 "Dieci pacchetti di Turmak Rosse, mi dia."
 "Una stecca?"
 "Dieci pacchetti di Turmak Rosse, dissi."
 "Guardi, le do tutta la stecca, che faccio prima."
 "Preferisco sfuse. Megghiu tanticchia sfuse."
 "Duecento sigarette sfuse... Le mette tanticchia in tasca o ha qui fuori il furgone?"
 "Sfusi i dieci pacchetti, grazie."
 "E va ben. Adesso prendo la stecca, vede che prendo la stecca? Gliela apro... cos... le sfilo i pacchetti... uno, due, tre... cinque, otto, dieci. Glieli impilo a mo' di stecca... cos. E glieli consegno. Sarebbero duemila lire. Il servizio disimballaggio  gratis."
 "Grazie. All'uscita pago."
 "Non c' nessuno all'uscita, nino. La cassa  qui. Per servirla."
 "Appunto. Ora io qui sto. Quando esco, prima che esco passo di qui, lei vede che esco, le dico che esco, e pago. Poi esco. Che, tieni scanto che non ti pago?"
 "Guardi, io tengo tante cose, una famiglia, un bar, tengo al Milan, tengo anche una pazienza che forse quest'anno mi danno il Nobel. Siamo rimasti in quattro, in semifinale incontro san Francesco che  gi in ritiro per la sfida. Che, tieni scanto che sunt adree a ciapptt per el cuu? Ma pensa t, chesch! Desidera altro?"
 "Un caff bassissimo."
 "Un caff ristretto. Si dice ristretto."
 "Ristretto per voi. Per noi normale ..."
 "Senta, facciamo una bella roba. A casa sua comanda lei, a casa mia comando io. Sia bravo, a casa mia si dice ristretto. Oppure corto. Bassissimo, mi viene in mente i nani del circo Togni."
 "E allora, la piantiamo di far casino? Mcchela l, che qui non si sentono le canzoni!"
 "Adess sar colpa mia, se chesch l' indree de cotura!"
 Claudio vs. Silvio

 Claudio Brusa se ne sta in prima fila, la moglie bionda in ultima a parlottare - ma piano, per carit, vuoi mai che si disturbi Il Musichiere! - con Loredana, la tabaccaia. Gli altri, tutti gli altri, imbesuiti a naso in su, a guardare il quiz. Claudio si  appena perso una risposta che sapeva benissimo.  andata cos. Breve intro dell'orchestra. Incomprensibile. Concorrenti col culo a sfiorare la sedia, pronti per lo scatto verso la campanella. Bacilieri attacca: "Va', serenata mia! / Stasera ad ascoltare...". Parte un concorrente, parte l'altro subito dietro. Il primo suona la campana e non risponde, il secondo idem. Silvio, il Maestro: "Va', serenata mia! / Stasera ad ascoltare non c' nessuno! / Va', serenata al vento / non si pu dire addio senza rimpianto...". Si  alzato in piedi e con una mano al cuore e l'altra protesa all'infinito, esattamente sulla zucca pelata di Claudio, si  esibito in un assolo piedigrottesco.
 Sempre Silvio: "Serenata, la cantava la Pizzi con Togliani. Una bguine".
 Sbagliato, e questo Claudio Brusa lo sa benissimo. Ma intanto  scoppiato il diverbio al banco, quello delle Turmak-caff, e Claudio, che vorrebbe dire che  tutto giusto tranne il titolo, che in realt sarebbe decisamente e inconfutabilmente Serenata a nessuno, ha perso l'attimo, ormai Mario Riva il titolo esatto l'ha detto lui. Silvio Diotallevi si  portato comunque a casa un mezzo punto di considerazione della platea e il Brusa, dopo il breve sfogo nei confronti di Gilberto, si  ricomposto, pronto per il prossimo motivo che non indoviner mai. "Porca paletta!"  il massimo che gli esce.
 L'uomo delle Turmak Rosse nel frattempo si  bevuto il suo bravo caff, sta tamburellando le dita sulla pila di Turmak - confezione rigida quadrata, sigarette rigorosamente piatte - e si sta guardando intorno.
 Gilberto  uscito da dietro il bancone. Pare concentrato sui motivetti-quiz, adesso. Ma chi lo conosce appena un po' sa benissimo che con la coda dell'occhio non si perde l'uscita del bar. Chi lo conosce anche un po' di pi pu sapere esattamente cosa pensa, Gilberto. Che pensa: "Va bene tutto, ma bisogna starci attenti, coi terroni. Quello con quattro balzi mi scappa fuori con tutte le sue belle Turmak e chi si  visto si  visto...".
 Questo pensa Gilberto. E gi che  l, visto che al Musichiere  il momento dell'ospite e non c' da indovinare niente, si strapazza il cervello per capire chi  quell'uomo dall'accento certamente siculo entrato per la prima volta nel suo bar. Lui l'ha gi visto da qualche parte, ne  pi che sicuro. Boh. "Di terni gh'e n' in gir tant, se somiglien tcc come i giapuntt..." Si assomigliano tutti come i giapponesi. Sar, ma quello ci assomiglia pi degli altri.
 Dai, Gilberto, che quasi ci sei. Basterebbe che tu ti ricordassi le poche immagini di qualche telegiornale. Quella volta, per esempio (ma come fai a dimenticartene?), in cui erano tutti ad aspettare il Brusa in tv. Quello, ti sarebbe necessario soltanto un piccolo sforzo,  l'omino dell'Ucciardone. Cognome Mitri, nome Antonio Giuseppe Rosario Mariassunta. A parte Mariassunta, che sarebbe un po' come chiamare Ugo una baggiana che di primo nome fa Ines, che sono nefandezze che si fanno dalle loro parti e qui da noi al Nord neanche col revolver puntato alla schiena, per il resto Rosario e Giuseppe erano i nonni, Mitri era il padre, pare, e Antonio... be', don Antonio nella sua zona era uno che contava molto, soprattutto i soldi che gli portavano gli altri, quelli come il pap di Antonio Mitri, per l'appunto.
 Tragitto di Antonio. Ucciardone. Rivolta. Mediazione. Fama televisiva. Prime pagine dei giornali. E fin qui ci siamo. Liberazione-premio, doverosamente anticipata e immediata. Reazione prevedibile con conseguente formulazione del famoso "che ci faccio io qui?". Ribellione socio-geografica. Primo treno per Milano. Pensioncina nei pressi di Brera. Necessit di sopravvivere. Giri dei bar con biliardo. Tutto nell'arco di pochi giorni.
 Antonio vs. Defendente ovvero Defendente vs. Antonio

 Tecnica di Antonio. Si entra in un bar con stecche. Si guarda giocare. Si individua il migliore. Lo si sfida a "chi perde paga". Se ci si rende conto che lo sfidato  un osso duro, si perde la prima partita. Si chiede la rivincita. Si vince la seconda per un pelo. Si d l'impressione di aver avuto un gran culo. Ma si d l'impressione anche di essere presuntuosi. E a quel punto scatta il tranello. Si accusa l'avversario di avere avuto una fortuna sfacciata fin l. Si dice, sapendo bene che il campione locale la pensa diametralmente all'opposto, di essere i migliori sulla piazza, di essere sicuri di vincere alla grandissima. Dibattito, possibilmente con partecipazione di tutto il bar. Si azzarda. Si propone una cifra, oltre al pagamento del costo del biliardo. Si mettono i soldi sotto a un posacenere. Un bel deca a testa, per esempio. Si gioca e si stravince alla grande. Perch Antonio Mitri a biliardo investe un'abilit unica, pari soltanto a un'altra specializzazione, diciamo meno legale, ma di quest'ultima non  ancora tempo di parlare.
 Quel sabato, per,  diverso. Con i soldi racimolati fin l al biliardo Antonio ha ottemperato a malapena agli obblighi della prima settimana di pensione, comprensiva di cena e pranzo, vini inclusi. E un vestito grigio topo "all'Onest / dove spendi la met". "Minchia che reclm, ma come avr fatto a venirgli cos bene la rima?" E l'abbonamento con la Pina, una prostituta che, gi che si trovava casualmente l alla pensione, c'era da farsi un trisettimanale al posto del solo servizietto del sabato, un'occasione da non perdere. Dunque, il bell'Antonio se ne esce dall'alberghetto e se ne va a testare una zona nuova. Vede il bar, la gente, il biliardo. Ma quella sera non  convintissimo - fa bene, ch l'intuito a certi fuoriclasse della stecca non manca - e poi c' confusione e poi c' che ha appena mangiato una pizza al trancio che sar stata spessa una spanna. A seguire del castagnaccio con sopra una mattonata d'olio. Insomma, Antonio ha bisogno di un caff, ha bisogno di qualche sigaretta. E ha bisogno soprattutto di un castello con i suoi bei birillini da tirar gi. Con la boccia dell'altro, naturalmente.
 E allora. Antonio al banco. Prende le sue Turmak Rosse e al rallentatore lo vediamo avvicinarsi al biliardo, ma con lo sguardo dritto al video, come se si interessasse a Gina Lollobrigida, l'ospite di Mario Riva. Defendente ha appena azzardato un numero dei suoi, colpo sotto della bianca sulla rossa, due sponde della bianca che va a spegnersi a un dito dal castello, cinque sponde della rossa che colpisce il pallino di retro. La rossa si ferma in cima, attaccata alla sponda. Il pallino svogliato entra nel castello, abbatte un birillo laterale e sposta di un soffio quello centrale che barcolla ubriaco per un microsecondo e poi si accascia su un fianco. Il pallino  ora incollato esattamente sul bollino del birillo centrale abbattuto. Due morti e la conquista del castello. Che farebbero quattro e due sei pi il pallino colpito, altri quattro. Totale dieci punti e una lezione del Genio. Non che ad Antonio faccia schifo la Lollo ma la sua attenzione al video  stata tutt'altro che totale. Il numero di Defendente  stato visto, analizzato, soppesato, valutato alla fine con un otto meno meno. Talentuoso ma inutile e comunque battibile. "Minchia, bel colpo, niente male. Ma io avrei fatto diverso." "Cio?" (Lopane , pi che stupito, curioso.) "Quattro sponde, rossa in buca, bianca a colpire il pallino, candela, castello, gi i tre birilli di fila, rosso e due bianchi. Due pi tre cinque pi otto tredici... Permette? Mitri Antonio." "Lopane." Defendente ha dato la mano di fretta perch sta gi posizionando le biglie esattamente dov'erano prima del suo tiro. Adesso gli sta dando la stecca. "Prova."
 "Ragazzi, deve ancora nascere quello che viene a dare lezioni al Grande," pensa Lopane.
 Antonio esegue. E sbaglia.  ovvio che il professionista sbaglia se vuole fare abboccare il pesce boccalone. Sbaglia ma di poco, quanto basta per non farsi capire. E poi si arrabbia, adduce scuse banali, fa intendere di essere molto presuntuoso. Insomma alla fine Defendente  bell'e tirato dentro nel meccanismo. La partita  secca, ai 101. Manca da definire la posta. "Guarda," sono naturalmente passati al tu, "io ho pigghiato le Turmak e il caff. La scummissa  cinque pacchetti. Chi perde paga, bonu?"
 Bonu. In televisione non c' pi la Lollobrigida, a dirla tutta non c' pi neppure Il Musichiere. Nel Bar Tabacchi donne poche. Sciura Ines e compagnia bella sono gi concentrate sulla camomilla serale, a cinque metri dal letto assolutamente pronto. Le pi intraprendenti stanno facendo l'"acqua che pizzica", come chiamano i bambini l'Idrolitina. Liquido del lavandino pi salutare bustina di anidride carbonica. Sar il bicchiere della staffa, quello che purifica prima del sonno. Quello che le far alzare nel cuore della notte. Perch la pip bisogna farla quattro o cinque volte al giorno, pi una di notte. Dunque le signore sono andate quasi tutte via. Mariti, fidanzati, zii, amanti veri veridici presunti o presumibili sono rimasti tutti al bar, intorno al tavolo da biliardo. E non da poco. Gi, perch appena  partita la sfida, la prima, al bar Gina Lollobrigida aveva gi perso un buon cinquanta per cento degli interlocutori. Tutti l, a guardare chi  questo sconosciuto munito di baffetti che  talmente autolesionista da sfidare il Grande Lopane. Partita non leggendaria ma degna degli annali. Fino ai 90 pi o meno alla pari. Peccato per quella bevuta brocchissima da 12 che all'ultimo tiro  costata la partita allo Straniero. Peccato per lui, in fondo si era comportato con decoro. Nessuno ricordava un 90 contro Lopane. A parte la partita delle biglie non omologate, il migliore di loro, il Brusa, massimo aveva fatto un 72 che sembrava un mille, tanto era difficile uscire a testa alta contro il Campione.
 Proprio quando la gente sta per andarsene, stato d'animo esattamente come nei temi delle elementari, "stanca ma felice per la bella serata trascorsa", Antonio chiede la rivincita. Secondo (suo) copione. Lopane avrebbe da alzarsi presto a preparare il carretto, ma la posta  raddoppiata e un pollo cos da spennare non lo si trova tutti i giorni. Totale: siamo a dieci pacchetti di Turmak Rosse pi il caff e naturalmente il costo del biliardo. Ormai la situazione  tesa. All'ingresso del bar potrebbero comparire Nilla Pizzi, il fantasma di James Dean o la Madonna di Fatima - in ordine di importanza per i presenti - e non se li filerebbe nessuno. Ben per loro perch stanno per assistere a una partita storica che al 99 pari si risolver con una "messa" clamorosa ai danni di Lopane. Il Grande si difende alla disperata e tenta un impossibile doppio giro della morte spegnendosi nel castello. Meno sei. "C'est  dire 105 a 99. Grazie e arrivederci. Il conto lo paga il signuri..." Mitri ha gi sapientemente raggiunto la porta. A guardarlo  uno spettacolo. Sembrerebbe uscire di fretta, quasi fuggire. Ma  lentissimo, sa bene che una voce adesso lo fermer. Se lo aspetta da Defendente, ma potrebbe essere la voce di chiunque. E infatti non  Defendente a parlare. Lui se ne sta l, come impietrito, a ripercorrere il tragitto della biglia suicida, la sua, a guardare inebetito il contapunti che segna 105. Mai successo in tanti anni di onorata carriera.
 "E no, cazzo! Adesso gli devi dare la bella!" Silvio Diotallevi non ha mai detto cazzo al Bar Tabacchi.  un segno. Gli altri si avvicinano a Mitri, che ha mostrato un attimo di incertezza, si  girato impercettibilmente verso la voce, un piede gi oltre la serranda, sull'asfalto. "Prego? Con chi ho il piacere..." "Sono uno che non ha mai visto perdere il Re del Filotto. Sono un amico del qui presente Defendente Lopane. Ma so anche essere imparziale." "Fidati, lui  arbitro dentro" (Brusa). "Gliela devi dare la bella, gliela devi dare... vero che gliela dai?" (Gilberto). Mitri abbozza una minima resistenza: "E perch dovrei? Definimmo la rivincita soltanto...". Benedetto ragazzo, quanto sai essere figlio di puttana. Bene, te la sei giocata proprio bene fino a adesso. Defendente, come emerso da una lunga apnea, riprende fiato: "Me la devi perch io ti ho concesso la rivincita e non ero obbligato. Me la devi perch adesso ho cambiato stecca. Me la devi perch io qui sono il numero uno e intendo restarlo. Me la devi perch... perch mo' mi sento come se avessi preso una sagghiuccheta sulla fazza.  chiaro?". "Be', non  che devi fare l'elenco della spesa. Te la deve e basta." Curioso vedere Gilberto che difende Lopane. "Vero, ciccetti, che te set no un ciollandari?"
 Eccolo, il siciliano scaltro.  rientrato di un passo. Vuoi vedere che non capisce il dialetto? No, l'ha capito quanto basta, ma la posta in palio sta diventando troppo alta per cadere nella provocazione gratuita del ciollandari (il cui significato sfuggiva anche a noi - allora come ora - ma siamo nei paraggi del "fannullone"). Ormai  dentro, accanto al biliardo. Ha afferrato una stecca, la guarda, la soppesa, la posa, ne prende un'altra. Soffia sulla punta, poi la ingessa tranquillo. Il culo appoggiato allo spigolo sud-est, sentenzia a mezza voce: "Bonu, accetto. Ma solo per dimostrare che il biliardo non  giuoco di culo, u' biliardo un n' paru e sparu! Comunque, quale saribbe la scummissa?". "Dieci volte la puglia: duemila Turmak Rosse." Defendente ha parlato. Come il profeta. Sragiona, obnubilato dalla sconfitta. Metterebbe sul banco sua moglie, cos almeno pensano tutti. Ma non sono per niente preoccupati. Sanno che vincer. "E dieci caff macri": un rilancino ci stava, eh, gran troia d'un Mitri. "E dieci Punt & Mes." Ora Lopane  quasi sprezzante, gi pregusta il trionfo. "In totale sarebbero l'equivalente di ventimilaottocentocinquanta lire." Gilberto puntualizza, si sa mai, "con questo qui che non so neanche da dove viene". Ma precisa doveroso: "Per dire, perch in questo locale non si scommettono soldi, al massimo si scommettono consumazioni...". "Amicu miu, vuol dire che sar costretto a cambiare quartiere e venire a vivere c, visto che avr il bar gratis per un po' di tempo." La partita inizia alle 22 e 48 del meridiano di Greenwich e termina alle 23 e 32 dello stesso meridiano ma per Antonio Mitri poteva anche essere sulla luna e avrebbe fatto uguale. Quarantaquattro minuti senza sentire volare una mosca. Solo i colpi del legno e dell'avorio, persino il frusciare del tappeto. O almeno cos si raccont in seguito. L'ultima mano, giudicata il capolavoro assoluto mai scolpito sulle antiche tavole del gioco del biliardo italiano da bar, fu un'Erzegovina reinventata con palla battente a quattro sponde, morta felice a baciare il pallino, immobile in zona sud-est; e palla avversaria colpita secca di sfaccio prima di rimbalzare sulla prima sponda a fare le sue belle sei pareti ancora tramortita in lenta agonia dalle parti del lato nord-ovest ma dopo aver, beninteso, maciullato il castello, tre birilli su cinque. Totale tre punti il pallino pi due da due e uno da quattro il castello per una somma di undici. "C'est  dire 90 e 11 uguale 101. Dalle mie parti." Era logico che vincesse Mitri, logico per noi che sappiamo. Ma da quelle parti, dalle parti della Piazza, ne sanno di certo pi loro di tutti noi e di Mitri Antonio messi insieme. Tanto che a vincere, con quella Erzegovina strepitosa non fu Mitri, bens Defendente Lopane, che mantenne lo scettro di imbattibile, ma non quello di imbattuto. Inutile dire che gli cost moltissimo quella battaglia persa 105 a 99, un'ora prima, pi che la guerra vinta ora alla grande. Tanto che quando Loredana chiese a suo marito Gilberto: "S, va bene, ma adesso chi paga?" e suo marito Gilberto fece eco: "S, va bene, ma adesso chi paga?" la richiesta suon banalmente retorica per tutti. Ovvio che paga lo straniero, Mitri Antonio, il siciliano, ma il cuore che piange  quello di Lopane.
 Il dopo partita

 Difficile raccontare quel che successe dopo. E poi noi bambini non c'eravamo. Pi facile supporre, piuttosto. Per esempio che quella sera, quando Mitri non pag, perch i soldi o si fabbricano lavorando o si guadagnano lavorando, due soluzioni per lui insostenibili, Gilberto non se la sent proprio di fare lo splendido. E pretese tutti i soldi e subito e freschi e belli e soprattutto comunque. Ci pens Defendente a saldare, poi usc dal bar seguito dal siciliano, una specie di passero bastonato. Antonio, che di solito parlava poco, anzi pochissimo, quella sera quasi non apr bocca. Lopane in compenso gli raccont un'intera vita di sette sponde, striscioni, giri dell'oca, dritte di misura e sfacci a una passata. Silvio, che resistette un'ora al gelo per onorare il suo ruolo di arbitro inutilmente super partes, li lasci davanti al vespasiano l'uno di fronte all'altro, Defendente sempre a parlare e Antonio a chiedersi come si fa a parlare e a pisciare in contemporanea. Come se la minchia richiedesse meno attenzione di uno sfaccio a una passata.
 

 4

 Casa Brusa, sabato 11 gennaio, ore 23.55

 "Claudio, vieni a letto, che ho sonno."
 "Momento."
 "Non  che te ne puoi stare ogni volta l davanti allo specchio per delle ore..."
 "Amore, saranno tre minuti..."
 "...a massacrarti la testa con quella ignobile lozione rossa. Piantala con quel Trasciril, che intanto non ti serve a niente. E poi a me vai benissimo cos. Sai una cosa, sei anche pi interessante, adesso."
 "S, diglielo a quelli del telegiornale. E poi si chiama Trafuril. Tra-fu-ril.  una medicina, altro che lozione. Me l'ha detto il medico, c' una letteratura in tal senso..."
 "Letteratura? In tal senso? Ma come parli?"
 "Forbito, come il dottore. Che fino a prova contraria  la persona pi indicata per dare consigli medici. Che mi faranno passare questo cacchio di alopecia. E che, se non la faranno passare, almeno la faranno penare... Non deve averla vinta lei, porca trota."
 "Va' a vedere Stani, invece, quando ti sarai deciso a finire di pitturarti la zucca. Da' un'occhiata se dorme...
 "Dorme, dorme... Quello dorme sempre, quando deve dormire. E anche quando dovrebbe stare sveglio, vacca rana."
 Piazza, sabato 11 gennaio, ore 23.57

 "Vedi, io non ho niente contro le scommesse, anzi! Vuoi un cavallo? Picasso. Lo giochi piazzato dopodomani, te lo danno a cinque. Punti mille, porti a casa cinquemila.  come rubare i soldi in chiesa."
 "Nossignore, non faccio quelle cose..."
 "Giocare ai cavalli? Eppure, se scommetti al biliardo..."
 "Non rubo in chiesa. Tengo i miei principi. E poi se lo danno a cinque... mmmh...  megghiu, molto megghiu, scammaliari."
 "Vuoi dire che non vince mai?"
 "Preciso."
 "Io a voi terroni non vi capisco. Ci vuole la mentalit, la mentalit imprenditoriale! I soldi devono viaggiare, i danee vanno e vengono, l'importante  che prima o poi si fermino nella tasca giusta... Guarda me. Solo due anni fa me ne stavo a Peschici e adesso sono un piccolo imprenditore, ho il mio negozio itinerante e..."
 "A Peschici... Lopane... E il terrone io sarei?"
 "Senti, caro il mio Dimitri..."
 "Mitri, mi chiamo. Mitri Antonio."
 "Preferivo Dimitri. Sai, un giorno mi trasferisco a Leningrado e apro la pi grande gelateria dell'Unione Sovietica. Comunque, dai retta: Antonio Mitri e non Mitriantonio. Ci vuole la testa, ci vuole saper capire i milanesi. Loro dicono prima il nome e poi il cognome. Se non fai cos sei gi bell'e fottuto. Guarda me, si sente che sono pugliese? Poco, pochissimo. Solo se voglio. Solo se voglio ti chiamo ceceliano, se no per me sei siciliano. Con la e bella aperta anche se non ce l'ha. Dai retta, si vede che sei un carusu, un pivello... ma dai, anche il modo con cui ti sei fatto fottere a biliardo... E informati, prima!"
 "Mizzica, solo per un pelo mi fregasti."
 "E te ne do atto. Sei stato il migliore. Ma il migliore dei perdenti conta meno del peggiore dei vincenti e io sono il migliore dei vincenti. Fa' un po' tu il conto..."
 "Li feci, purtroppo, i conti. Un sacco di soldi ti devo..."
 "Li facesti male prima, i conti. E adesso pagasti. Anzi, non pagasti... Cosa farai in futuro, andasti affanculo?"
 "Perch mi prendi in giro?"
 "Perch se non c' nessuno che ti dice le cose... quei passati remoti, per esempio..."
 "E che cos' il passato remoto?"
 "Be',  una cosa... non so spiegarti bene,  una cosa che mi ha insegnato il Maestro Diotallevi..."
 "Chi?"
 "Silvio! L'intellettuale!  andato via adesso! Quello con la giacca estate-inverno. Nel senso che d'inverno  estiva e d'estate  un cappotto..."
 "S, ma u' passato remoto?"
 "Il passato remoto  una cosa lontanissima. Qui i milanesi usano solo il passato prossimo perch tutto va cos di fretta che  appena successo. Ti faccio un esempio: tu non perdesti, hai perso.  una cosa che ti  successa da poco, che ti brucia ancora il culo adesso..."
 "Non offendere, Lopane. Non umiliarmi."
 "E chi ti umilia, ti aiuto. Io far di te un milanese anomalo, come me. Gli anomali sono anche meglio dei regolari. Perch cambiano il mondo da dentro. Sei comunista?"
 "..."
 "Che fai, stai muto?"
 "Non parlo sulle cose che conosco, figuriamoci su quelle che non conosco. Degli anomali e dei comunisti nulla so. E nulla mi interessa sapere. So sul biliardo..."
 "Ah, andiamo bene..."
 "...e sul fatto che ti devo tanti soldi. E che non li tengo."
 "E questo lo conosco anch'io. Sai una cosa? Io ti adotto. Mi dai una mano in tutto e non mi molli fino a quando lo decido io.  cos che mi pagherai il tuo debito. Ogni tanto mi alleni al biliardo. Io ti insegno a giocare, perch tu adesso sei bravino, ma il Biliardo con la B maiuscola  un'altra cosa... Per il resto quando ti serve ti prendi la tua bella libera uscita, vai a fare qualche giocata in giro per sopravvivere e pagarti l'affitto e il mangiare, poi torni."
 "Io sto in pensione a Brera..."
 " S, 'in via Cocomero la porta senza numero, in fondo alla ringhiera tra il cesso e la ruera'. Questa l'ho imparata qui, anche se in milanese non la so ancora dire bene. Ruera vuol dire spazzatura. Ripeti: 'ruera'."
 "R-u-e-r-a."
 "Visto? Promosso! Adesso passiamo al biliardo. L'Erzegovina non  che si chiama cos a caso. C' un perch per tutto e il tutto, come si capisce dal nome ideologicamente limitrofo, parte dall'Est... su ispirazione dell'Unione Sovietica... Mitri, chiss perch appena ti ho visto mi  venuto in mente... Sai cosa dicono al mio paese? 'Criste li fa e lu diavele l'accocchia.' Mitri chiss perch, eh?"
 Casa Brusa, domenica 12 gennaio, ore 0.15

 "Helga, mi dispiace davvero..."
 "Succede."
 "Io non capisco. Sar per via del panettone. C' il Gilberto che lo ricicla a fette. Questa sera durante il biliardo mi  venuta fame, ne ho presa una col caff, ma, vacis, era marmo. Il Bar Tabacchi  come la macchina del tempo, in dieci giorni ha il potere di invecchiare i dolci di dieci anni. Totale, ci ho un mal di stomaco... Sar per quello..."
 "O sar quel tuo Traperil... Guarda, hai la testa rossa e lucida che sembra un pallone della Nivea!"
 "Trafuril, Helga, Tra-fu-ril."
 "E comunque il panettone l'ho mangiato anch'io e sono stata benissimo."
 "Anche tu? Ne ho pagato uno solo."
 "Me l'ha offerto tua sorella Loredana."
 "Perfetto. Mia sorella e mio cognato a te ti regalano tutto, a me come al solito invece mi fanno pagare ogni consumazione fino all'ultimo centesimo. Sai cosa ti dico? Ma va' aff 'n brodo tutti e due, anzi tutti e tre!"
 "Claudio, credo che in questo periodo tu sia troppo nervoso. Ti alterchi per niente..."
 "...alteri..."
 "Scusi tanto, dottore, se sono tetesca ti Cermania. Insomma, ti alteri, ti innervosisci e poi ci credo che a letto... Va be', lasciamo perdere. Buonanotte."
 "E no, adesso parlo io!"
 "Guarda, non ho proprio voglia di litigare."
 "E chi si sogna di litigare!  che non ce la faccio pi. Io non riesco a tenermele per me, le cose."
 "Non sar ancora per la storia del telegiornale! Ormai quella cosa l  andata. Acqua passata! Ti sei ripreso il tuo posto tranquillo al 'Corriere Lombardo', sei tornato a fare il tuo lavoro, cosa vuoi di pi..."
 "Non  quello... anzi, s... come faccio a dirti... Porca malora, ascolta Helga. Ci sono delle cose che non posso svelare, per cui non ti dico come, ma noi viviamo in un mondo di corrotti."
 "Ah, s? Sei sicuro? Pensavo di vivere dentro alla Bibbia, dalle parti delle tre Virt teologali."
 "Dai, davvero! Ti dice qualcosa il nome Mattei?"
 "Carlo Mattei?  un bravo pilota. E simpatico. Perch, ti hanno detto qualcosa?"
 "Cosa... Quale Carlo Mattei? Chi  questo Carlo Mattei? Cosa dovrei sapere?"
 "Calma, calma, Claudio. Non  successo niente.  solo un pilota dell'Alitalia che ogni tanto incontro. Mi fa la corte, ma lo fa in modo garbato."
 "Non  successo niente...  solo uno che mi fa la corte... in modo garbato... Ma ti rendi conto dell'enormit delle cose che mi stai dicendo?"
 "Te le sto dicendo perch non ho niente da nasconderti. E poi  innocuo, solo una volta ha cercato di entrare in camera al Danieli, a Venezia. Eravamo tutt'e due in trasferta. Il venerd ogni tanto succede..."
 "E tu? Cosa hai fatto?"
 "Cosa vuoi che abbia fatto. L'ho fatto entrare..."
 "Ma..."
 "E gli ho parlato. E siccome lui  uno che ragiona, a differenza di te, si  accontentato di poco."
 "Poco cosa."
 "Un bacio."
 "Dove."
 "Cosa importa dove come e quando e perch. Un bacio e basta."
 "Un bacio e basta un bel paio di maroni! Un bacio pu essere sulla melonera o sul pinotto. C' un bel metro di differenza, cacchio!"
 "Per quanto ti riguarda non c' problema. Dovessi dartelo io, con la testa che ti ritrovi tutta piena di unguenti, saprei comunque dove andare a parare..."
 "Insomma, c' stato qualcosa?"
 "C' stato solo un bacio e non ci sar altro. Ti basta?"
 "No."
 "Ti deve bastare."
 "Helga, ma dormiamo nello stesso letto da dieci anni, dai, non  che possiamo..."
 "Dormire nello stesso letto mica significa fare gli stessi sogni,  normale no? Dai, chi sarebbe il tuo Mattei..."
 "Come il mio? Comunque sempre meglio di quel pisquano del tuo!... Insomma lui  un politico che sa il fatto suo alla grande. Si chiama Enrico Mattei ed  uno strano, pieno di contraddizioni. Non che a me me ne freghi qualcosa, beninteso. E comunque  uno che colpisce. Senti che carriera. Fa la Resistenza e alla fine si ritira in buon ordine. Poi per incomincia a filarsi con la Dc. Risultato: adesso  finito a capo di quell'enorme casotto che  l'Eni con tutto quello che le sta intorno. Insomma, il propellente italiano, benzina, gas, eccetera. Roba dello Stato, mica privati, che ha bisogno di un manager."
 "D'accordo, e tu cosa c'entri?"
 "Momento, questo  solo l'inizio."
 "L'inizio? Siamo a posto..."
 "Mattei arriva all'Eni come un buon capitano di ventura e gi nel marzo dell'anno scorso ottiene una firma storica, quella dello Sci di Persia.  la firma di un nuovo patto che va contro gli interessi delle pi grandi compagnie petrolifere in circolazione, sai le Sette Sorelle..."
 "Cio?"
 "Cio Mattei propone e ottiene dallo Sci di fare una societ e di estrarre il petrolio insieme, Italia e Persia."
 "E che razza di novit rivoluzionaria sarebbe?"
 "La novit  che le altre grandi compagnie petrolifere, Esso e Shell in testa, dettano legge da sempre e impongono a tutti i paesi produttori un contratto capestro in cui la compagnia arriva, impianta le trivelle, estrae e paga il 50% al paese ospitante. Il rimanente se lo tengono loro. Mattei invece dice allo Sci: io ti do il normale 50% come le altre, in pi diventi mio socio (sottinteso: non ho molti soldi per le trivelle), paghi la met dei costi di estrazione, e alla fine facciamo a met anche del restante 50%. Vale a dire che la Persia ottiene dall'Italia il 75% del greggio, l'Italia porta a casa solo il 25%, ma riesce a entrare nel mercato e a tener testa alla concorrenza."
 "Continuo a domandarmi perch tutto questo discorso."
 "Ecco, ho saputo in circostanze che non ti sto a dire, di una ruberia."
 "I soliti italiani..."
 "...che rubano. I tedeschi invece durante la guerra saranno stati delle gran brave personcine... Lasciamo perdere. Fatto  che nell'affare delle trivelle, italiane come tecnologia, c'erano in ballo tre o quattro aziende. Pi una tedesca."
 "E ha vinto la tedesca."
 "Sbagliato. Ha vinto un'italiana. Certa Metallurgica Novarese Spa."
 "Perfetto, tutto a posto. Non siete contenti?"
 "Che ha pagato del denaro per vincere la concorrenza."
 "A chi, allo Sci o a Mattei?"
 "A nessuno dei due. Mattei  troppo ambizioso e probabilmente  anche incorruttibile. E lo Sci... be', viene da ridere che prenda dei soldi lo Sci dalla Metallurgica Novarese. Lui, se vuole, Novara se la compra e se la mette sul comodino."
 "E allora a chi?"
 "I soldi li prende qualcuno del governo. Non so bene chi. Ma so chi  stato incaricato di andarli a ritirare e pi o meno quando. E soprattutto so dove verranno lasciati dalla Metallurgica, il giorno prima del loro ritiro."
 "Immagino in banca."
 "Immagini male. Verranno lasciati in un appartamento."
 "Perch?"
 "Perch cosa?"
 "Perch in un appartamento e non in banca?"
 "Cosa ne so. Per fare un po' di cinema. Oppure per non lasciare tracce dirette dei movimenti di quel denaro. Comunque se non ho capito male l'inghippo funziona cos. La Metallurgica Novarese tre mesi fa compra un appartamento al diciannovesimo piano della Torre Velasca e lo intesta all'onorevole Minetti Spini, sottosegretario alle Partecipazioni Statali. Anzi a sua moglie.  l'anticipo, l'atto di buona volont, la prova che fa sul serio. Dentro all'appartamento, come in molti altri appartamenti della Torre Velasca, c' una grossa cassaforte murata. La differenza  che nella cassaforte di Minetti Spini ci sono cento milioni in contanti. La mattina della firma del contratto tra l'Eni e la Metallurgica Novarese, all'onorevole verr consegnata una busta. Dentro c' l'invito alla prima mondiale di Assassinio nella cattedrale, data 1 marzo 1958, ore 21 e 15. Teatro alla Scala, naturalmente. Un innocente, piccolo segno di riconoscenza da parte dell'azienda. Apparentemente innocente, perch sul cartoncino, dopo il rituale R.S.V.P., c' stampato un numero di telefono. Che per non  un numero di telefono:  la combinazione della cassaforte dell'appartamento in questione..."
 "Qualcuno diventer ricco..."
 "Qualcuno, o qualcuna tra le tante correnti democristiane che si fanno la guerra. A volte i soldi in politica non servono tanto a diventare ricchi, ma a diventare potenti. Un vero schifo. Non mi era mai capitato di trovarmi in un puttanaio del genere. Ho provato, senza dire pi di tanto, a soffiare al mio giornale il sospetto che dietro agli appalti del petrolio ci fosse un magnamagna. Prima sembravano attenti, ma  durato poco. Dopo qualche ora erano gi pi tiepidi. Alla fine... eh, alla fine... Sai quando senti odore di lettera in arrivo 'Gentile dottor Brusa, siamo spiacenti eccetera'. Ascolta, a me non mi  mai interessato di fare le grandi rivoluzioni. A me mi basta la tranquillit, mi basti tu, vorrei che mio figlio crescesse bene e sano e intelligente e sveglio. O almeno un paio di queste quattro cose perch mi pare che i miracoli siano difficili da pretendere. Per... per ci ho anche riflettuto su e non mi va pi che il mondo giri sempre cos storto. Sono cambiato, sai. Forse  stato anche per questa specie di esaurimento, forse sono ancora un po' sballato, ma adesso mi sento di essere cos. Devo trovare il modo di denunciare questa cosa. Non sopporto gli intrighi e le pastette. L'Italia sta vivendo un grande momento, non si merita tutto questo. D'altra parte anche tu mi dicevi... Helga... Helga... Dormi? Senti Helga, cambiando discorso, ma esattamente a questo Carlo Mattei... il bacio... esattamente dov' che gliel'hai dato? Helga! Ma io sono dietro a parlarti e tu mi dormi? Vacis, vacis, doppio vacis..."
 Sagrato della chiesa, domenica 12 gennaio, ore 11.40

 "Maestro, t'ee vist che roba? Hai visto che roba ieri sera?"
 "Ho visto, ho visto, Gilberto... Io comunque quell'Antonio Mitri l'ho riconosciuto subito. Era quello che all'Ucciardone ha fatto da paciere tra gli insorti e la polizia. Vedi come va il mondo? La carocchia 'ncapa doveva prenderla l e invece l'hanno liberato per venirsela a prendere qua. Perch il Grande Lopane a biliardo non si tocca, gi il cappello, coppola 'nterra...Dimmi, piuttosto... tu come va...  un po' che ti guardo, mi pare che cammini 'ncopp'a ll'ove."
 "E come deve andare? Bene. Insomma, il solito."
 "Il solito inteso come il solito?"
 "Il solito."
 "Nel senso del solito: una scappatella qua, una scappatella l... Come un palummiello."
 "Ma cosa dici?"
 "Dico quello che sento in giro col mio superudito da Nembo Kid e quello che vedo, ma per vedere mi bastano gli occhi normali di uno di Piedigrotta. Che sanno guardare in primmese dentro... Ueh, Gilb, che hai combinato a Roma?"
 "Cosa ho combinato... Ho conosciuto una, tutto l."
 "Una come?"
 "Una. Che sarebbe pi di mezza e meno di due."
 "Ma vale dieci."
 "Be', dieci  uno sproposito. Diciamo otto. Maestro, cosa vuoi che ti dica. Bella  bella, intelligente  intelligente, ricca  ricca, potente  potente..."
 "Nel senso che se ti d un perccolo ti ammazza."
 "No,  mia moglie Loredana che se mi d un perccolo, o quel che l', mi ammazza."
 "Appunto. E allora perch non molli?"
 "Hai ragione.  che non  cos semplice... C' la storia dell'appartamento..."
 "Quale appartamento?"
 "Senti, ti dico un segreto, ma devi promettermi... insomma giurin giuretta."
 "Lo giuro."
 "Incrocia le dita."
 "San Gennaro, che mi fai fare, che c' gente che ci guarda..."
 "Incrocia!"
 "Lo giuro... cos... va bene?... Che vergogna..."
 "Ci sarebbe di mezzo un appartamento al diciannovesimo piano della Torre Velasca."
 "Che fai, ti fai regalare le garonnire?"
 "Macch.  roba di politica. Insomma questa mia amica di Roma..."
 "...questa tua 'nnamuratiella..."
 "...che ha il padre deputato, una volta si  lasciata sfuggire una confidenza... o forse l'ha fatto apposta, chiss... magari lei  cos onesta che..."
 "E parla, benedetto figliolo, parla che qui facciamo notte. Che  'sta confidenza..."
 "'Na mazzetta, come dite voi, un bel malloppo, un sacco di soldi custoditi dentro a un appartamento della Torre Velasca. Corruzione. La corrente del padre prende i soldi per concedere un appalto. Tutto qui."
 "E dici un prospero! Che hai fatto, l'hai detto subito alla polizia?"
 "S, la polizia! E secondo te la polizia... ma lascia perdere la polizia e mica la polizia! E poi che prove ho? E soprattutto che me ne frega? L'ho detto a Claudio, ecco a chi l'ho detto.  lui il giornalista, no?"
 "Claudio? Buono quello! E che fa Claudio, che fa?"
 "Se la sta cacciando e molto. E a furia di cacciarsela mi sta convincendo anche me. Che, tra l'altro,  un macello perch la questione non  semplice... Signr, com' complicato da spiegare..."
 "Guaglio', se fai cos non ci capisco pi niente. Prova a partire da un punto preciso..."
 "Allora... conosci Mattei?"
 "Carlo Mattei? Un collega. Insegna in quarta F,  un bravo guaglione, nu poco sfaccendato, ma che vuoi, tra due anni va in pensione..."
 "Ma che Carlo, Enrico Mattei, il presidente dell'Eni..."
 Giardini, davanti alla statua di bronzo dell'Uomo Nudo, domenica 12 gennaio, ore 11.55

 "Gli uomini nudi non sono cos."
 "Che scoperta, gli hanno messo davanti qualcosa."
 "Una foglia."
 "E infatti non sono cos. La foglia  in pi."
 "Anche noi bambini non siamo cos."
 "Ti faccio vedere..."
 "Lo so benissimo. Una volta ho visto mio pap che usciva dal bagno. Non ho bisogno di saperlo da voi due!"
 "Era cos per dire..."
 "Si fa una specie di scambio. Noi due ti facciamo vedere come siamo e tu..."
 "Vi devo dire una cosa."
 "Se lo lasci finire ti spiega..."
 "Vi devo dire una cosa molto importante."
 "Anche noi ti stavamo dicendo una cosa molto importante."
 "Sentite, io vado ad abitare da un'altra parte della citt."
 "Non fare la scema."
 "Non scherzare, Mad."
 "Non scherzo, mio pap mi ha gi cambiato scuola."
 "Non...  vero..."
 "Vado a abitare in Porta Romana."
 "Come, a Porta Romana..."
 " lontano?"
 "Non molto, una volta ci siamo stati a cercare le buste sorpresa. Vi ricordate quell'edicola dove abbiamo comprato anche due 'Tiramolla'..."
 " lontanissima!"
 "Mica tanto."
 "Ma ci abbiamo messo tutto il pomeriggio..."
 "S, per ci eravamo fermati anche a dare da mangiare ai pesci rossi nei giardini della Guastalla..."
 "Sentite, ho pianto tanto, non mi va di andar via. Se dite che poi  anche lontano  peggio... Noi ci vogliamo bene?"
 "S."
 "S."
 "A me basta saper questo. Vedrete che ci ritroveremo spesso."
 "Ma perch vai via?"
 "Mi vergogno un po'... Mio pap e mia mamma si sono separati..."
 "Cosa vuol dire?"
 "Che non vanno pi d'accordo. E cos mio padre  tornato a vivere dai miei nonni. E anch'io vado dai miei nonni.  riuscito ad avere quell'edicola l, in Porta Romana. Io abiter nella casa di fronte."
 "Quando vai via?"
 "Tra dieci giorni, se no va a finire che perdo l'anno scolastico..."
 "E noi?..."
 "E noi come facciamo?"
 "Mi telefonate."
 "Ma poi torni?"
 "Chiss."
 "E le biglie?..."
 "Guardate..."
 "Cc... cosa..."
 "...ff... fai?..."
 " solo per dire che...  vero, sono fatta diversa da voi... E voi?"
 "Be'... noi... anche noi... dai, non fare lo scemo, fa' vedere anche tu..."
 "S, s, anch'io..."
 "Basta.  solo che  l'ultimo segreto tra di noi. Ciao."
 "Aspetta..."
 "Ciao!..."
 

 Ore 1.15: 28 febbraio 1958
 Volante 25

 Su segnalazione della Centrale che aveva ricevuto una telefonata da De Luca Anna Maria in Galbiati denunziante la scomparsa del coniuge Galbiati Piero Ernesto che non aveva fatto ritorno a casa dopo il turno di lavoro e si era reso al telefono irreperibile ci siamo recati presso la Torre Velasca di cui il Galbiati  custode. La portineria appariva deserta. Da un inquilino della Torre che stava portando fuori il cane per le sue funzioni abbiamo appreso di un rumoroso andirivieni per tutta la notte al piano diciannovesimo dello stabile. Saliti lass abbiamo rinvenuto il Galbiati accovacciato in un angolo. Appena ci ha visto il portinaio si  preso la testa tra le mani e piangendo ci ha detto che lui nulla c'entrava e nulla sapeva di quanto accaduto. Richiesto di spiegazioni riguardo a cosa si riferisse, il rubricato ce le forniva ma in maniera talmente confusa che non siamo riusciti a venirne a capo. Poi abbiamo notato un arrossamento alla sua tempia destra e alla domanda se fosse stato percosso da qualcuno il Galbiati rispondeva che se lo era procurato cadendo e picchiando la testa contro il pomello d'ottone massiccio di una porta. L'evidente confusione mentale nella quale versava il rubricato era indubbiamente provocata dal colpo subito. Quasi sorreggendolo abbiamo riaccompagnato a casa dalla moglie il Galbiati visto che ha rifiutato il ricovero accertatorio. Abbiamo quindi soprasseduto a ogni eventuale denuncia.
 

 5

 Del duca. Ovvero Antonio e le casseforti

 "Ruba un'asse di legno e ti chiameranno ladro. Ruba un regno e ti chiameranno duca." Il Libro di Nan Hua, come tutti i testi sacri, non prevede mezze misure. Che per nella realt esistono, non foss'altro per confermarci che ogni religione  desiderio che si umilia a legge, mai scienza che si offre al cuore. Antonio Mitri era un ladro, ma aveva la testa di un duca. Il cui regno era la cassaforte e in fondo poco gli importava se il suo contenuto fosse un ciottolo di fiume o un diamante grande come una noce. Perch il genio di Antonio - quella sottile linea di confine che divide la banalit di una qualsiasi appropriazione indebita dall'esaltazione di una esclusiva conquista impossibile - era totalmente circoscritto e calibrato al Meccanismo, cuore e cervello, occhi e vulva della creatura pi perfetta e desiderabile che la vita gli avesse mai messo davanti: la cassaforte, appunto. Il Meccanismo di ogni cassaforte prevedeva, implorava conoscenza, reinvenzione, follia, calcolo, genialit, raziocinio, sofferenza, amore, distacco, passione, sensibilit, rispetto, attenzione, complicit, perfino. Dunque Antonio Mitri, ladro e duca - finito all'Ucciardone come un amante tradito proprio dall'ultima cassaforte del suo desiderio che si era rivelata un po' pi complessa del previsto (le casseforti, come le donne, per fortuna non sono tutte uguali, andava dicendo il nostro) - aveva affinato negli anni le sue capacit di violatore di marchingegni, fino ad essere considerato imbattibile. Come tutti i migliori Don Giovanni non se ne faceva un vanto. Anzi, se qualcuno lo lusingava con complimenti non richiesti, si scherniva, negava, giocava al ribasso, per quanto gli fosse possibile senza perdere credibilit. Affermava che s, certamente se ne intendeva, ma che c'era ancora tanto da imparare. E che in fondo ci vuole anche una buona dose di fortuna. E che comunque la leggenda aveva costruito intorno a lui una mitologia che non gli apparteneva e che la verit, cio un ridimensionamento delle sue "conquiste", prima o poi sarebbe venuta fuori in tutta la sua cruda essenzialit. Naturalmente Antonio non si esprimeva esattamente cos. Ci siamo presi noi, una volta tanto, il diritto di innalzare il linguaggio, i suoi discorsi, per quanto a nostro avviso essi avrebbero voluto significare. Sostanzialmente, a chi lo blandiva sul suo primato, Antonio, forte dell'innato senso della sintesi proprio dei semplici, rispondeva: "Ma che minchia vai dicendo?", che poi a conti fatti sarebbe la stessa cosa.
 Mitriantonio era questo e poc'altro, fatta eccezione per il biliardo, altro Meccanismo perfetto. Ma attenzione, con una grande differenza. Mentre con la stecca Mitri era, tutto sommato, abbastanza veloce quando doveva studiare una mossa e abbastanza umano quando gli necessitava fare leva su tutte le sue innegabili sensibilit del braccio, del polso e delle dita, per le casseforti, che mai avrebbe preso con la forza, rivelava una incredibile sensibilit nella zona occipitale (nella fronte, per lui) e quindi in qualche luogo del suo cervello. Il suo metodo era spettacolare, lento, incredibilmente sofisticato e nello stesso tempo semplice. Non richiedeva ferri del mestiere. Quelli li usava - pochi ed efficaci - semmai per forzare una porta d'ingresso: gli bastava una molletta o un tondino di ferro e ci impiegava imprecisati secondi. No, per le casseforti gli occorreva tempo. Pretendeva il silenzio assoluto, lo infastidiva persino un respiro appena cadenzato. Si piazzava davanti al suo oggetto del desiderio, lo fissava a lungo, quasi cercasse chiss quale strano feeling. Sfiorava con i polpastrelli il perimetro dell'acciaio, poi, pi presente, l'intera facciata. Quindi, quasi in trance, la rotella delle combinazioni. A seguire, il coup de thtre: tenendo i piedi completamente nudi e solidali con il terreno, si lasciava cadere in avanti, in modo da appoggiare la fronte alla cassaforte, appena di lato alla combinazione. Il corpo, leggermente inclinato, era percorso da impercettibili fremiti. Allora, lentissimo e quasi trattenendo il respiro, iniziava con la punta delle dita a girare la rotella, numero per numero, lettera per lettera fino a quando non era pienamente e definitivamente convinto che fossero quelli giusti. L'operazione si ripeteva, infinita, sino al termine della combinazione. A quel punto, Antonio il Conquistatore, madido di sudore e di passione, si spingeva in fuori con le mani e tornava in posizione eretta. La prova finale, quella dell'apertura fisica dello sportello, era per lui, certo ormai del risultato, una pura formalit. L'atto si era compiuto gi con l'identificazione dell'ultima cifra. Ma acquistava, l'apertura, la magia definitiva del rito: a quello Mitriantonio non avrebbe rinunciato per nessun motivo al mondo. Avvicinava, solenne, le dita alla manopola e lentamente la girava, aspettando, prima di tirare lo sportello a s, un paio di secondi, con perfetto sincronismo tra solennit e suspense. Infine agiva. Ma guardando gli astanti, non il contenuto che stava oltre lo sportello. E allontanandosi subito, quasi non gli importasse del ciottolo o del diamante.
 Antonio Mitri, duca di Palermo, era fatto cos.
 Della giustizia. Ovvero Claudio e i suoi dubbi

 Cerchiamo di capirlo, Claudio Brusa, professione giornalista di un giornale del pomeriggio, il meno acquistato dei tre giornali del pomeriggio che Milano vanta senza vantarsene. Pare la caricatura di un personaggio dei fumetti del periodo: Teddy Sberla, cronista del "Singhiozzo della Sera", uno che se ne gira per la sua citt con il cartellino "Stampa" infilato nel Borsalino sulle ventitr e che soprattutto non combina mai un beato cazzo. Claudio  uguale, o almeno lo  stato fino alla svolta che lo ha reso calvo. Paraculato come pochi e cio come tutti i suoi colleghi e qualche altra rarissima categoria di lavoratori dipendenti, tipo le hostess, appunto per restare in famiglia. Conoscenza della cronaca, totale. Approfondimento della vita, zero. Emozione, assente. Passione, partecipazione, fantasia, utopia, mai sentite nominare. Capacit di galleggiare, indiscutibile. Luoghi comuni sul vivere quotidiano, assoluti. Questo fino alla sua partecipazione al concorso televisivo come lettore del Tg. Poi improvvisamente la tensione inaspettata, lui che sembrava cos serafico; l'iscrizione alla Democrazia cristiana, lui che pareva cos menefreghista in politica; lo stress da attesa e la caduta dei capelli. Infine il concorso andato a puttane, e il crollo. Pochi giorni di depressione totale, un baratro che pareva senza fondo. Il famoso tunnel che solo chi ci  entrato e ha saputo uscirne conosce.  a quel punto che si inserisce Gilberto. Claudio ha con il cognato dandy e sciupafemmine un rapporto accettabile, per certi versi i due sono abbastanza simili. Non ci pu essere molta distanza tra chi in comune ha la professione di vendere fumo, seppur in campi diversi. Cos che quando Gilberto gli confida la faccenda della tangente, a Claudio improvvisamente si illumina un mondo, anzi una serie di piccoli mondi.
 Piccolo mondo di vendetta verso il partito che non l'ha sostenuto al concorso.
 Piccolo mondo di campanilismo: i romani sono ladri, i milanesi riparano alle loro malefatte.
 Piccolo mondo di carrierismo: dopo tanto anonimato finalmente un vero scoop, quello desiderato da una vita.
 Piccolo mondo di egocentrismo: e quello non bisogna neanche spiegarlo.
 Il resto  quasi cronaca, con il rifiuto del giornale non di pubblicargli la notizia (che quella mica gliela aveva passata) ma addirittura di ipotizzare un'inchiesta sul mondo degli affari e della politica. "Brusa, ricordati il mio motto: Mota quietare, quieta non movere," gli aveva buttato l il direttore strizzandogli l'occhio. Invito che il Nuovo Claudio, forte delle sue recenti scoperte, non aveva neppure preso in lontanissima considerazione.
 Teddy Sberla che avrebbe fatto, come avrebbe reagito? Boh. Ora Claudio Brusa sa soltanto una cosa. Deve darci dentro. Non ha ancora le idee chiarissime, ma intanto ha deciso di entrare in quel famoso appartamento della Torre Velasca di cui conosce tutto, attraverso il ciarliero cognato Gilberto. Che suo malgrado  stato tirato nel vortice e che ora sar costretto a scaricare al pi presto (per essere finalmente libero di agire a vantaggio dell'umanit onesta) la sua amica romana, autrice della rivelazione maldestra. In fondo non gli dispiace neanche tanto. In fondo a tutti e due i cognati non dispiace molto questo improvvisato doppio ruolo di fustigatori di costumi e di investigatorigiustizieri. Per ora si tratta di idee vaghe, non sanno cosa succeder. E pensare che Lopane lo dice da sempre che questi politici sono corrotti, che non fanno gli interessi della gente. Peccato che sia comunista, cacchio. Be', qui ci sta bene cazzo, e osiamo ogni tanto, Savonarola d'un Claudio Brusa. D'accordo, senza esagerare, ma osiamo. In tutto. Con calma e piedi per terra, se no diventiamo come il Gelataio di Peschici che le carambole le fa ottimamente, i gelati cos e cos, ma dai, quando parla della Russia...
 Dell'utopia. Ovvero Defendente e il comunismo applicato al gelato

 La scritta sopra il baracchino di Lopane da pochi giorni era cambiata. Da: Un gelato. A ognuno secondo i suoi meriti, a: Un gelato. A ognuno secondo i suoi bisogni.
 Era chiaro per tutti che la visione politica del compagno Defendente aveva subito una drastica accelerazione dal socialismo al comunismo, forse per l'acuirsi delle contraddizioni sociali agli albori del boom economico, forse a causa della necessit di trovare nuovi mercati al prodotto-gelato mantecato. In ogni caso il gelato - tre gusti con la variante - restava il metro di paragone, l'unit di misura, unica e indiscutibile, dell'Utopia Lopane. Nella sua Citt del Sole ci sarebbe stato gelato per tutti, inconfutabile conseguenza dei raggiunti valori di dignit, lavoro, giustizia, denaro, amore, godimento, fratellanza, e zone limitrofe. Forse la visione lopaniana della societ risultava alla fine un po' troppo conogelatocentrica, ma tant', questo l'avremmo capito soltanto dopo, il comunismo prevede tante vie possibili - compresa la possibilit che non ve ne sia una possibile - e il compagno Defendente se non altro era uno fuori dal gregge, tanto di cappello. E poi in fondo lui era un artista, e non un artigiano, un imbonitore, e non un mercante, un Grande della stecca da biliardo, e non un boccettaro. Uno di tal fatta il comunismo poteva costruirselo solo cos. Con un'unica concessione: Mosca, o in seconda battuta Leningrado. Ma l'inverno? Cosa c'entra l'inverno coi gelati? D'accordo, in fondo il comunismo, avrebbe detto Mao, non  un pranzo di gala. Figurarsi il gelato.
 Del plusvalore. Ovvero Gilberto e la Cinquecento grigia

 Se per Lopane il passo successivo al suo "tutto il gelato al popolo" poteva essere "un mezzo di locomozione per tutti" (ma possibilmente non a pedali), per Gilberto significava l'incarnazione del capitale. Possedeva infatti, oltre alla nobilissima Fiat 1400, anche una Cinquecento. Ma non una Cinquecento Qualsiasi. Era la prima, grigia e spartana, modello quasi prototipo datato primavera 1957, con i finestrini che non si possono abbassare e soltanto due posti a sedere (gli altri due sono semplici strapuntini).
 Gilberto l'ha comprata appena uscita dalla fabbrica, tra i pochissimi italiani a potersela permettere. L'ha posteggiata davanti al suo bar, adducendo pretesti promozionali con sua moglie Loredana. Tutti vogliono vedere il nuovo modello in circolazione, dice. "Tutti verranno a bere il cappuccino da noi." Vero solo in parte, c' da aggiungere. Perch Defendente, che gi mal digerisce l'approccio consumistico dell'amico-rivale, spinto da una sorta di acume levantino che camuffa con il disprezzo tutto raziocinio dettato dalla politica, gli piazza di fianco il suo triciclo-gelateria. E la gente, si sa, d'estate  pi facile che compri un gelato che un cappuccino bollente. Fatto  che l'"odiata" Cinquecento porta pi affari alla ditta Lopane che all'impresa Alberti.
 E poi c' un altro fattore che in qualche modo ha innervosito il pioniere Gilberto, il fattore-cognato Claudio. Il quale  un po' meno esibizionista del buon Gilberto, ma non abbastanza da rinunciare alla sua Cinquecento, che gli arriva con qualche mese di ritardo, ma dotata di molte migliorie.  rossa, e il modello  stato riveduto e corretto dalla Fiat che, correndo ai ripari, ha fatto uscire nell'autunno dello stesso anno una nuova Cinquecento, con finestrini che si possono abbassare e quattro posti a sedere quasi normali.
 Cos, dicembre 1957, davanti al Bar Tabacchi della Piazza se ne stanno in bella mostra le due Cinquecento, la sorella maggiore grigio topo, e l'ultima arrivata, quella rosso fuoco, che  anche la pi apprezzata, con grande sofferenza del povero Gilberto. Sono l, una accanto all'altra, e non ci sono neanche pi i gelati da venderci addosso. Adesso Lopane  passato alla gestione invernale, detta delle caldarroste, e, ovvio, non  la stessa cosa. E poi i curiosi sono sempre meno, ormai tutto il quartiere ha digerito ampiamente la novit: e chi saranno mai questi Brusa e Alberti? Semplicemente due che hanno la Cinquecento:  cos strano? In fondo manca poco al 2000, e nel giro di tre anni gli italiani compreranno ben 350.000 Cinquecento, E chi se ne frega se soltanto il venti per cento di loro ha il bagno in casa, dalle statistiche siamo il popolo europeo pi attento all'igiene. Chiss gli altri... Ma queste sono divagazioni. Quel che conta  che sta per partire la costruzione dell'Autostrada del Sole, quella che collegher in pochi anni Milano a Roma con meno di dieci ore di auto, magari in Cinquecento. Siamo "liberi" di muoverci, di comunicare, di correre. Come farlo lo sappiamo, dove  un altro discorso. "Calma, per, un fesso alla volta," avrebbe detto l'eufemistico Brusa. "E vadaviaicipp."
 Della sopravvivenza. Ovvero Silvio e la gita

 Che Silvio Diotallevi, il Maestro, facesse parte del restante ottanta per cento degli italiani, tutti lo sospettavano. Anzi, vista la casa di ringhiera dove abitava, ne avevano la quasi convinzione. Ma non la assoluta certezza, dato che Silvio evitava accuratamente di invitare a casa sua chicchessia. Anche la macchina, per Silvio, era un bene irraggiungibile. Passava intere mezz'ore a guardare i due modelli esposti davanti al Bar Tabacchi e qualche volta, quando Gilberto era in vena, montava al suo fianco, tanto per gradire. Non avevano grandi mete da raggiungere, i due. Giravano per la citt con la Cinquecento grigia e chiacchieravano. Pi che altro il Maestro tempestava Gilberto di domande. Naturalmente sulla Cinquecento e sulla segnaletica. Tanto che alla lunga lo stesso Gilberto aveva ridotto il pi possibile le uscite in macchina per paura che Silvio, vedendolo, volesse salirvi. Qualche volta, pur di avere un po' di requie sul codice della strada, Gilberto si dirigeva verso luoghi che potessero distrarre Diotallevi. La strada che confinava con la pista di atterraggio dell'aeroporto Forlanini e il neoerigendo villaggio Artigiano, sempre da quelle parti. Oppure l'abbazia di Chiaravalle. Ma Silvio non migliorava. La sua loquacit si orientava verso altri discorsi, alla lunga altrettanto noiosi. Mai che parlasse di donne, rarissimamente di calcio, un po' pi di ciclismo, ma ancora troppo poco per essere accettabile. Non che il Maestro non fosse in grado di occuparsi un po' di tutto, ma chiss perch in macchina diventava noiosissimo. Cos il villaggio Artigiano era tutte le volte un ghetto: "Non si capisce perch gli artigiani debbano stare con gli artigiani, finir che Milano avr il villaggio dei vigili, quello dei trapezisti, quello dei commercianti, quello delle sciantose...". "...e quello delle troie. Pensa che comodo!" "Ma che dici, con te non si pu mai parlare di cose normali. Sempre a fare il muschiglione." "Cazzo, Maestro, sei pesante! O mi decifri tutti i cartelli stradali, o mi cerchi di convincere che i frati di Chiaravalle vanno a comprare le uova in latteria e poi le vendono come fossero del loro pollaio allo spaccio del convento per i bigoli come noi, o mi racconti che l'aeroporto Forlanini non va bene cos vicino alla citt e che nel giro di due anni lo spostano... Sono sempre le stesse cose, che racconti. E poi, a dirla tutta, se io voglio essere inchiappettato dai frati con le uova finte o assordato dagli aerei, o se mi piacciono i villaggi, che so, per quelli che hanno le orecchie a sventola, non puoi ogni volta uccidere i miei sogni..." "Io non uccido nessuno. Io pretendo il diritto di critica. Comunque se vuoi appiccicarti con me, vabbuo', appiccichiamoci..."
 Ogni volta cos. Per fortuna le occasioni non erano soltanto le brevi gite in auto. C'erano anche le lunghe gite in pullman. Con l'arrivo dell'inverno, infatti, venendo meno gli arrotondamenti del magro stipendio del Maestro legati alla sua abilit di animatore di piazza, Silvio si era inventato con grande fantasia una specie di club di amanti della montagna, lo "Sci Club Cappadue". La fantasia non consisteva evidentemente nell'organizzare uno sci club, per il quale oltretutto in citt c'era una concorrenza abbondantissima. Bens nell'aver deciso di occuparsi di un argomento fuori tema per un napoletano verace. In realt, aveva capito presto che quella dello sci era l'unica divagazione domenicale oltre al calcio che potesse interessare i frequentatori del Bar Tabacchi; il povero Diotallevi era stato costretto in brevissimo tempo a documentarsi e a recuperare quello che per cultura geografica ignorava totalmente. Cos, dopo una breve ma intensa preparazione teorica sullo sci e sulla montagna, finalmente il Maestro si era deciso a passare all'attacco: avrebbe organizzato la prima gita privata sulle nevi per famiglie del quartiere. La prima gita, a parte quelle di don Cesare, il prete dell'oratorio, che per per fortuna, fino ad allora, erano state riservate unicamente ai ragazzi.
 La partenza fu definita per domenica 26 gennaio. Prezzi promozionali, colazione al sacco, con possibilit di sovrapprezzo per un piatto unico di polenta e salsicce. Destinazione Piani di Bobbio. Sarebbe stata certamente una gita da ricordare, Silvio Diotallevi lo garantiva ad ogni iscrizione. E la credibilit maturata nell'estate, tollino dopo tollino, era incontestabile, a giudicare dall'adesione entusiasta degli avventori del Bar Tabacchi. Il pullman fu riempito subito, al massimo della capienza.
 Sarebbe stata davvero una gita da ricordare, ma non solo per quello che tutti noi, grandi e piccoli, ci aspettavamo.
 

 6

 26 gennaio 1958, domenica

 Prodotti tipici

 L'ultima casa di Barzio era un salumificio, unica vera industria di tutta l'Alta Valsassina. Il pullman entr lentamente nel vasto cortile. Silvio aveva preteso che l'autista imboccasse via Lecco, la meno agevole delle due strade che portavano verso Milano, proprio perch aveva previsto quella sosta. "Un momento di attenzione! Mo' chi lo volesse pu acquistare dei prodotti genuini..." "Prodotti di cosa?" "Come, di cosa? Non leggi la scritta? Qui si lavora l'unico mammifero di cui non buttiamo via niente. E qual  l'unico mammifero di cui l'uomo ha imparato a non buttare via niente?" "La donna!" Lopane era in evidente stato di sovreccitazione. L'improponibile quantitativo di Vov e Latte di Suocera che aveva ingerito per tutta la giornata incominciava a fare effetto e a destare qualche preoccupazione, dato che tutti sapevano che le sbornie di Defendente, dopo l'iniziale stupidera, potevano prendere due sole strade: o la volgarit molesta o l'assennatezza triste, e non si sapeva davvero quale delle due augurarsi perch entrambe erano deleterie per le dinamiche di gruppo. Silvio tagli corto: "Potete comprare cotto, crudo, coppa, strutto, lardo, salame, 'nzomma tutta la mangianza del porco. I prezzi sono all'ingrosso, gli assaggini sono gratis. Il vino ce lo mettete voi ma  meglio che non ce lo mettete, che gi stiamo 'nfusciati. Vero, Defendente?". Ma Lopane per fortuna si era gi semiaddormentato.
 La gente della Piazza voleva decisamente bene al Maestro Diotallevi, si fidava di lui. Ne aveva ben donde, dato che davvero Silvio aveva organizzato quella sosta senza tornaconti personali. Nessuna provvigione; soltanto, pensava, se la gita nel suo insieme avesse portato dei vantaggi al gruppo, se ne sarebbero potute organizzare delle altre e in quel caso il primo a goderne sarebbe stato lui: pi gitanti appagati, pi iscrizioni future. Quindi anche pi quattrini, sempre comodi, per pochi che fossero! Gli acquisti andarono alla grande, tanto che a stento fu possibile trovare il modo di accatastarli. Riprese il viaggio di ritorno.
 Una domenica bestiale

 Il pullman, pi simile alle gi citate e proletarie corriere che a un moderno mezzo di trasporto per turisti, naturalmente non aveva spazi congrui neppure per gli sci. Quei pochi gitanti che ne erano in possesso, pur di non caricarli sul portapacchi, li avevano appoggiati a terra, lungo il corridoio, cos che ormai era diventato quasi impossibile, alzandosi, raggiungere altri posti. D'altra parte la gente non aveva neanche pi tanta voglia di muoversi, era decisamente stanca, stravolta, addirittura, dopo quella domenica ai Piani di Bobbio.
 La giornata era incominciata prestissimo, che ancora era buio, davanti al Bar Tabacchi. Una cinquantina di adulti pi un numero imprecisato di bambini, noi compresi, si era presentata a gruppetti, vestita in maniera per lo meno stravagante. Ciascuno si era preso la briga di interpretare a modo suo quella anomala domenica di gennaio del dopofeste. Tranne qualche raro caso - Gilberto sfoggiava una giacca a vento rossa che pareva uscito dalla pubblicit della spedizione al Polo di Amundsen e un paio di pantaloni elasticizzati neri con tanto di riga cucita che, pur essendo stati acquistati da Brigatti, lo collocavano pi dalle parti di Marcel Marceau che da quelle del rude Zeno Col - quasi tutti avevano scelto l'abbigliamento cosiddetto "a cipolla". In pi: zaini borse borsette bibite schiscette panini. Inclusi i famigerati snguiss alle polpette della sciura Ines che avevano infestato in poche ore tutto il pullman con una sottile, ma subdola idea d'aglio. La cosa sarebbe stata anche pi o meno sopportabile, non fosse stato per quel terribile mix che si era creato tra l'aroma delle polpette e la quintalata di Pino Silvestre che Defendente era solito sfoggiare per le occasioni importanti. D'altra parte non si pu pretendere, si trattava pur sempre di una prova generale e lo Sci Club Cappadue doveva ancora partire. Le slitte, massicce e ingombranti che parevano quelle di Babbo Natale (mancavano solo le renne), erano state sistemate sul portabagagli da un poco collaborativo e bestemmiante autista che si era poi rifiutato di caricare anche gli sci. Da l la decisione di portarseli con s nel corridoio. "Tutto sommato l' mej insc, casomai che li rubano, lasciati fuori." Gianni, l'omino del ghiaccio, detto dagli amici "Casomai-Che", inseriva un casomai ad ogni punto della frase in cui prendeva fiato. Era anche chiamato "il Giustifica", perch era portato per indole a dare ad ogni accadimento una chiave di lettura, prevalentemente positiva. Se pioveva: "Meglio, casomai che se non pioveva mi toccava innaffiare i gerani"; se faceva caldo: "Meglio, casomai che se non faceva caldo non vendevo il ghiaccio". Gianni vendeva il ghiaccio ed  bello ricordarlo oggi, perch  un lavoro che non solo si  estinto da qualche decennio, ma nessuno sa neanche pi che  esistito. Eppure in quegli anni in cui i frigoriferi si chiamavano ancora frigidaire da tanto che erano rari, quindi irraggiungibili e francesi come Christian Dior e le ostriche, c'era qualcuno - nella fattispecie Gianni - che andava alla sede del Palazzo del Ghiaccio a comprare dei blocchi di ghiaccio, appunto, se li caricava su un carrettino a mano, li copriva con un telo di iuta e poi li vendeva a pezzi spaccandoli con un martello e uno scalpellone. Per noi bambini Casomai-Che era un mito perch, tutte le volte che le mamme ci mandavano gi con qualche decina di lire a comprare un blocco di ghiaccio che sarebbe stato messo in ghiacciaia per conservare un po' di pi burro e formaggi, un pezzettino veniva dirottato per la granita di menta, o meglio ancora per l'orzata. Questo d'estate, ch d'inverno Gianni si riposava, passando il tempo a giustificare il lavoro degli altri. Ora, volevi che l'omino del ghiaccio non andasse a sciare? Lo dice la parola stessa che s, doveva farlo. E volevi che andasse a sciare senza gli sci? Casomai-Che se gliel'avessero chiesto non avrebbe avuto alcuna scusante, vista l'affinit elettiva tra neve e ghiaccio. Di conseguenza, chiss come, Gianni si era procurato degli sci cos improponibili che anche solo gli attacchi avrebbero meritato un posto al Museo d'arte moderna, ma come scultura astratta, con tutti quei fili incomprensibili. Per l'intera giornata i pi temettero che li infilasse. Per fortuna Gianni se ne guard bene: "Casomai che non essendomi allenato mi strappo la pubalgia". E pazienza per l'approssimazione dei termini: a vendere il ghiaccio "gh' no bisogn de studi l'anatomia", disse in proposito Gilberto, beccandosi svelto l'appellativo di Giustifica Due.
 Il viaggio verso la meta sciistica dur quasi tre ore, ma noi bambini ci divertivamo un mondo. E poi eravamo riusciti a far venire anche Mad, affibbiandola in tutela alla mamma di Marchino, la cui partecipazione alla gita, nonostante il rango un po' superiore alla media, aveva tranquillizzato tutti, essendo, come detto, una donna medico. Marchino naturalmente, con la scusa che Mad era sotto la responsabilit di sua madre, aveva cercato subito di vantare delle precedenze. Peccato che Mad l'avesse condito via dal primo minuto del primo tempo, infilandosi in penultima fila, proprio tra noi due e non mollandoci pi per tutto il giorno. Naturalmente Marchino si era consolato appena raggiunta la pista, perch lui, ovvio, era l'unico bambino che sciava alla grande.
 Da Barzio con la seggiovia raggiungemmo i Piani di Bobbio. All'arrivo fummo subito dirottati verso un rifugio del Cai, modesto ma accogliente, cos accogliente che otto persone su dieci, appena entrate e visto il camino bell'arzillo, non uscirono pi per tutto il giorno. Nonostante gli sbandierati propositi di contenere le spese, quasi tutti, all'ora di pranzo, cedettero alla melliflua proposta dell'albergatore di "un bel spessatino di cervo con pulenta", che sommato ai vari panini, al vino rosso, alle grappe, al Centogradi alla genziana, ai Vov e a tutti gli annessi e connessi, inchiod il gruppo alle sedie tra un pisolino, una partita a briscola, un canto di montagna e uno sguardo alla finestra "per vedere quelli che sciano: in propri matt, con 'sto frecc...". Noi bambini ci massacrammo di palle di neve e di slittate. Silvio, da buon animatore, si preoccup persino di organizzare una gara di pupazzi di neve. Non nevicava da un mese e per modellare quei blocchi gelidi e granitici ci sarebbe voluto Gianni con il suo scalpello. Ma figurarsi se quello si muoveva: si era piazzato in un angolo ad ascoltare le partite alla radio, che oltretutto l'Inter faceva zero a zero in casa col Padova. "Casomai che se perde anche oggi, almeno cambia allenatore." Il Giustifica.
 Il Branco

 Ormai era tardi davvero. Il pullman, dopo aver percorso con insospettabile baldanza i cinque chilometri di tornanti e sterrato che da via Lecco portavano alla provinciale, stava ormai raggiungendo il lago e presto l'avrebbe lasciato per imboccare lo stradone del ritorno a Milano. Ci aspettavano ancora un paio d'ore di pullman, semafori compresi. Avevamo le mani e i piedi congelati, nonostante il riscaldamento a mille. Ci appoggiammo a Mad e ci assopimmo.
 "Chi mi sa dire dove siamo?" Silvio Diotallevi ci svegli di soprassalto e, a giudicare dalla scarsa reattivit, svegli molti degli astanti. Dal fondo: "Maestro, c' scritto: ad Acquate". Eravamo in coda al semaforo, davanti all'indicazione stradale. "Grazie al cavolo, Claudio, ma che cos' Acquate?" "A me un paese, pare." Fu la prima parola pronunciata da Antonio Mitri che se n'era stato muto e infreddolito per tutta la giornata a stramaledire tra s e s il disgraziatissimo momento in cui aveva perso la sfida a biliardo, la qual cosa lo obbligava a seguire Lopane ovunque glielo chiedesse, anche in quel posto assurdo tra i monti, che a lui - Mitriantonio - la neve gli faceva schifo anche solo come concetto, figurarsi a calpestarla con le suole consumate all'Ucciardone di Palermo. Ora Antonio incominciava lentamente a riprendersi, dato che si profilava finalmente il tanto agognato rientro. Silvio: "S, ma quale paese?". "O cacchio, che due maroni! Un paese attaccato a Lecco" (Claudio). "Mi meraviglio di te, caro Brusa, perch hai detto una cosa esatta, ma insufficiente." Quando il Maestro Diotallevi saliva in cattedra in modo cos pignolo diventava quasi insopportabile. Lui stesso se ne rendeva conto, ma oramai la strada era imboccata e doveva arrivare in fondo: "Perch, caro Brusa, tu che hai fatto il liceo classico dovresti sapere che Acquate non  un semplice sobborgo di Lecco, ma  in primmese un luogo manzoniano". "Oh santa polenta, non siamo mica a Lascia o raddoppia?, lo so che  un luogo manzoniano. Ci  nata Lucia Mondella, secondo il Manzoni. Ma fa schifo lo stesso, soprattutto alle sette di sera di un gennaio del cavolo come questo." Lopane, in piena fase-assennatezza: "E allora, fiiu miu, Peschici  un luogo lopaniano. Ne ha pi diritto, visto che io a Peschici ci sono nato davvero, e non come 'sta Lucia, che non  neanche esistita". "Per fortuna, casomai che era esistita mi toccava anche andare a vedere la tomba, magari. A me le gite culturali mi fanno venire da gomitare..." Gianni, fin qui nelle vesti di Casomai-Che, da qui in avanti nella parte del Giustifica. "Anche se a ben guardare liberarsi  meglio che tenersi tutto dentro, un bel cucchiaino di bicarbonato e passa tutto." "E vabb, ho capito. Tanta fatica sprecata... E pensare che il Cappadue per me poteva diventare anche un circolo culturale, oltre che ricreativo... Con voi  come dare le perle ai porci! Come dare salmone e caviale ai pezziente 'e san Gennaro!..." "Senti, perle ai porci, vieni un po' qua dietro che ti dobbiamo dire una cosa." Diotallevi inciampando una dozzina di volte negli ingombri del corridoio raggiunse finalmente il sedilone dell'ultima fila dove se ne stavano stravaccati tutti, Lopane, Mitri, Brusa, Gilberto, Gianni. Per fare spazio al Maestro, Gianni fu fatto alzare e dirottato ai posti davanti. "Forse  meglio cos, casomai che con tutte queste curve mi vien voglia di gomitare davvero..." "Eh, ma allora  una fissa!  possibile che tu debba sempre parlare delle stesse porcherie, che di vomitare, con la lettera v, mi fai venire voglia a me, se continui a dirlo. E poi a starmene qui dietro, su 'sto pullman che mi pare uno sciaraballo..." "Ma cosa dici, Maestro, vieni qui Sciaraballo, che sei il nostro idolo!" "Oh, che fai... che fate... ohi, no!..." Il gruppetto era partito col solito scazzottamento amichevole che andava a parare come sempre in qualche colpo proibito. Sublime idiozia che accomuna gli uomini di tutti i tempi, anche se solo per i primi tre, quattro, al massimo cinque decenni di vita. Ma il Maestro Diotallevi, forse per il suo ruolo pi o meno riconosciuto da tutti, era passato indenne fino a quel momento dall'irrinunciabile fruc nelle balle in amicizia. E siccome anche quella volta, come sempre, il via alla rissa l'aveva dato Claudio Brusa, era evidente che quello era un modo come un altro per inglobare definitivamente Silvio nel branco. In fondo dovevano discutere qualcosa di molto importante, subito e senza troppi giri di parole. Ci voleva l'adesione da parte di tutti.
 La Banda

 Claudio a Silvio: "Maestro, sinceramente, credi che facciamo bene?".
 Silvio a Claudio: "Bene  una parola grossa. Diciamo che credo che non facciamo male. Non sar un colpo lindo e pinto dato che comunque si va contro il settimo comandamento".
 Defendente a Silvio: "Pirc, a quali comandamenti vanno contro loro, che ci rubano da sempre? Io non ci credo che tutti i furti sono uguali. Prendiamo per esempio la Chiesa, con quel tuo Pio XII che...".
 Silvio a Defendente: "Lascia perdere Pio XII, il discorso che conta  che in fondo non si tratter proprio di un furto. Perch noi ruberemo, ma per dimostrazione, per fare 'o quarantotto...".
 Defendente a Silvio: "Rubare... Rubare  una parola grossa, che cos sarebbe neanche rubare per davvero. Sarebbe riprendersi quello che ci hanno tolto da secoli...".
 Silvio a Defendente e Mitriantonio: "Calma, ragazzi. Abbiamo detto con Claudio che questa  un'operazione di chiarezza e pulizia. E cos sar. Nessuno di noi prender una sola lira del malloppo. Faremo una dimostrazione di cui parleranno tutti. Faremo una maschiata memorabile".
 Gilberto a Silvio: "Gi, ma come?".
 Silvio a tutti: " Come... Be', certo che qualcuno dovr pur sacrificarsi...".
 Defendente a se stesso: "Io per me mi sono gi sacrificato abbastanza, nella vita...".
 Silvio a Defendente: "E infatti. Non sarai tu a sacrificarti. Tu sei povero, tu per la cruna di un ago ci passi bene... insomma, si fa per dire. D'altra parte anche i cammelli ci passano, con un piccolo sforzo. Sono i ricchi che non passano e che non andranno mai nel regno dei cieli. Gilberto, tu ci vuoi andare nel regno dei cieli...".
 Gilberto a Silvio: "Il pi tardi possibile".
 Silvio a Gilberto: "D'accordo. Ma quando sar la tua ora ci vuoi andare?".
 Gilberto a Silvio: "Se proprio non posso farne a meno, come ultima chance...".
 Silvio a Gilberto: "Bene. Ci andrai, te lo assicuro. Ma senza la tua Cinquecento. E poich non vogliamo farti soffrire troppo di solitudine, Claudio ti seguir, ma anche lui senza la sua".
 Gilberto e Claudio a tutti: "Come sarebbe a dire...".
 Silvio a tutti: "Coraggio, mantenimmo 'sta cannela. Ho un piano preciso...".
 Era chiaro, per noi tre guagliuncelli che il caso aveva piazzato proprio immediatamente davanti all'ultima fila, che da quel momento non avremmo pi dovuto perderci una sola sillaba di ci che stava per essere detto. Non avevamo in mano tutti i tasselli della questione, ma avevamo capito che stava per succedere qualcosa di grosso. Un segreto pi grande di noi, una specie di caccia al tesoro, cose straordinarie che nemmeno a Topolinia potevano accadere. Per una volta avremmo tenuto per la Banda Bassotti, altro che Commissario Basettoni. Il Maestro Diotallevi illustr il suo piano.
 Il piano

 Intanto, partiamo dalla Banda. Che siamo noi, anzi che sono loro. Claudio Brusa, l'ispiratore. Gilberto Alberti, il basista. Defendente Lopane, il braccio. Antonio Mitri, l'artista. Silvio Diotallevi, la mente.
 Poi, il movente. Che per il giornalista Brusa  civile, per Lopane  sociale, per Gilberto  solidale, per Antonio  vita, per Silvio  giustizia.
 Quindi l'obiettivo. Sottrarre il malloppo dal luogo ove  custodito e mostrarlo all'opinione pubblica, come corpo di un reato consumato ai danni della comunit.
 Per finire, il piano vero e proprio, come fanno i banditi, quelli che contano.
 Gilberto andr a Roma nel weekend. Ci andr approfittando del fatto che i genitori del suo amore clandestino dovrebbero essere in viaggio all'estero. Dir a sua moglie Loredana che ha da finire alcune pratiche per la partecipazione al Musichiere. Andr in missione per fare la prima e unica vittima di questa vicenda: lasciare al suo destino di amante abbandonata - il come dipender dalla sensibilit dello stesso Gilberto - la ragazza. Con tante grazie per l'ottimo servizio.
 Di questa storia possiamo anticipare l'epilogo visto che lo conosciamo e visto che la ragazza uscir definitivamente di scena, ma alla grande. Infatti quando Gilberto si presenta a Roma,  lei, Giulia per gli annali, a dargli il benservito. Cio non si fa trovare. Non si sa perch. Fosse un film, questa storia, bisognerebbe dare degli indizi per giustificare l'assenza di Giulia. Ma dato che si tratta del resoconto di un fatto realmente accaduto, dobbiamo attenerci a ci che siamo riusciti a sapere, cio a niente di pi di ci che abbiamo scritto fino ad ora.
 Giulia  partita, pu darsi per l'America. O forse in America ci andr solo tra qualche mese o tra qualche anno. Fatto  che Gilberto trova il villotto dei Parioli, quello frequentato per tante volte e condiviso con lei, sbarrato. Gli pare assolutamente impossibile che Giulia, con la quale qualche giorno prima aveva concordato quell'appuntamento, non sia presente. Scavalca la staccionata. Si porta davanti all'ingresso laterale della casa, quello che introduce all'appartamentino che occupa la ragazza, lontano dagli occhi indiscreti della famiglia. Ma  chiuso, sprangato anche quello. Attaccato alla porta, un foglietto piegato in due. Gilberto lo apre. "Non chiamarmi pi." Null'altro. Neppure la firma, ce ne fosse stato bisogno. Gilberto se ne sta l inebetito per qualche minuto, il biglietto rigirato tra le mani. Sente che stanno arrivando delle auto. Si nasconde. Un gruppo di persone, cinque o sei in tutto, ha raggiunto la porta principale. Qualcuno sta aprendo le mille serrature del cancello antifurto, poi viene spalancata la porta. Fonemi diversi tra loro si mischiano. Ora l'ingresso, la sala, s'illuminano. A Gilberto pare di intravedere, oltre al padre di Giulia, qualche politico famoso. Ci sono anche un paio di mediorientali. Tutti entrano. Ora una specie di energumeno, forse una guardia del corpo, si appresta a controllare il parco, Gilberto  terrorizzato, non ci sono molti cespugli da quella parte del prato. In un attimo, prima di essere visto, guadagna il muretto di cinta pi vicino. Tenta una, due volte di issarsi verso la sommit. Cade. Al terzo tentativo  in salvo. Ora, raggiunta la stazione Termini, si accorge di avere un ridicolo strappo nei pantaloni, proprio all'altezza del sedere. Al ritorno a casa racconter di essere caduto cercando di agguantare il treno in partenza. Povero il nostro Gilberto, che per la causa ha perduto un amore, i calzoni, la faccia, soprattutto. E che per, con quella fuga di Giulia,  riuscito a evitarsi l'agonia del dover giustificare un abbandono, inventandosi chiss quali banalit.
 Gi, la fuga non annunciata. Chiss se ha un nesso con tutto l'ambaradan. Chiss se la ragazza ha mangiato la foglia e, pentita delle sue pi o meno involontarie delazioni, ha preferito sparire. O se non sospetta nulla e se ne  andata, invece, per troppo amore. Un viaggio, come si faceva nei migliori romanzi tardoromantici, per dimenticare. Fatto  che Gil ora si sente un po' pi sollevato, ma ci sta male, ovvio. E non sa neppure lui se gli fa pi male la lacerazione di un abbandono o il fatto di non essere stato lui a deciderlo, a scrivere la fatidica parola fine. Noi non aggiungiamo altro, per ora. Altrimenti ci lasciamo coinvolgere dai sentimenti, e invece non dobbiamo perdere la lucidit dell'analisi storica. Si pu mica. Ci era simpatica, Giulia. Avanti cinquant'anni, rispetto alle altre. Giulia ci era proprio simpatica.
 Tornando al piano del colpo, Silvio Diotallevi aveva le idee chiarissime. Erano a conoscenza della data della firma del contratto con la Metallurgica Novarese. Che sarebbe avvenuta a Roma, alle 9 e 30 del mattino di gioved 27 febbraio. Sapevano la dislocazione dell'appartamento. Nella notte tra il 26 e il 27 avrebbero messo in atto il colpo. La cosa pi semplice del mondo. Ascensore, sest'ultimo piano, apertura della porta dell'appartamento, apertura della cassaforte, entrambe le cose grazie all'abilit di Mitri, malloppo. Stesso tragitto a ritroso.
 Dunque, qual era, se c'era, la difficolt? La difficolt stava soltanto nel richiamare l'attenzione della stampa e della tv. Come Claudio aveva gi avuto modo di sperimentare, nessuno avrebbe potuto o voluto credere loro, se non davanti al fatto compiuto. Ma come portare tutti sul luogo del delitto? Semplice: provocando un altro avvenimento nel medesimo posto, ma molto pi spettacolare, di modo che quando i giornalisti si fossero presentati l davanti, la Banda avrebbe potuto improvvisare una breve ma sostanziosa conferenza stampa. Sostanziosa a base di svariatissime decine di milioni, l'equivalente del lavoro di una vita di tanti poveri cristi messi assieme.
 Lo specchietto per le allodole sarebbero state le due Cinquecento di Gilberto e Claudio. Un incidente, un semplice incidente senza morti n feriti. Roba di carrozzeria. Ma molto spettacolare. Di incidenti se ne vedono pochi in citt, ci mancherebbe, con qualche migliaio di macchine in circolazione... Di un incidente tra due Cinquecento, ancora molto rare, tra l'altro davanti alla Torre Velasca, non se ne  mai sentito parlare...  tutto. A parte, per cautelarsi, una scappatina dal notaio a consegnare l'esatta dinamica di tutta la questione in busta chiusa, da aprirsi esclusivamente su loro esplicita richiesta a giochi fatti. Tanto perch non passassero per dei semplici ladri maldestri. E a parte il fatto che le spese dell'operazione, a partire dal notaio per arrivare alle carrozzerie, sarebbero state pagate dalla Banda stessa. Naturalmente in proporzione al reddito di ognuno.
 Disperato tentativo di Gilberto

 "Tu sei scemo, tu ti sei bevuto il cervello. Adesso sta a vedere che io, che in questa storia c'entro meno di tutti, devo anche rimetterci la macchina. Non se ne parla. Se vuoi un pretesto fai prendere fuoco al carretto di Defendente, butta gi dal primo piano Antonio, tanto non lo ammazzi, al massimo si spacca una gamba. Oppure Claudio. Non pu denudarsi l, in piazzetta Velasca, davanti a tutti? Non sar un gran bel vedere, e comunque  certamente un fatto..."
 "See, ciao! Non vorrai mica che prenda una polmonite. Gi da quando non ci ho pi i capelli mi becco un raffreddore ogni due giorni... E poi io la mia Cinquecento ce la metto, eh porcodghel. Io sono fuori discussione. Antonio, piuttosto..."
 "Antonio mi serve integro,  un artista."
 "Gi, lui  un artista, e io chi sono, un pirla?"
 "Che ne saccio se sei un pirla? Bella domanda."
 "E Defendente?"
 "Defendente con il suo carretto non mi quaglia. Le creature della Piazza darebbero vita a una sollevazione popolare..."
 "S, per due caldarroste che fan schifo..."
 "E i gelati?"
 "Ma se siamo in pieno inverno."
 " ancora oggi e gi siamo a domani. Tra poco  primavera e subito dopo la primavera 'o sole trase, c' l'estate..."
 "...e dopo l'estate c' l'autunno e poi ancora l'inverno... Ma di' no di stupidad, pistola!"
 "Bene, siccome in questo gruppo siamo tutti democratici, faremo democraticamente. Voteremo. Io, Silvio Diotallevi, in qualit di capintesta, di guarattellaro, scarto l'ipotesi di Claudio nudo..."
 "Buongustaio!"
 "Non  il momento, Gilberto. E pongo tre ipotesi: le Cinquecento, il carretto di Lopane, la gamba di Mitri. Per alzata di mano..."
 Ormai mancavano poche centinaia di metri alla Piazza. Il pullman ci stava riportando sani e salvi alla meta. Nel semibuio dei sedili, appostati tra una fessura e l'altra della spalliera, sbirciammo i risultati. Temevamo per il carretto, ma un po' ci sarebbe spiaciuto anche per Antonio, che pur non essendo simpaticissimo in fondo ogni tanto ci regalava qualche scarpetta di liquirizia. Delle Cinquecento avevamo grande considerazione. Ci piaceva vederle l, esposte quasi fossero dei monumenti, davanti al Bar Tabacchi. Ma Gilberto e Claudio non ci avevano portato mai a fare un giro, neppure di pochi metri. In fondo, quando i tre restanti (Gilberto vot contro e Claudio si astenne) scelsero all'unanimit le Cinquecento, non ci dispiacque poi tanto.
 

 7

 Due colori

 "La vita se l' minga rossa, a l' gialda," diceva la sciura Ines quando era in vena di verit assolute. La vita, se non  rossa  gialla. Ma poi aggiungeva: "Cinch ghej pusse, ma ross", nel senso che il rosso  meglio, costasse anche cinque lire in pi.
 Manco a dirlo, una delle due Cinquecento, quella di Claudio, come si sa, era rossa. Non ci giureremmo, ma allora il rosso non era neppure contemplato tra i colori di serie. E quindi il nostro la sua Cinquecento certamente se l'era fatta consegnare con quella tinta su ordinazione, di modo che se qualcuno non si fosse accorto della sbausciata del suo acquisto, molto pi funzionale di quella del cognato, a quel punto non gli sarebbe sfuggita la carrozzeria.
 L'altra, quella di Gilberto, l'abbiamo gi detto, invece era grigio topo, molto pi austera, forse banale, ma aveva dalla sua la particolarit di essere spartana. Una due posti a finestrini fissi, senza la pur minima concessione alla comodit.
 A ricordare quelle ore trascorse tutti e due con il naso incollato ai finestrini, non sapremmo quale ci piacesse di pi. Dalla domenica della famosa gita in montagna il segreto che ci portavamo dentro e che ci esaltava allo stesso tempo ci metteva nella condizione di vivere quelle due auto cos straordinarie in una maniera del tutto diversa rispetto a prima. Sfioravamo con le dita la carrozzeria, ripassavamo con i gomiti del cappotto i finestrini, ma per chi e perch? Sapevamo benissimo che quelle stesse macchine cos lustrate e ben tenute di l a qualche settimana sarebbero divenute poco pi che due catorci, comunque non sarebbero state pi le stesse. Con quale testa, ci chiedevamo, era possibile pensare di rovinare a quel modo una cosa nuova? Perch tanto spreco? E da che pulpito, poi. Il Maestro Diotallevi, per esempio, che predicava sempre il risparmio e l'oculatezza. E il signor Brusa, cos severo con il proprio figlio, il disastroso Stani, quando in uno dei suoi frequenti capitomboli, si strappava il vestito. E Defendente, che con la paletta, nel farti il cono, andava a recuperare lungo la cialda anche una goccia di gelato e la riciclava sulla sommit. Per non parlare di Gilberto, che quando gli andavamo a chiedere un bicchiere d'acqua del rubinetto la prima volta ci guardava storto, la seconda ci diceva: "Bagaj, non son mica qui a perder tempo", la terza si inventava che non aveva pi bicchieri. "Ah, i grandi!" pensavamo. E ci concentravamo su cosa avremmo dovuto rispondere in futuro al primo di loro che ci avesse sgridato per un giocattolo rotto o trascurato. Ma sapevamo benissimo che non avremmo comunque potuto avanzare pretese: quello del pullman era un segreto da "giurin-giuretta", mai e poi mai avremmo potuto portarlo ad esempio.
 Da parte nostra, intanto, con Mad ci eravamo messi d'accordo in fretta e furia appena scesi dal pullman, prima che suo padre se la portasse via di nuovo, alla casa dei nonni. Quel gioved fatidico, il 27 febbraio, nessuno dei tre sarebbe andato a scuola. Ci saremmo dati appuntamento davanti alla Torre Velasca, che a occhio, per quanto ci ricordavamo, doveva essere pi o meno in centro e che Mad asseriva fosse vicina alla sua nuova casa. Aveva anche detto di averla vista da sotto e che era cos alta che all'ultimo piano abitava Ges Bambino, s, Ges Bambino, proprio l sotto il tetto della Torre Velasca, sopra il cielo di Milano. Forse, ma forse anche no. A noi due ci voleva circa un'ora per raggiungerla a piedi. E un paio d'ore prima che, all'intervallo, la direttrice telefonasse a casa per avvisare le nostre famiglie dell'assenza. Delle conseguenze a cui saremmo andati incontro non ci preoccupammo troppo. In fondo di avvenimenti cos non ne capitano tutti i giorni e probabilmente i nostri genitori a quel punto sarebbero stati travolti dagli eventi, come d'altra parte tutto il quartiere...
 Per quanto riguarda la Banda, poi, mai perdemmo d'occhio i nostri idoli. A incominciare da Gilberto, che avevamo visto partire per Roma il venerd seguente, il 31 gennaio, e tornarsene il luned come un cane bastonato. Lo vedemmo confabulare un pomeriggio con sua moglie, poi discutere animatamente, infine tornare a parlare pacato, quasi dimesso. Cercavamo di cogliere qualche parola, se non proprio i contenuti di quel discorso, ma i due, quando ci avvicinavamo, interrompevano il loro interloquire o abbassavano la voce a un punto tale che non solo non ci mettevano nella condizione di capire, ma addirittura riuscivano ad aumentare le nostre curiosit a livelli insopportabili. Era il pomeriggio di marted 4 febbraio (oggi siamo in grado di ricostruire il tutto con una certa precisione) e presumibilmente erano le 16 circa, dato che a quell'ora il Bar Tabacchi viveva un po' di tranquillit e che Gilberto e Loredana erano soliti approfittarne per la gestione delle loro cose private.
 4 febbraio 1958

 La confessione

 "Mancano le nazionali semplici, vado gi a vedere se ce ne sono ancora." Gilberto era insolitamente nervoso. "Guarda bene, che ne ho messe tre stecche qui, sotto le Peer." "Le ho viste, Lore. Ma facevo per portarmi avanti." "S, e dove le metti poi le nazionali, in bilico sulle bottiglie di sambuca? Gilberto, si pu sapere che cos'hai? Sembri un tarantolato..." "D'accordo, allora vado a telefonare per i cremini. Hai visto? Vanno come il pane." "S, ciao pepp! Finiremo le scorte tra un mese. Lascia perdere le ordinazioni, va'... se proprio non stai nella pelle, semmai, ci sarebbero un paio di cassette di Wrer, che di birre s che ne bevono. Da quando c' quel Mitri, poi..." "Perch, cosa c' di male, beve la birra. La paga? S? E allora? Qual  il problema?" "Niente, niente. Nessun problema. Ma a me quel Mitri l el me pias no, non mi convince. E poi cos' tutt'a un tratto questa pappaecicceria col Mitri? Non era un terrone, un milanes del tacch, uno che lavorava dai dods a mezzd e adesso, all'improvviso, ci fai cara-cara?" Loredana si sta agitando a sua volta, pare che il nervosismo di Gilberto l'abbia contagiata. Gilberto si arrampica sui vetri: "No,  che conoscendolo meglio... sai... insomma, quella lezione che gli ha dato Lopane gli ha fatto bene. Perch quando ci vuole ci vuole e Defendente  uno che il 'quando ci vuole' ce l'ha nel sangue". "Scusa ma non ti capisco proprio. Adesso sei diventato anche amico del Lopane. Gli hai fatto gi la polvere? Prima dicevi che era un comunista ignorante e rozzo, un piangina che piazza il carretto davanti al tuo bar per portarti via i clienti. E adesso  diventato il castigamatti che punisce e redime i fanigottoni, che tra l'altro per incanto non sono pi fanigottoni e non sono pi neanche tanto terroni, anzi, a ben guardare quasi quasi ce li prendiamo in societ." "Magari!" Era un magari ironico, quello di Gilberto. Ma di un'ironia subdola. Strano, davvero strano. "Come sarebbe, 'magari'?" "Magari sarebbe magari. Nel senso che, visti i miglioramenti dei due, in particolari circostanze, in situazioni a termine, in azioni temporaneamente e logisticamente circoscritte, i suddetti potrebbero anche trovarsi per assurdo a compiere, diciamo, delle azioni con noi..." "Ma sei ciucco? Quando fai i nodi con le parole o sei ciucco o vuol dire che ci hai da sfogarti. Parliamone e cos non ci pensiamo pi." Era quello l'attimo da cogliere e bisognava farlo nel modo pi diretto e comprensibile, senza fronzoli. Gilberto: "Senti, qui non si tratta di societ, si tratta di un sodalizio. Poi ognuno per la sua strada". "Ma cosa dici? Fa no plver che la va in di cc..." "Sai mantenere un segreto? Be', anche se non lo sai mantenere questa volta devi mantenerlo per forza, altrimenti ci andiamo di mezzo tutti e due e tutti gli altri, compreso il Crapapelada." "Claudio? E cosa c'entra Claudio. Ci mancava solo quello. Claudio!..." "S perch, vedi, noi avremmo messo su una Banda, ma non proprio una banda, che la banda la mettono su i banditi. Noi non siamo una banda di banditi, ma una Banda di gente onesta, a posto... Insomma, hai presente Robin Hood?... Te lo dico. Per adesso  gi tutto finito. C'era una donna. L'ho lasciata l'altro ieri..."
 "Primiera, carte e una scopa per noi, per voi settebello, ori e due scope. Casomai che non c'erano le due scope del mazzo che era vostro vincevamo noi. Comunque siamo 18 a 15 per i sottoindicati." Il Giustifica aveva sentito poco o niente del dialogo dietro al bancone tra Gilberto e Loredana. E con lui i suoi tre compagni della scopa pomeridiana: il Vanvera, Le Mans e il Galbusera. Non fosse che bisogna star dietro alla storia, toccherebbe parlare a lungo di questi tre. Invece condiamoli via in breve.
 Le Mans era un segaligno cinquantenne, alto, alto che passava per mezzo stupido ("Homo longus rare sapiens", secondo il Maestro). In realt era un ladro, un piccolo ladro d'automobili abilissimo con le mani, per cui il soprannome di Le Mans era parso a tutti inevitabile. Il Vanvera, anche lui magro, faccia da spendere poco, doveva il suo nome al fatto che parlava a caso. Se per esempio qualcuno gli chiedeva: "Con chi gioca domenica l'Inter?". Lui rispondeva: "Un etto e mezzo di prosciutto bello magro", oppure: "Vanvera, chi  di mazzo?", "Per forza, quell'ostia del foeu de la mia tsa l'ha vos tutta la nott!". In realt, dopo anni di osservazione, il Maestro Diotallevi aveva capito che il Vanvera non parlava affatto a vanvera, semplicemente la sua parola non era sincronizzata con gli eventi. Per la precisione la risposta alla prima domanda arrivava alla terza. Chiss a causa di quale malformazione o mania, il Vanvera possedeva una specie di ora legale nella parola: per capirlo bisognava spostarsi indietro di due azioni. Fatta l'abitudine non ci si badava neppure pi, tanto che alcuni si domandavano che origini avesse mai quel nomignolo l, il Vanvera appunto. Il Galbusera, compagno di scopa storico del Giustifica, nella vita si chiamava Firmani ma doveva il soprannome al fatto che per primo - per la precisione era il 16 novembre 1955, le 17 e 47 secondo l'orologio a muro del Bar Tabacchi - pronunci una frase assolutamente storica. Ancora oggi a quasi cinquant'anni di distanza pu capitare di sentire in qualche trani della vecchia Milano o da un dj di una radio giovane e spiritosa la frase riferita alla bionda Loredana: "Comunque ricordaves la legge del Galbusera: anca se l' binda g'ha la barbisa nera!".
 Detto questo n il Giustifica, n il Vanvera, n Le Mans, n il Galbusera, nessuno aveva sentito, o meglio capito, che Gilberto si era tolto un peso insopportabile.
 E il peso gli veniva non soltanto dalla questione della sua storia d'amore romana, di cui sa che pagher, e tanto. Ma anche dalla vicenda Torre Velasca. Dunque, in poche parole, ecco il percorso di Gilberto, che parte dal patetico, da una serie di considerazioni sul povero Claudio e la sua alopecia psicosomatica. E di come l'hanno fregato. E della sua permanenza a Roma. E del perch e del percome avevano trovato quella ragazza. Che, s, veramente l'aveva trovata lui, ma cos, per caso, si sa come vanno le cose a Roma. Come, non si sanno?... Sembra che non sei mai stata a Roma. Ah gi, hai ragione, non ci sei mai stata. Comunque: che lui l'aveva fatto soprattutto per raccomandare un amico, che poi tra l'altro  il fratello di sua moglie. Ma non  che adesso voglio far risultare che l'ho fatto per te. Era cos per spiegare il percorso che... insomma si chiama Giulia. E che poi una cosa tira l'altra e che il fatto della raccomandazione di Claudio l'aveva costretto a continuare il legame e che proprio quando aveva deciso di smettere era venuta fuori la faccenda della Torre Velasca. Una cosa brutta, una vicenda di corruzione, una vergogna. E via con i particolari della storia. Che poi sarebbero le uniche cose che ci dovrebbero interessare, perch di quanto invece si dissero in quel paio d'ore i due, dei loro casini sentimentali, di come reag Loredana, di come controreag Gilberto, di noi due che andando avanti e indietro cercavamo di origliare cogliendo qua e l qualche vaffanculo, e di chi vinse la sfida tra Giustifica-Galbusera e Le Mans-Vanvera, tutto questo in fondo dovrebbe incuriosirci molto poco. E anche l'armistizio che si stabil alla fine tra Gilberto e Loredana di fronte alla pressante questione della Banda. Dunque il problema di coppia per ora  ridimensionato, diciamo sospeso, per lasciar posto al resto. Il "privato," si sarebbe detto un paio di decenni avanti, sacrificato al "politico". Bene. Un certo equilibrio  ristabilito. Per ora si pu accantonare la vicenda. Ci sar tempo per riparlarne, e molto. Adesso si  gi passati alla questione delle Cinquecento, con tutto quello che c' da spiegare, e non  poco. Per esempio le ultime novit sul colpo.
 Piloti per forza

 Purtroppo non ce n'era. Il piano prevedeva:
 A. che il gruppo quasi al completo si introducesse nottetempo nell'appartamento della Torre Velasca, diciannovesimo piano, il che includeva a sua volta che i medesimi elementi fossero gi entrati in precedenza, in questo benedetto palazzo, e vi si fossero nascosti. Cosa tutt'altro che semplice, dovendo passare dall'ingresso, dove nel bel mezzo stava una guardiola con tanto di custodi che si davano il turno giorno e notte;
 B. che un palo controllasse il movimento per strada;
 C. che una volta recuperato il bottino il gruppo procurasse di sbarazzarsene, facendolo in qualche modo uscire dal palazzo e che poi aspettasse nascosto l'ora prestabilita, quella della firma del famoso contratto, la mattina dopo;
 D. che due della Banda, con il bottino caricato su una delle Cinquecento, inscenassero l'incidente nel modo pi spettacolare possibile, onde attirare l'attenzione.
 Ora, siccome le disgrazie non vengono mai sole, non soltanto Gilberto aveva dovuto cedere alla volont della maggioranza circa il sacrificio della sua Cinquecento, ma avendo categoricamente rifiutato di mettere a repentaglio la propria incolumit pilotando la sua auto come uno stunt-man, aveva anche dovuto accettare la scelta del suo sostituto, ricaduta per esclusione sull'insopportabile Lopane: uno che secondo Gilberto non sapeva neppure fare la doppietta-puntatacco. Insomma, oltre al danno la beffa. Gil non si dava pace e in effetti ne aveva ben donde, visto che nella Banda restava il meno convinto della necessit di fare tutto quel casino per una semplice mazzetta. Claudio, al contrario, pareva morso da una specie di tarantola giustizialista, cos che ormai non gliene importava pi nulla di nulla, n dei rischi legali, n dell'incolumit fisica sua e della sua Cinquecento. Lui l'avrebbe guidata, portando fino all'estremo limite dell'inosabile il suo sacrificio per la buona causa. Almeno cos pensava. Ma queste sono digressioni: siamo rimasti al buon Gilberto che ha perso una donna, Giulia, che rischia di perdere Loredana, e che perder certamente "Microbo", la sua macchinetta grigia, violentata da quell'energumeno terrone e profittatore che nella vita al massimo avrebbe potuto mirare a guidare una Lambretta, come affrancamento sociale da quel suo triciclo di merda e che non avrebbe neppure la patente, se non avesse fatto l'autiere durante il servizio militare. Questo pensava in cuor suo Gilberto, nonostante i tentativi di convincersi del contrario: sappiamo che ci aveva provato nel suo discorso con Loredana, ma che quelle giustificazioni erano cos scopertamente forzate da non trarre in inganno nessuno, tanto meno sua moglie. La quale, dopo l'arimortis, se ne era tornata bella fresca dietro alla cassa. Incominciavano ad arrivare i primi clienti della sera, volavano i primi sorrisi, e i primi aperitivi.
 "Vanvera, porcodghel, famm n strem! Chi l' che g'ha el sett bell?"
 "La mia miee. Mia moglie dice che  colpa della menopausa, che noi uomini certe cose non possiamo mica capirle. Scolta: quarant'anni fa ero in trincea nel Carso. Vicino a me c'era uno, l'era de Gallar, che aveva una mula cos bella, ma cos bella che se era anche buona di fare da mangiare giuro che la sposavo. Si chiamava Scoscesa per via che andava su dappertutto. Una nott s'eri de guardia e la mula la se lamentava, la stava minga bona. 'Se la g'ha?' E quello di Gallarate: 'Boh, deve aver preso la menopausa'. Allora mi slungo su dalla trincea per dare un'occhiata. Risultato: m'han sbus l'elmett, che g'hoo el stremizzi ancam adss!"
 "S, Vanvera, ma el sett bell?"
 "Va bene corretto grappa, Loredana, grazie."
 Tutto, dunque, sta tornando normale al bar di Gilberto. Tutto, per ora,  fuori discussione. Come la scorza di limone nel Campari. Come la legge del Galbusera.
 Milano Uno

 Oggi ci siamo convinti che Milano non  mai stata una vera e propria citt operaia. Il cuore di Milano  in prevalenza piccolo-borghese. Lo  da centinaia d'anni, prima ancora che nascesse la borghesia, lo sar nel millennio futuro, con quel suo fare il proprio dovere, cercando di dare meno fastidio possibile, di non disturbare il resto del paese, o dell'impero, o del pianeta. N troppo progressista n troppo conservatrice, n troppo buona n troppo cattiva. Lavoro e tinelli, anche adesso che i tinelli sono quasi spariti, perch il tinello  una cosa che coltivi nella testa pi che uno spazio logistico. Non  difficile immaginare quanto la citt si sia sforzata, negli anni del pre-boom e del boom, di non perdere le sue peculiarit di citt tranquilla "dentro", una citt che ha scelto da subito di andare in tram, su rotaie. Che gli autobus li ha subiti, ma mai davvero digeriti, sostituendoli appena possibile con le filovie, dai percorsi felicemente obbligati. Per quanto ci riguarda abbiamo sempre abitato le zone storiche della citt, quelle che non sono cambiate troppo nel corso di un secolo, con i loro cortili bui dove non si possono posteggiare le biciclette e i bambini sono tenuti a giocare soltanto a orari prestabiliti, e con i bottegai, vera anima grigia della citt, a resistere alla pressione devastante degli ipermercati, i "bottegoni", come li defin allora l'intuito di un grande non milanese, Luciano Bianciardi. I quartieri delle Porte della zona Sud e della zona Est: quelli per noi sono Milano. A questi nostri quartieri la citt  girata intorno senza scomporli.
 Noi bambini ora adulti, la nostra citt l'abbiamo vissuta da sempre cos: ci incuriosiva la casba di Porta Venezia o dell'Isola, ci inebriavano le luci di Vittorio Emanuele, ma poi finivamo a mangiare il pancotto e il riso col prezzemolo a casina, belli al sicuro. In attesa dell'irrinunciabile cotoletta a doppia impanatura del sabato. Affogata d'obbligo nel burro. L'olio serve solo per l'insalata e la maionese, due cose importate e da centellinare, come tutte le novit venute da fuori che i milanesi non rifiutano a priori, ma che, pur contaminandoli, non li conquistano mai del tutto.
 Gli spagnoli, per esempio. Come i dominatori francesi e austriaci hanno lasciato segni profondi, persino nella lingua, nel dialetto. Dominatori, tuttavia, che non hanno mai dominato del tutto. Puoi allargare corsi, divellere marciapiedi, costruire mura, progettare lazzaretti o grattacieli, ma i tinelli dalle teste non li scalzi.
 Per esempio. Nel 1598 il governatore spagnolo don Ferdinando de Velasco decide di eliminare la strozzatura che segna corso di Porta Romana l dove entra nel centro vero e proprio della citt. Al capo opposto, a sostituire la vecchia porta che divide l'abitato dai campi della Bassa, fa costruire un arco trionfale per accogliere l'imperatrice Margherita d'Austria, moglie novella dell'Infante di Spagna. Di tutto questo ai milanesi non gliene importava molto. Avevano i loro problemi di topi e di peste, di navigli e di mercati. Milano era passata in pochi anni da capitale sforzesca a ultimo periferico baluardo di un impero, quello spagnolo, squassato dall'inflazione. I milanesi avevano altri pensieri, insomma, che accogliere una sconosciuta gallinella d'Infante, a causa della quale stavano disfacendogli la citt. Tutta pensieri di sopravvivenza, mica perder tempo a fare feste e archi per gli altrui trionfi. Fatto  che l'eliminazione della strozzatura verso l'odierna piazza Missori fin per rivelarsi adatta alle esigenze persino dei milanesi e di questo dovettero ricordarsi gli architetti Banfi, Belgiojoso, Peressutti e Rogers quando, trecentocinquant'anni pi tardi, progettarono e fecero costruire proprio da quelle parti la casa pi alta di Milano. La chiamarono Torre Velasca, appunto, da don Ferdinando de Velasco, il dimenticatissimo rappresentante cazzone di un impero ancora pi becero.
 Il pomeriggio della discussione tra Gilberto e Loredana, Defendente e Antonio si erano dati appuntamento proprio l davanti. Dovevano vederlo almeno una volta da vicino, quel colosso color caramella di cui si era parlato tanto. Capire le strade, cercare magari di entrarvi a dare un'occhiata, anche se il Maestro Diotallevi aveva vietato tassativamente qualsiasi iniziativa personale.
 Arrivarono sotto il torrione verso le tre, con la citt completamente presa dal lavoro. Mitri aveva attraversato piazza del Duomo e il centro, venendo dalla pensione dove aveva consumato una frugale pastasciutta e una ancor pi frugale capatina dalla Pina sempre per via dello sconto-abbonamento, visto che, per mantenere il ritmo delle riduzioni clienti, oramai copulare stava diventando per Antonio come timbrare il cartellino. Lopane aveva percorso pedalando con il suo carrettino mezza citt, passando dal palazzo di Giustizia, poi su per il Verziere, piazza Fontana fino a via Larga. Aveva dato un occhio alla cartina: in fondo, non ci si poteva sbagliare, si andava a sbattere proprio davanti alla costruzione. Che davvero non era un granch. O forse era un capolavoro assoluto, per la serie "se l' minga ross, a l' giald". Si trattava di una specie di fungolone spigoloso in cemento armato tinteggiato a pastello la cui parte alta, la cappella, era pi larga del gambo e scaricava il peso attraverso una ventina di nervature o pilastri inclinati a vista. Dei "puntoni", come in gergo si potrebbe dire. Secondo l'idea dei progettisti, la Torre Velasca doveva citare nei suoi richiami strutturali - pensa un po' - il cantiere gotico del Duomo, al quale era in qualche modo speculare e nella sua essenza storico-urbanistica - ripensa un altro po' - la torre del Castello Sforzesco, per altri versi altrettanto speculare. Ma si sa che quello che frulla nella testa degli architetti va spesso a male come la maionese. Comunque la costruzione era alta centosei metri, suddivisi in venticinque piani, tanti, nel '57, per Milano, che avrebbe dovuto attendere qualche anno ancora per conoscere le illusioni americane del grattacielo Pirelli, finalmente un grattacielo vero, con i suoi centoventisette metri d'altezza. Nella parte superiore della Torre Velasca, cio dal diciannovesimo al venticinquesimo piano, era stato stabilito che dovessero esserci gli appartamenti, in quella bassa gli uffici.
 "Ce cazz'?" disse Lopane sistemandosi la cintura dei pantaloni. Poi le bretelle. Poi il cavallo. Infine le mutande dietro, che la sella gli aveva al solito rintanato. "Mii..." rispose Mitriantonio sollevando il naso in aria, "beddu... come rubbare in cielo..." I due passeggiarono a lungo intorno alla costruzione. Non dissero altro. Con gli occhi soppesarono per ogni cosa. L'altezza, la struttura esterna, l'entrata con il lussuoso androne-portineria, apparentemente invalicabile a un estraneo, i negozi intorno ancora in allestimento. Le strade, comprese quelle pi brevi che da l si aggrovigliavano verso la citt vecchia, la Ca' Granda, corso di Porta Romana, piazza Missori, per poi sfociare nella stessa via Larga. Percorsero mentalmente un ipotetico giro in auto, lo stesso, l'unico possibile, fatto da entrambi senza scambiarsi un solo cenno. La ricognizione dur un paio d'ore, se ne andarono che gi faceva buio. Si lasciarono in piazza Diaz, a due passi dal Duomo. "Salutiamo," disse Antonio. "Ci vediamo da me dopo mangiato," disse Lopane con gli occhi bassi per non guardare la Torre Velasca.
 Milano Due

 Silvio si alz poco prima di mezzanotte, un leggero brivido alla schiena. La stufa economica era ormai tiepida, mai una volta che tenesse pi di tre ore di seguito. Si accert che vi fosse ancora sufficiente brace, aggiunse un paio di ceppi e una palata di carbone, poi basculando intontito sui piedi mal ciabattati riemp un pentolino d'acqua e lo mise sulla piastra. Vi si sedette davanti con la testa tra le mani. Il fuoco aveva ricominciato a vivere, ormai la stufa stava riprendendo calore. Ora bisognava aspettare che l'acqua si scaldasse e finalmente sarebbe arrivato il momento della boule dell'acqua calda. Quella notte Silvio ne sentiva proprio il bisogno. Era una notte strana, di quelle in cui ti viene in mente di tutto, da come seguiranno gli amici il tuo funerale, alla seconda strofa dell'Internazionale che non si ricorda mai nessuno, all'ultimo gol di Angelillo, a proposito di Internazionale, l'altra. Sorrise ricordandosi che il Vanvera una volta, a chi gli chiedeva come stava sua moglie, aveva risposto che Milano era famosa in tutto il mondo perch aveva due grandi squadre di calcio: l'Inter e le riserve dell'Inter. Grande il Vanvera. C'era un silenzio assoluto, interrotto solo ogni tanto dal crepitio sordo del fuoco ingabbiato. Il silenzio di certe notti milanesi lo sa raccontare unicamente chi ci cade dentro, chi si lascia cadere.  cos inviolato e avvolgente; lo  perch la metropoli fino a quel momento  stata stordita dal suo iperattivismo senza limiti e lo sar di nuovo tra poco. In mezzo, quel buco del nulla. Che ti accarezza come una nebbia, ti avvolge e ti tira dentro anche se non lo vuoi.  il silenzio che ti prende l'anima e ti intontisce la mente, cos intenso che non puoi dormire, cos assoluto che non ti permette di razionalizzare nulla. Vai a impressioni, allora. Intuisci, ti muovi brancolando. Silvio  convinto che sono queste notti, uniche e totali, a dare a Milano la linfa della creativit, a carburare le lucidit produttive delle mattine dopo.
 Cosa sar domani, cosa sar tra qualche settimana, quando andranno in quell'appartamento vuoto. E cosa ne sar di lui, dipendente del pubblico impiego. Lo licenzieranno senza remissione. Oppure lo giubileranno per aver salvato la nazione. Gli daranno una medaglia. Lo bolleranno per comunista. Gli amici lo lasceranno solo. Con quelli gi a Napoli che chiedono e chiedono. O invece sar un buon modo per crescere. Insieme. Ma a cosa serve crescere insieme. E insieme non vuole dire molto. Insieme  solo un avverbio. Di quantit. O no. Un momento. Gli avverbi si dividono in. Gli avverbi sono parti della lingua inventate dai ricchi. A cosa serve un avverbio a un poveriello. Come dice il proverbio... se non  rosso  giallo. Per i poveri o  uno o  l'altro. Punto. Che c'entra il resto. Poco rosso, fortemente giallo... Inutili sfumature. Niente sfumature per i poveri. Sfruttatori e sfruttati. Ladri e derubati. Bisogna che paghi l'affitto. Domani vado in posta e mando un vaglia. Maronna che ammuna... Gi, e la Torre Velasca... Devo andare a vederla. Cercher di andarci dentro con qualche scusa. Posso farlo solo io, che se ci va, che so, Antonio, con quella faccia da Ucciardone gli viene subito il sospetto, al portinaio. Ci sar un portinaio, caspita. Meglio cos, vedr l'incidente, sar il testimone numero uno. Le Cinquecento. Ammesso che sia stata una buona idea.  che non ce n'erano altre in alternativa. Le Cinquecento. E se i giornalisti non vengono... Non sar poi una cosa cos strana un incidente d'auto. Strana. Tutto  strano, basta farlo diventare strano. Bisogna che facciano un gran casino quei due. Bisogna che si preparino, altro che improvvisazioni. E se non sono all'altezza... Sicuro che sono all'altezza... E poi ho letto che un grande capo deve saper demandare agli altri. Com'era la frase? Non fare, far fare, non lasciar fare. Gi. Ma quale capo... E chi mi ha mai nominato capo... Io a 'sta mappatella sulle spalle non ci tengo.Il capo a ben vedere  Brusa.  lui che ha scoperto lo scaravattolo. Gi ma che capo . Lui  uno che se ne fotte. Magari adesso... Anzi di sicuro adesso sta dormendo della quarta. Qui siamo al punto che i milanesi dormono e i napoletani vegliano... ma  pi milanese un milanese che se ne fotte o un napoletano che se la caccia dinto... E vabb, la boule  pronta. Meno male perch questo triemmolo non mi voleva passare. E 'affanculo 'sto Brusa che ci ha il riscaldamento centralizzato, accidenti a lui che se la dorme senza 'sti pensieri da capobanda... Brr... Quasi quasi mi metto pure uno scialletiello. Silenzio, troppo silenzio, m'appapagna questo silenzio. E per  bello assai. Fermo. Senti che roba...
 Milano Tre

 Milano me la vedo come un quadro di Boccioni. Come si chiama? La citt che cresce, o La citt che sale, mi pare. Lui l'ha dipinto all'inizio del secolo, ma sembra fatto ieri, da qualche parte, qui da noi. Va troppo veloce, non le sto dietro. Nessuno le sta dietro. Mio figlio Stani, chiss se lui le star dietro. Lo spero davvero, certo che se mi baso su quello che  oggi... Signore, se ci sei fa' che il mio Stani non mi venga su cos scemo. La citt che cresce... mio figlio che cresce... io che invecchio. Chiss perch io che cresco divento io che invecchio. "La citt che invecchia." No, la citt cresce e pi cresce meno invecchia. La citt cresce e diventa sempre pi viva. Caspiterina d'una porca paletta. Io per preferivo Sironi, se era per me. Con quelle periferie piene di muri bianchi e di ciminiere. Io preferivo la citt che sta ferma. Che soffre in un immobilismo empatico. Immobilismo empatico... non so neppure io cosa sono dietro a dire. Per suona bene. Bisogner che quando diventer una grande firma per davvero, mi metta a usare di pi termini di questo genere. O forse  usando termini di questo genere che si diventa grandi giornalisti. Chiss cosa succeder dopo, quando avremo fatto quella cosa. Chiss se ci arrestano. Chiss se bisogner tirar fuori la questione del notaio per salvare la faccia e la pelle... Chiss se tutto ci servir a qualcosa. Con questo silenzio diventa tutto strano. Senti che roba. Non siamo abituati, noi. Ronzano quasi le orecchie. Boh, io sono qui a preoccuparmi e gli altri dormono. Posso immaginarmelo, il napoletano, il tricche-ballacche. Quello dorme di sicuro. Il capobanda dei miei zebedei ma vaffambrodo, va'... Be', comunque meglio cos, che a me mi piace fare le cose, ma non deciderle, e tanto meno da solo. E poi  o non  il Maestro? E alora rangess. Arrangiati. E riposati, intanto. Dormi pure, Maestro. Che qui  rotto il termostato della caldaia e non si riesce a chiudere occhio. Con 'sto caldo. E poi non ho sonno. Proviamo con le filastrocche, tanto so gi che non funzionano... Com'era... Aul uleeh... che t'amusee... che t'aprofita lusinghee... tulilemm blemm blumm tulilemm blemm bl...
 Milano Quattro

 "Di tia vurrissi un dubbiu sciugghiutu."
 "Parla italiano, Mitri, non te lo dico pi. Passami quel sacco l... ecco bravo guagliulo. Di tia vurrissi un dubbiu sciugghiutu si traduce: levami una curiosit."
 "Bonu, levami 'sta curiosit. Ma tu, inteso come Lopane Defendente, come t'avvicinasti al biliardo?"
 "Veramente lo vuoi sapere?  una storia molto meno scema della domanda,  quasi una favola, non so se..."
 "Mi piacciono le favole e poi sono un tanticchia nirbuso questa sera, ascoltare mi fa bene e tu un bravu quanquaru sei."
 "Allora, mentre io ti racconto, tu prendi un po' di castagne dal sacco e ci fai un taglio, come fosse un sorriso, verso l'alto, non dritto, n verso il basso, verso l'alto deve essere perch mi piace l'idea che le mie castagne si arrostiscono ridendo... Bravo, ma ancora un po' di pi... cos. Allora... io avevo un nonno materno, quindi non un Lopane come me, che non era pugliese ma abruzzese o umbro, comunque, di un paesino vicino a Terni o a Foligno... non mi ricordo pi, insomma era vicino a Terni o a Foligno: lui era molto orgoglioso del suo paese, chiamiamolo Nonmiricordopi, perch diceva che era esattamente al centro dell'Italia e siccome l'Italia era al centro del mondo, il suo paese era il centro del centro del mondo. Un giorno, avr avuto sette, otto anni, il nonno una domenica mi port a Nonmiricordopi. Vidi la casa dove era nato, la scuola dove aveva fatto la prima e la seconda, avanti di andare a diplomarsi nei campi col granoturco e i buoi, e poi andammo in centro a vedere la piazza con la chiesa, la piazza del Duomo. Entrammo in un bar... pi verso l'alto quel taglio, Mitri, fammele ridere di pi..."
 "Minchia, Lopane, da lontano partisti per, ah?"
 "Te l'avevo detto che la storia era lunga."
 "No, dicevo senza offesa... Dunque eravate nel bar sulla piazza..."
 "Io stavo bevendo un'orzata quando mio nonno mi fa: 'Sai come si chiama questo bar? Centrale, perch sta al centro della piazza del Duomo che a sua volta  il centro del paese. Significa che in questo momento tu, noi, io e te insomma siamo esattamente al centro del mondo'. Lo disse con un tono cos, tra l'orgoglio e l'avresti mai detto che tuo nonno, per giunta materno.... Chiss perch, ma questa cosa, anche se ero un tarantello di sette anni appena, mi colp molto. Io non sono mai stato uno che crede perch qualcuno gli dice di credere, mai. 'A lu sante n'ce crede se meracule n'ce vede,' dicono da me. Per quella volta l vedevo. Vedevo che Nonmiricordopi era il centro d'Italia, vedevo che la piazza era il centro di Nonmiricordopi e il Bar Centrale il centro della piazza..."
 "Miii, ma 'u biliardu?"
 "Perch mi accorsi subito che io e mio nonno non era vero che eravamo al centro del Bar Centrale: al centro del Bar Centrale c'era il biliardo! E cosa c', da che mondo  mondo, al centro del biliardo?"
 "'U birillo rosso..."
 "Bravo Mitri! Il birillo rosso del Bar Centrale della piazza del Duomo di Nonmiricordopi in Italia era il centro del mondo! Il suo ombelico. Il punto fermo. Tutto il resto era intorno, o sopra, o sotto, o a sinistra o a destra..."
 "E da l ti part il grande amuri per il biliardo?"
 "Da l. Non riuscivo a liberarmi la mente da quell'immagine: il birillo rosso. Cominciai a giocare, miglioravo e miglioravo ma non lo facevo per vincere, per fare pi punti. Miglioravo per non buttare gi il birillo rosso. Per rispettarlo..."
 "Mi stai dicendo che sei diventato un fenomeno per rispettare il birillo rosso?"
 " una metafora, sai cos' una metafora? Il biliardo  una metafora. Le palle siamo noi, che corriamo, rotoliamo, ci sfioriamo, incocciamo, prendiamo colpi nel di dietro, sbattiamo la faccia contro un muro, tutto per buttare gi i birilli, soprattutto quello rosso, perch vale di pi. Sembra tutto sotto controllo, sembra che vadano - che andiamo - dove vogliamo noi e invece non  vero niente,  il casino pi totale, basta un millimetro in pi o in meno a cambiare l'esito del tiro successivo e poi di quello dopo e poi della partita, insomma della Storia. Cio il biliardo, quindi il mondo,  il caos che si pu pi o meno cercare di tenere sotto controllo con l'esperienza e l'abilit e la fortuna, ma comunque casino totale resta. Basta un niente... Solo il birillo rosso  sempre l, preciso, incontestabile... Adesso basta tagliar castagne che se non le arrostisco entro tre giorni mi marciscono."
 "S, ma il birillo rosso pure lui casca!"
 "Ma si rialza subito e subito torna al suo posto, l al centro. Gli altri si mischiano, si sa dove cominciano la partita, ma chiss dove la finiscono. Mitriantonio, hai capito cos' il birillo rosso?"
 "Nenti capii."
 "Mitriantonio il birillo rosso  il comunismo!"
 "Appunto!"
 "Intorno pu succedere di tutto, pu cambiare tutto ma lui l . In mezzo. Al centro. Ecco perch lo rispetto. Sai perch gioco ancora a biliardo?"
 "Per futtere i tummazzari comme a mia?"
 "Per cercare il Colpo Perfetto, il colpo che non  previsto in nessun manuale perch  il colpo impossibile. Eppure io lo cerco e, parola di Defendente Lopane, prima o poi lo trovo, prima o poi ci riesco a buttar gi tutto il castello, le due bocce e il boccino in buca e l in mezzo da solo, bello come un dio, lucente, dritto e nemmeno tremolante, il birillo rosso! E tu? Tu come hai cominciato?"
 "Be', io pure... insomma quasi una favola anch'io..."
 "Racconta..."
 "Nenti, avr avuto sette, otto anni... anzi nove, erano nove gli anni. Una mattina non sapevo che minchia fare perch mio nonno materno manco l'avevo conosciuto allora sono entrato in un bar e ho preso una stecca e ho cominciato."
 "E allora?"
 "E allora finito. Non t' piaciuta la favola? Manco la metafura? Eppure divertente era... ci stanno tutte le castagne che ridono..."
 

 8

 Febbraio 1955 - febbraio 1958

 Paolo

 Questa  la storia - vedrete che c'entra - di Paolo Ciampin, da Treviso, classe 1920, stirpe contadina, laurea brillante e tardiva. Lettere antiche nella testa, una ritirata di Russia nelle gambe, sei mesi nei Gap. Un anno a Roma a cercare lavoro e un cordiale vaffanculo ai suoi vecchi compagni, tutti rientrati nei ranghi. La settimana successiva a quel dannato Diciotto Aprile a meditare di far saltare il Vaticano. I sei anni a seguire a insegnare latino e greco a Venezia in una scuola di preti. Poi il grande rifiuto e finalmente Milano, la citt del futuro. Cos dicevano tutti.
 Quando Paolo Ciampin scese alla Stazione Centrale era di febbraio. 6 febbraio 1955, a essere precisi. Non fu poi cos traumatico. In fondo lui a Milano ci era gi stato diverse volte, prima nei frequenti contatti da partigiano con gli emissari del Cln, poi come studente laureando, a scartabellare tomi su tomi tra la Biblioteca Sormani e la Braidense. Certo, quella volta l era diverso, sapeva che si trovava nel bel mezzo di un viaggio speciale, un arrivo forse senza nuove partenze. Aveva con s un paio di valigie, una leggera ed enorme, nella quale galleggiavano pochi abiti compreso un vestito scuro rigenerato che era appartenuto al nonno e che aveva visto pi funerali che matrimoni. L'altra, esageratamente pesante, conteneva un'infinit di libri, scelti con cura tra quelli che gli sarebbero serviti per i suoi progetti futuri. Libri di teatro, per lo pi. Copioni sgualciti dall'uso, Pirandello, Goldoni, Ruzante, addirittura. E qualche pubblicazione semiclandestina delle opere di Bertolt Brecht, in tedesco. Paolo aveva deciso che avrebbe tentato la strada del teatro, costasse quel che costasse, anche se non aveva la minima idea di come e quando e con chi.
 Prese alloggio nei pressi della Stazione Centrale, in una pensioncina a gestione familiare le cui camere assomigliavano a uno scompartimento di wagon-lit. Una branda, un attaccapanni, un armadietto. I cessi erano anche peggio dei loro cugini delle carrozze di seconda classe, in compenso non avevano neppure quegli orrendi saponcini pinzati a fogli verdi, n un accenno di carta igienica. Toccava accontentarsi di un trancio di sapone di Marsiglia e carta di giornale a volont. Quotidiani, se andava bene. Paolo si diede subito da fare. Da quando aveva incominciato a recitare, nelle compagnie amatoriali in giro per il Veneto, aveva deciso di occuparsi di teatro in modo continuativo e serio. Nelle sue brevi incursioni milanesi del dopoguerra da studente fuori corso era riuscito a procurarsi di straforo i biglietti per il Piccolo Teatro dove aveva assistito a un paio di allestimenti goldoniani: La putta onorata e La vedova scaltra. Manco a dirlo ne era rimasto fulminato. L'essenzialit e l'inventiva di quei lavori avevano creato, nella mente del dilettante Ciampin, un mito: il regista Giorgio Strehler. Lo cerc spesso per telefono, una volta approdato in citt, ma non glielo passarono mai. E cos decise di usare gli antichi metodi del pedinamento, eticamente non proprio accettabili, e comunque fruttuosi. Scelse un comportamento morbido, per. Glielo sugger un film che aveva visto qualche anno prima: Eva contro Eva. Nel film Bette Davis  un'arrogante e viziata star dei palcoscenici di Broadway. Anne Baxter, dolce e ambigua, veste invece i panni della giovane Eva. Decisa, costi quel che costi, a conquistare notoriet e potere. Eva  bravissima a farsi accettare nell'entourage della diva. Si presenta in teatro ogni sera, segue ogni replica da semplice spettatrice, impara la parte come se fosse lei la protagonista. Ma sempre con aria dimessa e umile, tanto da conquistare il cuore della compagnia. Da l attua il suo progetto arrivando infine a sostituire la protagonista sulle scene e a scalzarla per sempre.
 Naturalmente Paolo non crede che lui sarebbe mai capace di essere tanto arrivista e calcolatore. E seppur la strada del teatrante professionista lo affascini, non ha mire cos ambiziose, per ora. Gli basterebbe un'audizione, un piccolo posto da attore in un qualsiasi allestimento del giovane Maestro. Investe qualche risparmio nell'acquisto dei biglietti, sera dopo sera, per La trilogia della villeggiatura. Poi, via via, diviene amico di una maschera, corteggia una cassiera, esce con i macchinisti a spiluccare qualche piatto di affettato, nella trattoria davanti al teatro di via Rovello. E finalmente riesce a conoscere Giorgio Strehler. Il quale forse ha capito tutto, ma  uomo curioso a cui piace fare esattamente il contrario di quello che ci si aspetterebbe da lui. Fatto  che Paolo Ciampin, professione disoccupato pieno di belle speranze, si guadagna in poche settimane il tanto agognato provino. E siccome non  un cane pur senza essere un fuoriclasse, e siccome conosce Goldoni meglio di tutti, e siccome ha gli atteggiamenti seriosi tanto cari al nuovo teatro borghese ma buffe movenze da commedia dell'arte, Strehler gli affida una parte. Piccola, ma una parte, e con il grande Strehler. Un bel colpo, davvero.
 Questa  la storia di Paolo Ciampin per tutto il '55, Per tutto il '56 e il '57. Piccole parti goldoniane, piccole parti goldoniane e ancora piccole parti goldoniane. Eppure Paolo si sente dentro una gran voglia di fare. L'obiettivo per il quale si era battuto tanto al suo arrivo a Milano oramai gli stava stretto. Goldoni gli usciva dagli occhi. Il lavoro di impiegato delle scene era adesso davvero riduttivo. La passione per il teatro unitamente alle sue convinzioni politiche lo spingono sempre pi in un contraddittorio rapporto di amoreodio nei confronti del suo nuovo lavoro. Pretenderebbe un impiego diverso, in compagnia, sa che ne sarebbe capace. Sostiene una visione gramsciana - a detta sua - dell'attivit artistica, declama in ogni situazione personali manifesti programmatici, appende in bacheca convocazioni un po' deliranti di riunioni con "i compagni attori", che spaziano da Majakovskij al "Nuovo Politecnico", da Pavese a Rosa Luxemburg. Elabora una sua bizzarra teoria sull'occupazione di Budapest, vorrebbe recarsi in Ungheria con un gruppo di colleghi per discutere sulle contraddizioni del comunismo, ma "da dentro", per sviluppare con "i compagni dell'Est" piattaforme che dovrebbero concretizzarsi in un grande spettacolo popolare e al contempo d'avanguardia. Ormai la sua marcatura a uomo di Strehler l'ha reso inviso alla maggior parte dei lavoratori del Piccolo, alle compagnie e soprattutto al regista che gli ha incollato addosso l'appellativo di "Piattola". Nonostante questo, Paolo sopravvive a ogni tentativo di allontanamento. La sua conoscenza della commedia dell'arte, di Ruzante, di Goldoni, del dialetto veneto ne fanno un utile punto di riferimento persino per Strehler.
 Nel febbraio del '56 riesce a essere presente alla prima dell'Opera da tre soldi, Die Dreigroschenoper, come si ostina a chiamarla lui. Ne rimane colpito, quasi stordito. Durante tutta la rappresentazione vive le contraddizioni del genio: si entusiasma per le trovate di Strehler mentre la mente gi corre al loro superamento, su come lui stesso vorrebbe allestire quella pice. Ma al termine prevale l'emozione per un lavoro che si rende conto essere unico. In un delirio di coinvolgimento si ritrova in lacrime alle ovazioni finali. Allo sfollare del pubblico si accascia su una poltroncina, come allucinato. Ripercorre tutte le fasi dello spettacolo, che, naturale, conosce in lingua originale, rivivendole in parallelo. Testo tedesco, allestimento strehleriano. Quando il direttore di sala, visibilmente alterato, minaccia di chiuderlo dentro lasciandolo sfatto sui velluti rossi, Paolo sembra riprendersi e quasi come un automa si incammina nel foyer. Ormai non c' pi nessuno. Esce in strada e con lui, dal cortile laterale escono gli attori, i tecnici, qualche critico amico. Il regista, il Maestro, sta parlando in tedesco. Paolo si risveglia improvvisamente dal suo stato catatonico. Chi  quell'omino occhialuto che lo tiene sottobraccio? Ma certo, Strehler sta parlando con Bertolt Brecht,  proprio lui! Paolo lo riconosce subito. Lo ha visto una mezz'ora prima salire sul palco, tra le ovazioni, pallido anche pi di ora, gli occhi lucidi, vestito come l'iconografia ufficiale ce lo ha tramandato, con una specie di tenuta grigia essenziale, da operaio. Subito dietro ai due camminano le donne che lo hanno accompagnato a Milano, la figlia e l'amica Elisabetta Hauptmann Dessau. Strehler sta parlando della grande capacit di Milly, l'interprete nostrana di Jenny delle Spelonche. Ciampin li aggancia. Vorrebbe dire molte cose, non vi riesce. Ascolta i due, annuisce. Il regista lo tiene a bada con la coda dell'occhio. Ogni tanto Brecht gli lancia uno sguardo incuriosito. Paolo, non si sa come, riesce ad accodarsi anche a cena. Strehler sta per sbarazzarsene, ha chiesto alla fedele Nina Vinchi di far capire al Piattola con un cordiale giro di parole di non rompere i coglioni, che si tratta di una cena privata. Ma al momento di varcare la soglia del ristorante un veloce sguardo del Maestro, avvezzo a questi calcoli da dopoteatro, gli fa gelare il sangue nelle vene: Cazzo, sono in tredici! Il Piattola viene ripescato all'ultimo istante. Paolo non ha neppure il tempo di domandarsi il motivo. E forse inconsciamente non vuole proprio saperlo. Ora, dentro al ristorante, si occupano i posti in un fandango di tentativi da parte di tutti di sistemarsi di fronte ai due protagonisti di quella nottata. Come a volte accade, per una serie di slittamenti, Ciampin viene a trovarsi proprio innanzi ai due. La cena  lunga, il Piattola conosce la lingua. Ripresosi, si fa coraggio, inizia a parlare. Di arte, di Germania, di comunismo. E naturalmente di teatro. Bisogna dire che il compagno Paolo Ciampin preso a piccole dosi e non conoscendo le sue ossessioni, se uno  interessato alle argomentazioni che propone, pu sembrare perfino avvincente. Forse lo  davvero. Per esempio quando avvia una circostanziata dissertazione sulla collocazione socio-geografica dell'Opera che lui avrebbe visto bene ambientata a Milano, e non a Londra. Sarebbe stata pi didascalica, pi politica, pi fortemente provocatoria. Il drammaturgo tedesco non  completamente d'accordo, si appassiona, per. Paolo continua, masticando un tedesco sempre pi consapevole: d'altra parte non era lo stesso Brecht che sosteneva da tempo che il teatro non deve unire la gente ma dividerla? Non mirava il suo "teatro dialettico" al superamento del concetto di teatro puramente epico?...
 Brecht risponde, gesticola, si  fatto tirar dentro. Strehler  evidentemente in imbarazzo. Accenna alla scelta di Londra come a "luogo shakespeariano" e insieme "mitologia capitalistica all'americana". Ma  gi indietro, annaspa. I due sono ormai passati a L'anima buona di Sezuan.
 Strehler si alza e va a parlare fitto fitto con Tino Carraro, poi si eclissa in bagno. L'ha giurata: il Piattola con lui ha chiuso. Quando torna a tavola per fortuna la conversazione ha piegato sul conviviale. Brecht, saputo che Ciampin  un attore del Piccolo, ne sollecita un impiego nella rappresentazione italiana del suo prossimo lavoro annunciatogli da Strehler: L'anima buona, appunto. Ubi maior. Sono trascorsi meno di cinque minuti e il Maestro si vede gi costretto a rimangiarsi la parola. A dire il vero oppone un tentativo disperato: conosce i rischi che corre inserendo un tale rompicoglioni nel gruppo, e perci prende tempo, tergiversa. Ma non c' storia: Ciampin, galvanizzato dalle attenzioni del compagno Bertolt,  gi passato a citare Madre coraggio in lingua originale. Brecht  evidentemente goduto. La serata termina che  quasi l'alba. Il drammaturgo, prima di tornare in albergo, confida a Ciampin il suo intento di offrire a Strehler, del cui allestimento  entusiasta, la tutela di tutti i suoi lavori in Italia. Gli farebbe molto piacere che ad ogni allestimento delle sue opere preparato da Strehler partecipasse lo stesso Ciampin. Lo confermer, secondo la leggenda, al regista la mattina seguente, prima di tornare in Germania dove morir d'infarto qualche mese dopo, senza aver modo di smentire o confermare queste sue scelte.  stato un vero piacere, una giornata indimenticabile. Ciampin saluta tutti, si avvia a piedi verso la pensioncina-wagon-lit, che non ha mai abbandonato. Non dormir. Elaborer un lungo documento in cui analizza l'importanza del teatro educativo lungo la tortuosa ma trionfale strada della conquista del socialismo.
 Se Brecht, oltre all'investitura nei confronti di Strehler come suo rappresentante italiano, abbia davvero detto al regista anche di Ciampin, non si  mai saputo con certezza. Fatto  che la stagione successiva il Piattola viene impiegato pochissimo. Gli vengono affidate per brevi periodi delle sostituzioni: lavora in Questa sera si recita a soggetto per una decina di repliche e per sette rappresentazioni nei Giacobini di Zardi. Nonostante ci  tranquillo, sa che Strehler sta allestendo L'anima buona che non potr sfuggirgli. Ma quando il Maestro fissa i provini per la seconda opera di Brecht, il Piattola prima non viene convocato, poi, avendo insistito con Nina Vinchi per cinque o sei pomeriggi di fila ricordandole la volont di Brecht, finalmente arriva il suo momento. Il primo impatto con il grande regista, al solito, dovrebbe prevedere una serie di movimenti di scena, di veloci battute, di confronti con altri attori. Ma Paolo  troppo preso dalla situazione. Nel semibuio della sala, a met provino, inizia a disquisire sul ruolo dell'attore nella societ, su come lo vede Brecht, sull'effetto di straniamento "altrimenti detto V-Effekt", in poche parole sulle tecniche di base della Verfremdung. Che a noi profani oggi non dice granch. Ma ieri diceva ancor meno. "Il V-Effekt  una categoria sociale e non estetica!" si sgolava il Piattola. La cosa buffa  che Strehler, nel buio della sala, era completamente d'accordo e nello stesso tempo cos nauseato da quell'invasione di campo da racchiudersi, stordito, in un angosciato, per lui raro, silenzio. Il Piattola aveva colpito ancora. E nonostante questo Strehler, subendo una strana contraddizione autodistruttiva che si vive soltanto in certe grandi inconfessate passioni, non riesce a liberarsene completamente e lo dirotta su Goldoni e le sue XVI commedie nuove. Gi gli sembra di fare cosa straordinaria: fosse per lui, non ci fosse stata la famosa cena brechtiana in cui Ciampin ha avuto un qualche ruolo positivo, non ci fosse soprattutto il rapporto autolesionista che lo divora, "il Piattola, quel colossale rompicoglioni, quell'incommensurabile supertesta di cazzo che  riuscito a rendermi tedioso il comunismo", sarebbe a spasso.
 Questa  la storia, vera o verosimile, di Paolo Ciampin nei suoi anni milanesi. Fino al febbraio del 1958. 26 febbraio, per intenderci.
 Dialogo tra lo scrittore Luciano Bianciardi e l'attore Paolo Ciampin davanti alla Torre Velasca

 "Mi hanno licenziato, Paolo."
 "Chi, Feltrinelli? Dai, non scherzare..."
 "Non scherzo. Ho la faccia di uno che sta prendendo per il culo? Mi hanno licenziato per davvero."
 "Occazzo. Perch?"
 "Che ne so. Forse  per via di questo fatto che in redazione strascico i piedi, mi muovo piano, mi guardo intorno anche quando non mi  indispensabile. Cos mi hanno fatto intendere, 'sti bischeri."
 "E adesso che fai? Hai bisogno? Perch se hai bisogno..."
 "No. Lavoro a casa. Mi danno un po' di traduzioni. In fondo per me  meglio, non li sopporto pi questi luoghi di superattivismo surreale. La verit  che le case editrici sono piene di fannulloni frenetici: gente che non combina una madonna dalla mattina alla sera e riesce, non so come, a dare l'impressione fallace di star lavorando. Lo fanno cos bene che sono capaci persino di prendersi l'esaurimento nervoso..."
 " la legge del capitale."
 "Almeno lo fosse. Si saprebbe come combatterla.No, Paolo, credimi.  molto peggio. Non c' una vera logica... Lo vedi quel mostro?"
 "La Torre Velasca..."
 " un monumento inutile. Un orrendo torracchino.  il Potere che s'incarna in burla.  cos incapace di rappresentarsi che ha deciso di tramandarsi nei secoli con una rappresentazione di s senza idee e con molte pretese. Ma non vedi? Cos' 'sta coglionata? Un fungo, una guglia laica, una torre maldestra del Rinascimento? Un fallo rosa? Ma forse  giusto cos, perch questa societ  cos."
 "Be', il torracchino, come lo chiami tu, ormai c'. Si tratterebbe di prendercelo..."
 "...o di distruggerlo..."
 "Ma no, basterebbe usarlo. Occuparlo, come si fa con le fabbriche. Ormai gli uffici sono come andare in catena. Basterebbe salirci sopra, inventarsi qualcosa..."
 "Ci penso... ci sto pensando da un po'. Ho in mente di scrivere una storia. Hai presente I minatori della Maremma?"
 "L'ho letto."
 "Parto da l. Ma devo averci la testa. E poi questo torracchino mi fa troppo schifo.  cos ridicolo. Ne aspetto un altro, pi alto, magari..."
 "Sei bravo a inventare storie, Luciano. Ma io ho bisogno di fare. E subito. Ci salir presto, su questo torracchino..."
 Bianciardi e Ciampin guardavano la sagoma ovattata della Torre Velasca attraverso i vetri del solito caff. Non si trovavano spesso, ma lo facevano sempre l, un camparino triplo e una birra con gazzosa.
 Anche quella volta si lasciarono a pochi passi dalla Torre in un pomeriggio di pieno inverno.
 Nella mente oramai un po' confusa di Paolo la Torre Velasca incomincia a ritornare periodicamente come il punto di arrivo, come il punto di non ritorno. Il Piattola a teatro sta perdendo clamorosamente colpi. Gli spazi gli si sono chiusi proprio nel momento in cui pareva che la sua vita artistica e professionale potesse come d'incanto intrecciarsi con quella stessa passione politica che l'aveva visto in prima linea durante la Resistenza. Nell'agosto del '56, quando l'ha raggiunto la notizia della morte di Brecht, Ciampin ha capito subito che qualcosa sarebbe cambiato. Eppure ha ancora fiducia. In fondo il Maestro Strehler non pu essersi dimenticato di quella notte a cena. Paolo resta aggrappato alla convinzione che il suo lavoro al Piccolo possa finalmente concretizzarsi in un teatro didattico, sempre meno agganciato all'istituzione e sempre pi dedito alla causa di una societ migliore. D'altra parte il grande regista  uomo di sinistra, e lui, il gappista Paolo Ciampin,  l'attore pi di sinistra che possa offrire la citt. Che poi Ciampin fosse stato gappista "d'appoggio", con incarichi esclusivamente organizzativi tra Milano, Roma e Cln, erano cose che sapeva solo lui. Quindi il torracchino, ossessiva presenza di quel '57 stordente, non salter, ma sar il suo grande palcoscenico. Bene. Questa  la storia di Paolo Ciampin, grande teorico della rivoluzione o grande saggio. Eclatante e tranquillo. Esagerato e cauto. Insomma, di uno che non  capace o non vuole fare saltare i torracchini. Preferisce salirci sopra. La storia di Paolo che sale sulla Torre Velasca per inscenare la sua solitaria manifestazione di protesta.
 

 9

 Ore 17.00: 26 febbraio 1958, mercoled

 L'idraulico

 Silvio Diotallevi non era di quelli che possono vantare una faccia da grande intellettuale. Non gli risult molto difficile spacciarsi per idraulico.
 Alla Torre si present intorno alle 17 di quella fatidica vigilia, con passo spedito e guardando il custode dritto negli occhi. Vestiva una tuta arancione, invero un po' vistosa, ma era l'unica che aveva trovato a una svendita. Le altre costavano troppo, per essere usate una volta sola. L'aveva lavata, stirata alla meno peggio per non farla parere nuova, e strofinata un paio di volte sul pavimento di casa - una sarebbe stata pi che sufficiente - per renderla ancor pi credibile. Portava con s la sua abituale cartella di pelle a soffietto sgualcita dall'uso, quella che di solito strafogava di tollini e compiti in classe, e che questa volta era gonfia anche pi del dovuto. Pareva proprio la borsa di un artigiano. Dentro ci aveva ficcato due sacchi di iuta ripiegati e qualche attrezzo, non si sa mai. Perch un ladro che si rispetti deve pur avere con s qualche ferro del mestiere. Naturalmente gli attrezzi, una pila, un piede di porco, un paio di cacciavite, un martellaccio e un seghetto da acciaio, glieli aveva procurati l'ottimo Mitri, a cui queste cose facevano quasi schifo, le considerava superflue, ma Silvio aveva insistito tanto, pervaso da uno di quegli strani presentimenti che ti vengono soltanto in determinate circostanze, quando la sollecitazione dei sensi  al massimo. Silvio si era fatto scaricare in via Pantano dalla Cinquecento grigia di Gilberto. Il viaggio, breve ma intenso per il freddo cane che entrava dal tettuccio spalancato, aveva imposto l'utilizzo dell'utilitaria versione cabriolet, a causa di un paio di lunghi tubi dell'acqua che Diotallevi aveva preteso di portare con s per dare ulteriore spessore alla sua interpretazione. A completare il tutto c'era un quantitativo abnorme di corda, sottile ma solida al tatto, caricata a tracolla come un tempo usavano fare gli spazzacamini. Sceso dalla macchina e salutato Gilberto che sarebbe tornato alla base, si era diretto verso il palazzo, procedendo un po' sghimbescio per colpa di tutti quegli aggeggi che lo sbalestravano. Aveva deciso di tenere un contegno assolutamente anonimo, da professionista che si appresta a eseguire un compito che gli  usuale. In sostanza: come ladro se la faceva sotto, come idraulico era serafico.
 Guardando il portiere negli occhi: "Dottor Camisasca.  per lo scaldabagno..." (con tutta quella corda? e che te ne fai della corda? leghi i tubi? - ma  evidente da subito che il portiere non  un Einstein). "Chi devo dire?" "Sono l'idraulico. Comunque non stia l a scomodarsi: so gi che il dottore non c'. Tengo io le chiavi." "Ah, va bene. Ventesimo piano." "S, lo so." Non lo sapeva, ovvio. Silvio si avvia deciso verso i primi ascensori che vede, quelli di fianco alla portineria. "Questi sono gli ascensori degli uffici. Gli ascensori delle abitazioni sono nel secondo androne." "Eh gi, che stupido... Non  che gli ascensori cambiano da una settimana all'altra... Perch - si ricorda? - sono stato qui la settimana passata a prendere le misure..." patetico tentativo di mostrarsi sicuro di s. Il custode lo guarda allontanarsi senza espressione, come la mucca guarda il treno.
 Aveva parlato anche troppo, pensava Silvio tra s. Avrebbe dovuto essere una cosa piuttosto anonima e invece le circostanze l'avevano costretto a esporsi pi del dovuto. Mannaggia, e adesso gli era caduto in terra anche il tubo. Delendendu... Il portiere in un flash schizza fuori dalla guardiola. Senza dire niente si avvicina al tubo che Diotallevi aveva raccolto immediatamente dal suolo. Con la mano dietro alla schiena l'uomo sta controllando, leggermente chinato, il pavimento di marmo. Anche Silvio getta un'occhiata. Fortunatamente non si era segnato n rotto niente. Il custode insiste nella perlustrazione, pare quasi che gli dispiaccia di non trovare nulla fuori posto. Silvio guarda sul display le lucine che segnano i piani. Gli pare di essere l ad aspettare da una vita e l'ascensore non arriva mai.  a quel punto che si sente gelare il sangue nelle vene. Non teneva moneta, mannaggia. Bisogna dire a questo punto che il Maestro Diotallevi non aveva grandissima dimestichezza con i palazzi moderni. E che a Napoli in quegli anni impazzavano ancora ascensori concepiti "a nolo". Una volta entrati nella cabina, prima di schiacciare il piano, ci voleva una moneta da cinque o da dieci lire da inserire in un'apposita fessura, altrimenti l'ascensore non partiva. Difficile trovare a Milano ascensori di quella specie. Per quanto riguarda poi le esperienze ascensoriali del Maestro, la casa di Silvio non prevedeva il cesso, figurarsi l'ascensore, e quelle degli amici o degli allievi non prevedevano troppo spesso Silvio il quale, in occasione delle rare visite, nel dubbio di dover spendere, saliva a piedi. Ma erano due, tre, quattro piani. Non venti e con tutto quell'armamentario a rimorchio. Ci si pu immaginare la preoccupazione del nostro, una volta scopertosi senza moneta: stava accadendogli una serie di piccoli disguidi che rischiava di compromettere tutto. Diotallevi si fruga in tasca, poi guarda il custode: "Quanto ci vuole?". "Cosa?" "L'ascensore. Quanto ci vuole?" "Quanto vuole che ci vuole. Venticinque secondi. Venti piani, un piano al secondo pi l'entrata e l'uscita..." "E i soldi?... Tutto gratis?" "Eh, adess... St a ved che ghe paghen anca el viagg... Guarda, mi soo no... non so se il dottor Camisasca a te idraulico ti paga anche il viaggio, so solo che se a me mi pagavano il viaggio ogni volta che vado su a portare la posta mi seri giam il signor Bonaventura... tiramn nino! V a f el to meste che mi voo a f el m, che g'hoo minga temp de sbatt via... Tra l'altro  gi tanto che ti faccio salire su questo assansr," come gli piaceva quel suono francofono che faceva tanto chic, "e non su quello di servizio!"
 L'uomo  gi tornato alla guardiola. Silvio  finalmente sull'ascensore. Soltanto il tempo di ripassare il gi fatto e il da farsi. A partire dall'elenco che gli aveva procurato, qualche settimana prima, un amico che lavorava alla Stipel, la societ dei telefoni. Tutti i nomi e i numeri degli abbonati abitanti alla Torre Velasca. E i pedinamenti telefonici. Una serie cio di telefonate per sapere gli orari dei condomini, cos da conoscere quali erano le persone che stavano fuori fino a tardi. Fu scelto tale Camisasca dottor Gualtiero. Orari: otto di mattina, mezzogiorno e mezzo; tre, otto di sera. In quegli intervalli la casa sarebbe stata libera, quindi nessun dottor Camisasca avrebbe potuto dire che non aveva bisogno di alcun idraulico.
 E il dopo: Silvio sarebbe salito al ventesimo piano, avrebbe aspettato un po', poi sarebbe sceso a piedi per le scale di servizio al diciannovesimo, per dare un'occhiata da fuori al loro appartamento, quello del bottino, e sceso ancora. Gi gi, a passare in rivista la struttura interna del palazzo e a cercare di inventarsi un modo per abitarlo in quelle ore notturne che avrebbero dovuto trascorrere durante il colpo. Niente avrebbe dovuto passare inosservato: quello era il vero motivo per cui Diotallevi aveva preteso di rischiare un po' pi degli altri, anticipando l'entrata nella Torre. Una volta raggiunta la cantina con tutto l'armamentario, avrebbe aspettato gli altri. L'appuntamento era fissato per le 21.
 Ore 18.00: 26 febbraio 1958, mercoled

 Vista da vicino

 Paolo Ciampin ha appena lasciato le prove al teatro di via Rovello. Ha accusato un mal di testa improvviso, totale e senza appello. Si  fatto accompagnare al taxi da un collega, posteggio di piazza del Duomo.  la solita Seicento multipla verde e nera. Anche il taxista  verde e nero. Capelli corvini, pelle di uno che ha vomitato tutta la notte la cassoeula del giorno prima. I finestrini dell'auto sono alzati. Paolo, prima di salire, urla all'autista la sua destinazione. Lo fa dalla strada, cos da essere sentito dal collega. L'indirizzo  quello della sua pensione, non deve destare il minimo sospetto, questa sua assenza improvvisa. Ma appena il taxi si  allontanato dalla piazza, Paolo chiede di cambiare obiettivo, si fa portare in via Larga. Scende davanti a un colorificio. Acquista qualche foglio di carta da pacco, un piccolo barattolo di vernice rossa e un pennello. Si fa impacchettare il tutto e con quel malloppetto sotto il braccio imbocca via Pantano. Svolta nella minuscola via Osti, passa davanti alla trattoria, pochi metri e si trova in corso di Porta Romana. Cammina lentamente, si guarda intorno. La citt si appresta a chiudere veloce la giornata, cos come un po' frenetica l'ha vissuta. Uomini e donne imbacuccati accelerano il passo. Grappoli di impiegati scendono dal tram 24 disperdendosi lungo il corso, nei vicoli adiacenti. Una signora con lo chignon sta discutendo davanti all'entrata di una salumeria sulla quantit di stoccafisso da acquistare. C' una tinozza, fuori. El cervelle, come lo chiama lei, sta rifilandogliene troppo. Paolo accelera il passo, oramai  quasi arrivato in piazza Velasca. I pensieri si accavallano. Pensieri grandi, pensieri minuscoli. Chiss perch i nomi dei lavori in dialetto milanese sono cos strani, incomprensibili. Cervelle per dire salumiere, offelle il pasticciere, fondeghe droghiere. E come sar Milano di notte, vista da cos in alto. Perch. Perch farlo. Amare la citt. Odiarla. Perch. In fondo un lavoro, Paolo, l'ha trovato. Non  molto peggio di altri.  meglio, anzi. Un lavoro veramente di merda. Per gente di merda. Goldoni. E chi sar mai. Impiegato a vita nell'ufficio "Affari goldoniani". La Commedia dell'arte ridimensionata. Racchiusa in provetta. Senza pi l'originaria carica popolare, greve, ma vera. Proprio lui, Paolo, che avrebbe voluto fare l'altro teatro, quello... Quale teatro. Ma quale teatro? Cosa cazzo ci faceva l. Chiss se la vernice sarebbe bastata. Se sarebbe passato inosservato davanti alla portineria. Gi. E come sar la portineria della Torre Velasca. Non certo un gabbiottino da poverelli. Il torracchino dovrebbe pretendere ben altri servizi. Far freddo. Bisognava prendere un altro golf. Due golf. Una coperta. Boh, si vedr. Intanto Paolo Ciampin, gappista della teoria, attore rivoluzionario dalla mancata pratica,  arrivato finalmente alla Velasca. A guardarla bene fa proprio schifo schifo. Adesso tocca di recitare per davvero. Sistemarsi i vestiti. Testa alta, guardare negli occhi il custode, darsi una regolata nell'espressione. Sicurezza. Dai che lo fai per la rivoluzione. Pare una confezione di marron glac del Galli, un rosino salmonato da sala da t, il torracchino. Schifo schifo, non c' scusante per gli architetti. Sar anche una grande invenzione di ingegneria, sar anche un azzeccato rimando alla massiccia presenza del Duomo, una meravigliosa citazione speculare della torre centrale del Castello Sforzesco. E se anche il Duomo e il Castello facessero schifo? Schifo schifo? Devo farcela, adesso. Entro.
 Certo che ce la fai, Paolo. Per te e per la rivoluzione. Adesso che sei entrato con quel rotolone di carta sotto il braccio e il custode, senza una piega, ti ha salutato con un "Buonasera architetto", sei anche pi tranquillo. A parte l'architetto. Ma ci avr la faccia da architetto? Architetti si nasce, ingegneri si diventa. Dove l'ho sentita questa? ti sei domandato. Comunque una gran bella cazzata.
 Ormai sei su, acquattato al diciottesimo piano. A scrivere i tuoi manifesti di protesta.
 Tre parole d'ordine, tre fogli da pacco 130 per 80. Primo: "Il V-Effekt  una categoria sociale e non estetica!". Secondo: "Piccolo Teatro = socialdemocrazia". Terzo: "Voglio fare L'anima buona!". La carta da pacco  stesa per terra, la vernice rossa usata volutamente con parsimonia per seccare prima. Ciampin, sempre pi nervoso, ci cammina intorno, la guarda,  cos intimamente soddisfatto di quello che sta combinando da non rendersi conto di quanto la sua scrittura a zampette di ragno sia quasi indecifrabile. Ci vorrebbe il miglior Diotallevi, quello della punzonatura dei tollini, a riscriverla. Ma il Maestro-idraulico ha ben altro a cui pensare e le scritte di Paolo restano cos, naf, senza remissione. Buon per lui che quei grandi fogli, al diciottesimo piano, diventeranno poco pi che coriandoli nel cielo sotto la Torre Velasca.
 

 10

 Ore 21.00: 26 febbraio 1958, mercoled

 Disculpame

 Alle 21 esatte Claudio e Gilberto sono sul pezzo. Sono arrivati con la Cinquecento rossa di Claudio e l'hanno posteggiata nei paraggi, in via Sant'Antonio, come stabilito nel piano. A vederli, tranquilli e ben sistemati, sembrano due normalissimi inquilini. In fondo, del gruppo, sono gli unici due che potrebbero abitare quel luogo. "Disculpame, el seor Mendez, por favor..." Sono abbastanza tranquilli: durante i pedinamenti via cavo si sono imbattuti per telefono in un inquilino straniero che parla solo spagnolo, Pablo Mendez. E sono anche fortunati, loro non possono saperlo, ma questo Mendez dev'essere un tipo losco, o per lo meno strano, perch ha pi volte raccomandato alle guardie all'ingresso di trattare molto bene chiunque chieda di lui. "Ventitreesimo piano. Disculpame." Al portiere, che  di Cernusco sul Naviglio, quel disculpame piace molto. Lo fa sentire internazionale. Naturalmente non sa bene il significato, ma di una cosa  certo: fa importante e da quel momento lo user il pi possibile. I due procedono. Solo qualche incertezza per capire dove stanno gli ascensori, poi via, vi si infilano. Incertezza dovuta a un po' di nervosismo e subito superata. Soltanto Silvio poteva non accorgersi, infatti, che sopra i due blocchi di ascensori spiccano un paio di targhe: "Ascensori piani 1-9 e 10-17. Uffici", davanti; e "Ascensori piani 19-25. Abitazioni", in fondo. Ora le porte della cabina si sono chiuse. Ma, invece di salire ai piani alti dove sono situati gli appartamenti residenziali, i nostri schiacciano il "meno 1". Nei sotterranei  buio. Stanno ancora cercando la luce, che li investe un accesso di tosse. Non c' dubbio,  la bronchite invernale che non abbandona mai il Maestro. Claudio: "Incominciamo bene... ci mancava anche la tosse!". "Ssstt, che fai, urli?" "Sei tu che hai incominciato. Va' se mi devi tossire alla vigilia del colpo del secolo..." "E statte zitto, che svegli tutto il palazzo!" Gilberto, respirando la polvere del seminterrato, starnutisce. "Santo e viecchio." "Eh?" " un modo di dire 'salute!', ma che ne sai tu... Dai, ripassiamo: ore 22, arrivano Mitri e Lopane, che tra l'altro non ho capito a che cacchio serve Lopane qui dentro. Lui deve fare il palo e guidare la Cinquecento grigia..." Gilberto: "Veramente anche a me mi sembra inutile tutta questa ressa di volonterosi presenti nel palazzo. Lopane  inadatto. Questi sono momenti alti e lui  troppo emotivo. Un sanguigno, un casinista, uno spantegamerda...". Silvio: "Comunque sia, non facciamo i difficili; non vorrete tagliarlo fuori dalla parte pi divertente!". Claudio: "Me lo dici dopo se sar divertente. Dai, continua". "Continuo: ore 22 e 30, perlustrazione delle scale di servizio e salita al diciannovesimo piano, all'appartamento del bottino." Gilberto: "Ma dobbiamo farci tutti tutte le scale a piedi?". Silvio: "Tutte e tutti. Se poi qualche maruzzaro non se la sente, facciamo anche tranquillamente a meno di lui. Ore 23, Gilberto e Defendente scendono in strada a fare i pali. Fingeranno di essere amici coinvolti in una qualsiasi discussione". "Due a caso..." "Gilb, se tieni un po' di cervello dovresti capirlo da solo che tu sei la mente e Lopane  il braccio." Claudio: "Il braccio va bene, quello  e non potrebbe essere altro. Per la mente, toca de contentass: abbiamo preso quello che passa il convento". "Fa ridere. Fa molto ridere. Perch non hai i capelli, se no sai a chi somiglieresti?" "A chi?" "A una testa di cazzo con i capelli, invece cos sei solo una povera testa di..." "Mar, ma quanto siete scuccianti!...", questo  Silvio. E poi ancora Gilberto: "Piuttosto qualcuno di voialtri fessi mi dice di che cosa parler in tutto quel tempo con Lopane?". Silvio: "E che ne so? Di cosa vuoi parlare, con Defendente... Di comunismo e di gelati. Comunque a me mi pare una puttanata questa storia di fare il palo".
 Il Maestro pieg lentamente le gambe e si mise accosciato. Un braccio verso terra a reggersi in equilibrio, l'altro, il gomito destro appoggiato alla coscia destra, a sostenere la testa, le tempie tra l'indice e il pollice. Stette per un po' in silenzio. Tutti rispettarono in silenzio il suo silenzio: quando Diotallevi assumeva quella posizione - una perfetta sintesi tra Nacka Skoglund, il guerriero a riposo per la foto ricordo con la squadra, e Benedetto Croce, il suo punto di riferimento primo per tutte le scuole magistrali - stava sempre per accadere qualcosa. Buono, infatti successe. "D'accordo, Gilberto. Hai ragione. Non  credibile che un farfariello come te stia per lungo tempo a parlare sotto una casa cos signorile con uno come Lopane. A fare il palo ci andr Lopane da solo. Cos sar gi pronto per la fuga con i soldi. Glieli caleremo come previsto con questa corda. Nei sacchi di iuta. Andiamo avanti. Ore 24: io, Mitri, Gilberto e Brusa entriamo nell'appartamento, ci accertiamo che ci siano i soldi, li prendiamo, li caliamo gi e Lopane se li porta tranquillo a casa. User la Cinquecento grigia di Gilberto che Lopane avr posteggiato qui sotto." Claudio: "Scusa, Maestro,  un po' che ci penso, ma non potremmo tenerli qui fino a domattina, 'sti denari?". "Che d'? Non ti fidi del tuo amico Defendente?" "Figurarsi, non  che non mi fido. Il problema  che cazzarola in tutta 'sta faccenda c' troppo avanti e indietro, troppo rebelotto..." "'O rebelotto io lo vedo se teniamo il bottino qui con noi. Perch in quel caso se, per malasorte, ci beccano stanotte, salta tutto. Dato che invece l'unico obiettivo per noi  avere il corpo del reato, cos da poterlo mostrare all'opinione pubblica, la prima cosa da salvare sono proprio i soldi. Se dovessero pizzicare qualcuno di noi, chi si salva pu sempre fare la parte di tutti. D'altronde  dall'inizio che ci siamo detti che alla base di questa impresa c' una complicit totalissima che non si pu tradire. Cump: noi simm 'e meglie!" "Sar." Gilberto sembrava convinto sotto zero, a parte la vittoria ottenuta su Lopane in zona Cesarini. Soprattutto non gli andava gi la storia che lo stesso Lopane, l'indisponente gelataio col carretto, fosse destinato alla guida del suo gioiello. Ma tant', non c' rosa senza spine, pens. E ricadde in una profonda confusione, questa volta non pi per la faccenda dell'auto. Era l'immaginarsi Defendente in veste di rosa che lo confondeva. Soprattutto per il profumo, che non era proprio il medesimo.
 Ore 21.40: 26 febbraio 1958, mercoled

 Manduria e caff

  il momento di Defendente e Mitri. Che sono arrivati sulla Cinquecento grigia di Gilberto e siccome non hanno calcolato bene i tempi e si sono accorti di essere abbondantemente in anticipo, hanno fatto in modo di fermarsi in un trani di Porta Vittoria e di buttarsi gi per direttissima almeno un paio di bicchieri di Manduria, un vino cos tosto che risulta esagerato persino per tagliare l'acqua. Non sono ubriachi, sarebbe troppo. Ma sono cos vispi fuori luogo che, onde evitare incupimenti inutili del Maestro, i due decidono in seconda battuta di buttarsi nel primo bar praticabile e di bersi un paio di caff doppi. Con una certa apprensione ma molto ottimismo della volont finalmente arrivano le 22. Posteggiano a pochi metri dalla Torre.
 Piazza Velasca  stata progettata in una zona distrutta dai bombardamenti dell'ultima guerra. Si tratta di un'area abbastanza circoscritta e la Torre sorge proprio al suo centro, cos che le si pu girare agevolmente intorno. Davanti, verso corso di Porta Romana, c' l'entrata principale del palazzo, quella con la guardiola e gli ascensori gi descritti, per gli uffici. Sul retro, esattamente dalla parte opposta all'androne principale, di fronte a via Pantano si apre l'ingresso residenziale con i relativi ascensori diretti ai piani alti. Questa entrata, a vetri, di notte resta chiusa, cos da permettere un controllo diretto da parte del portiere. Tutto ci i nostri due amici lo sapevano. Oltre al famoso sopralluogo del pomeriggio del 4 febbraio, ne avevano fatto un altro qualche tempo dopo, questa volta notturno. Mitri ci mise un attimo ad aprire con un ferretto la porta del retro e Lopane poco pi di un attimo a seguirlo a ruota.
 I due aspettarono che il portiere girasse loro le spalle per un microsecondo e si infilarono - due ombre - nella porta d'accesso alle scale di servizio, quasi di fronte alla guardiola. Scesero silenziosi verso i sotterranei. Il ricongiungimento del gruppo avvenne, secondo tabella di marcia, intorno alle 22 e 30. Faceva un caldo pazzesco. I grossi tubi del riscaldamento centralizzato che attraversavano i sotterranei toglievano il respiro. Ma nessuno se ne lament.
 Ore 23.00: 26 febbraio 1958, mercoled

 Notte di vigilia

 Gliel'avevamo detto noi, a Mad, che Ges Bambino non esiste. Gliel'avevamo detto qualche giorno dopo quel 2 gennaio in cui eravamo stati ospiti a casa sua. Noi due, da parte nostra, l'avevamo scoperto quasi insieme l'anno prima, chiss come e chiss perch. I nostri padri che parlavano tra loro di negozi e di regali, pu essere. Le mamme che si lamentavano perch ogni Natale si spendeva troppo. E se spendevano, in cosa spendevano, a parte il pranzo... Forse i bigliettini con i nostri nomi sui pacchi, inequivocabilmente scritti con le penne stilografiche dei nonni, una a inchiostro nero, l'altra verde, ogni anno uguali. Come si faceva a pensare di poterci fare fessi ancora? Eppure. Eppure Mad aveva anche questo di straordinario. Sapeva alternare una maturit infinitamente superiore alla nostra a isole di formidabile innocenza. Era come se in lei combattessero due anime contrapposte. La prima ancorata alla ragione. La seconda, l'altra, disperatamente impegnata a far s che non perdesse la dimensione del sogno. In fondo, a ben pensarci, quel che invidiamo ancor oggi alle donne della nostra vita  proprio quel faticoso percorso che le fa restare vive: il crescere, maturare, invecchiare cercando con costanza un rifugio, a volte anche piccolo, di irreale. Di sogno, appunto.
 "Il Natale scorso mi sono addormentata, ma giuro che il prossimo sto sveglia, cos vedo come fa a entrare in casa mia Ges Bambino." Eccola, la frase rivelatrice di Mad.
 "Te lo dico io da dove entra. Dalla cantina, dove i tuoi genitori hanno nascosto i giocattoli. E poi dall'ascensore e dalla porta."
 "Quali giocattoli?..."
 "Mad, Ges Bambino non esiste." E questa invece fu la nostra di frase, precisa. Ges Bambino non esiste, addirittura. Cancellato in una riga tutto il Nuovo Testamento. Perch per rendere credibile la scoperta del Grande Segreto dell'infanzia occorreva esser drastici, assoluti. Poi, passato il trauma, la tradizione evangelica la si sarebbe potuta anche recuperare. Persino il presepe avrebbe avuto nuovamente un senso. Ma in determinate circostanze bisogna essere duri, che certi choc mica si danno con i distinguo. Mad aveva tentato il tutto per tutto: "Babbo Natale, per...". "Uguale. Lui poi!..." Ci sono momenti in cui anche se vivi la pi intima e disperata necessit di difendere un sogno ti accorgi che non ce la puoi fare, neppure se tu fossi il re pi potente del mondo. Perch la realt, che fantastica non lo  mai, in pochi secondi ti si fa chiara, sotto forma di un'infinit di coincidenze e tessere di vita vissuta che ti si incastrano perfettamente con degli "adesso capisco perch quella volta...". Mad viveva uno di quei momenti. Costretta ad arrendersi, cercava di darsi un disperato, formale contegno. "Lo sapevo benissimo che non esiste, lo facevo per voi, pensavo che ci credevate ancora." Ci sembr, la nostra confidenza a Mad, una piccola conquista, in quei primi giorni di gennaio che non ci immaginavamo, ma che sarebbero stati anche gli ultimi in assoluto trascorsi con lei. Ci pareva di averle regalato qualcosa. Non fu cos. Ancora una volta Mad ci aveva sovrastato. Ci disse che s, senza un Ges Bambino a Natale avremmo potuto anche starci, ma che, per quanto la riguardava, non avrebbe ceduto neanche il pi piccolo brivido provato durante le sue notti di vigilia. Avrebbe cercato, sempre, anche pi di prima, la sua vigilia, la sua attesa. In qualsiasi cosa. Ci sarebbe stato sempre un giorno prima, per lei. Una notte prima. Un sogno che precede la realt. E cos fu. Per esempio quella notte di febbraio.
 Pensieri di Mad

 Dunque. Domani esco normale. Ciao, dico. Poi, invece di girare a destra verso la scuola, attraverso, giro a sinistra, faccio trecentoquindici passi, li ho contati. E sono davanti al grattacielo. L, all'angolo, trovo loro due. Si va insieme a comprare la schiacciatina dal fornaio. Porto con me un paio di "Topolino" e il "Corriere dei Piccoli", ch ci sar da aspettare. Meglio stare un po' appartati, comunque, perch se ci vedono siamo fregati. Cose da non fare: rispondere agli sconosciuti, dimenticare la cartella, sedersi scomposta sul marciapiede, farsi beccare. Soprattutto farsi beccare. Ho gi visto il posto adatto. C' il cespuglio del bar di fianco, dove d'estate ci mettono i tavolini. La zona  pi o meno quella. Dovr tenere anche a bada i due, che in queste occasioni sono disordinatissimi. Per, caspita, com' divertente. E chiss cosa stanno tramando adesso, quelli della Banda. Se la staranno facendo sotto. Tutti. No, non proprio tutti. Tranne il Maestro Diotallevi, quello ci giurerei che  il pi tranquillo. Mi piacerebbe essere una mosca, essere l accanto a lui, adesso. Chiss a cosa pensa. Star ripassando il piano. O forse si star gi muovendo. Che ore sono. Saranno le dieci.  tardi. Meglio dormire. Pregare. Mi dimentico sempre. Angelo di Dio che sei il mio custode illumina custodisci reggi governa me che ti fui affidata dalla piet celeste digli a Ges Bambino di esistere digli di farlo per me...
 Ore 23.45: 26 febbraio 1958, mercoled

 Primo volo su Milano

 No che non soffro di vertigini. Ci vuol altro. Certo per che un conto  non soffrire di vertigini e un conto  stare accovacciato su un pilone di cemento armato umido e gelido. Non  il massimo. Va be' che tanto si tratta di una cosa di passaggio, che mica me ne sto fuori tutta la notte. Adesso faccio un esperimento, esco per un po'. Poi rientro per un altro po'. Poi torno sul pilone a posizionare i cartelli di denuncia, rientro un'altra volta e aspetto. Verso l'alba esco definitivamente e l parte il casino. Voglio proprio vedere se non mi notano. A guardare questa citt, per... Ma come si fa a non emozionarsi davanti a 'sta roba...
 Erano i pensieri di Paolo Ciampin, contraddizioni in seno alla Torre Velasca. Per la precisione piano diciottesimo, quello che non compare da nessuna parte, un piano di servizio. Il piano dove non va nessuno, luogo-non luogo, luogo-utopia, se non facesse un po' ridere scriverlo. Non  segnato sulle mappe,  strutturato in modo tale che se guardi la Torre dal basso, in prospettiva, appare circoscritto da una lunga teoria di ringhiere e quasi non si vede, oscurato com' dalla base che si allarga e lo sovrasta e incombe, geniale capriccio di un manipolo di architetti e ingegneri stufi di progettare sempre le stesse cose, il piano diciottesimo  silenzio e sogno. Paolo ha trascorso qualche ora a scrivere i suoi manifesti programmatici, cinque righe in tutto, insomma, le sue parole d'ordine incomprensibili ai pi. Ha percorso il corridoio che a quel piano per lunghi tratti gira attorno alla Torre. Grandi vetrate fronteggiano il ballatoio che scorre all'esterno, parallelo, delimitato dai fitti e bassi parapetti. Da l si pu accedere abbastanza agevolmente, scavalcando la balaustra, alle traversine in cemento armato che, estendendosi per qualche metro perpendicolari alla struttura verticale, vanno a incastrarsi con le "bretellone" che formano lo scheletro a vista della costruzione. Sono specie di ponticelli larghi poco pi di un metro e agli angoli si incrociano tra di loro, a ics.
 Paolo, dopo lungo pensare, scelse uno di questi spigoli, quello - diremmo a occhio, nord-ovest - che pi facilmente si pu descrivere come lo spigolo di sinistra, se si alzano gli occhi alla Torre dall'ingresso principale. Recuper una solida corda da argano in uno dei tanti sgabuzzini di quel piano di servizio. Una delle porte d'accesso al ballatoio si apriva facilmente. Usc, fiss un metro e mezzo di corda alla parte pi solida della ringhiera. La scavalc e tenendosi alla corda si lasci scivolare sul ponticello a ics. Si sedette sul bordo, le gambe penzoloni nel vuoto, e guard gi per un attimo. Non fu facilissimo, al primo impatto. Neppure per uno che aveva passato l'infanzia in montagna, d'estate. Poi, piano piano, s'impadron di lui una strana tranquillit, forse un'imprevista serenit.
 La citt gli si apriva in volo, sfumata dalla nebbia che rifletteva le luci del centro.
 Ciampin stava per diluirsi dentro a chiss quali fantasie quando per un attimo avvert la sensazione di perdere il controllo del proprio equilibrio. Era come se una violenta forza lo stesse tirando gi, verso quel buco di diciotto piani. Si butt istintivamente indietro e accovacciato, quasi strisciando, si diresse a ritroso verso la ringhiera e il ballatoio aiutandosi con la corda. Rientr subito e chiuse la porta dietro di s.
 Ore 24.00: 26 febbraio 1958, mercoled

 L'appartamento

 Diciannovesimo piano. Quando l'Artista si trov davanti alla porta, gli altri gli si fecero intorno attenti. C'era da gustare lo spettacolo. Certo, non si trattava ancora della cassaforte, ma il piccolo assaggio che Mitriantonio stava per proporre al gruppo prometteva quell'infinit di lievi emozioni da stadio che si provano quando il fuoriclasse in campo decide di offrirsi al pubblico, in fase di riscaldamento, con un florilegio dal suo repertorio. Mitri con il gesto usuale, quasi meccanico, di chi sta per prendersi una sigaretta, si tolse una forcina dai capelli crespi. Una forcina sottile e nera, quasi invisibile. La port alla bocca. Con gli incisivi pieg una delle due sommit. Guard il risultato per un attimo. Termin di sistemare la piega con l'indice e il medio della mano sinistra. Ricontroll il tutto. Poi, serrata la forcina cos modificata tra il pollice e l'anulare della mano destra, introdusse l'aggeggino ricurvo nella toppa. Silvio, Claudio, Gilberto lo guardavano rapiti, accompagnando con un minimo tremore delle labbra ogni movimento, quasi volessero suggerirgli, o forse fotografare mentalmente, ci che stava facendo. Adesso c'erano dentro davvero. Antonio aveva dato il via ai giochi, non si poteva pi tornare indietro. Da l a qualche manciata di secondi l'Artista avrebbe fatto saltare i meccanismi. Anzi, li avrebbe blanditi, piaggiati, avrebbe saputo possederli con la complicit e la delicatezza di chi sa amare. Mosse lieve, impercettibile il ferretto una volta, due. La porta non si apr. Estrasse il ferretto stupito. Riprov. Un'altra volta, dieci. I pochi secondi si erano ormai dilatati in minuti. Mai battere i rigori con sufficienza, tenendo troppo d'occhio il pubblico. Si rischia di tirare alto, addirittura di non colpire il pallone. Mitri incominciava a dare segni di nervosismo, la porta, ostinata, non voleva saperne di aprirsi. Silvio, il cui tremore delle mani era ormai inversamente proporzionale alla frequenza del respiro, ruppe il silenzio: "Problemi?". "Scherzi? Sto divertendomi come un picciriddu!" Antonio cercava goffamente di nascondere le proprie contrariet. "Oeuh la peppa! Qui si fa dell'autoironia! Cazzo, Antonio, ti sembra il caso di fare lo spiritoso?" Gilberto stava iniziando a stramaledire i geni. "Qui sono tutti fenomeni! Per fare queste cose ci vuole la manovalanza, altro che artisti..." Era ovvio a tutti che la situazione stava degenerando al primo piccolo intoppo. Era ovvio a Claudio che certi momenti della vita prevedono una sola cosa da fare. Claudio la fece. Senza dire niente apr la borsa da intellettuale-idraulico che il Maestro aveva posato a terra, estrasse il piede di porco, lo infil nell'infisso, lo pieg con forza verso di s. La porta si squarci con un rumore sordo. L'operazione era durata venti secondi. "Fatto," disse il Brusa. Ed entr. Gli altri lo seguirono voltandosi verso gli ascensori per accertarsi che nessuno avesse sentito il botto, per altro assai meno forte del previsto. "Mizzica," prov a giustificarsi Mitri, "non mi era mai successo prima... E adesso sono come lacerato dentro... quella porta violata in quel modo..." "Uh, lacerato, vedi di darci un taglio, che qui c' da fare..." Claudio aveva incominciato a guardarsi intorno. L'appartamento, per quanto si poteva intravedere, era vuoto. Tenendo sempre in mano come una clava il piede di porco fece qualche passo al buio. Poi Diotallevi accese la pila.
 "Porca paletta, ci siamo finalmente!" "Sssstt! Te vuo' sta' zitto? Valli a prevedere, 'sti disgraziati di politicanti. Metti che abbiano piazzato a guardia del bottino un uomo, magari armato fino ai denti, e che essendo notte quest'uomo si sia addormentato. Se entriamo in silenzio lo sorprendiamo nel sonno, se ci facciamo scoprire siamo morti e soprattutto il colpo va a monte." Questo  pi o meno il contenuto di ci che Silvio sussurra a Claudio e Gilberto. "No, semmai  il contrario: 'cos il colpo va a monte e soprattutto siamo morti'."  Gilberto a sottilizzare, stavolta in vena dei suoi sacrosanti distinguo, mentre Claudio, a voce normale: "Ma che cacchio dici! Se abbiamo buttato gi una porta e non se n' accorto nessuno, non vorrai mica che l'appartamento sia abitato!". Logicissimo, il Brusa.
 I quattro procedono cauti, appoggiando lenti i piedi al suolo. Li sostiene la luce della torcia sgangherata. L'appartamento  davvero vuoto. Completamente vuoto. Non un mobile, non un segno di presenza anche soltanto trascorsa.
 "Madonna del Carmine!" Silvio  stato il primo ad entrare nel salone. "Oddio, che c'?" fa Claudio preoccupato. "Eccola, beati tutt'i santi in coppa 'o cielo!" Silvio sta rischiarando il perimetro della cassaforte con la torcia. Gilberto: "Vacca, ma  enorme!". "Cos deve essere. Grande. Cento milioni, ci devono stare...",  chiaro a tutti che Mitriantonio resta l'esperto numero uno, nonostante il flop della porta. "Gi."
 Sono passati pochi secondi, Mitri  ormai fuori dal gruppo. Come in trance sta fissando, ritto davanti alla cassaforte, la manopola. Ha gi tolto le scarpe. Ora le si avvicina, sfiora il marchingegno, con i polpastrelli di indice medio e anulare accarezza leggermente l'acciaio. Poi si appresta a celebrare il rito, sempre quello. I numeri via via scattano, lenti. Sette... tre... otto... quattro... L'ultimo  uno zero. Tlic. Lo sportellone ha una piccola vibrazione, si stacca dal resto del monolite di lega di un micromillimetro:  il segnale che tutto  andato secondo previsione. L'orgasmo di Antonio, l'Artista, ha raggiunto il suo apice, ma lui ha gi lo sguardo altrove e fisicamente ha compiuto tre passi a ritroso, verso l'angolo meno illuminato della sala. Ora tocca agli altri.  Silvio ad aprire materialmente lo sportello, tirandolo verso di s. Claudio e Gilberto non hanno il coraggio di farsi sotto, quasi frenati da quella loro timida azione delittuosa, se ne stanno in seconda fila, ma il loro collo, allungato a dismisura, cerca di mettere gli occhi nella condizione di capire un po' di pi, oltre il Maestro. "Sposta la capoccia..." "Meh, quanto sei scucciante..." "Che c', che c'?" "Vieni anche tu e lo vedi, mannaggia quanto si' 'mbranato." "Diobno, ma ci sono davvero!" "Madocina, va' quanti soldi!" "E che dovevano esserci, fichi d'India?" Antonio si  riavvicinato, anzi, ora  il primo a frugare nella cassaforte. Gli altri gli si sono ormai accrocchiati intorno.
 Cento milioni. Dovrebbero essere a occhio cento mazzette da cento biglietti da diecimila. Gonfi, ingombranti. La cartamoneta di quegli anni era davvero esageratamente voluminosa e in pi i soldi erano tutti usati, neppure un diecimila nuovo di zecca. Claudio ne prese qualcuna e la fece frusciare tra le dita, per constatarne l'autenticit e il numero. Che bastardi! Allora questi baciapile che vanno a messa tutti i giorni e fanno le loro assemblee nei conventi francescani,  vero che rubano! Scosse la testa, deglut forte. Anche Gilberto, un po' pi timidamente, affond le mani in quella strana impilata di denaro. Era proprio come gli era stato detto, i soldi c'erano, ottimi e abbondanti, ogni dettaglio corrispondeva alle dritte di Giulia, alla quale and il suo pensiero doveroso. E una prece. Gi, perch alla fine, per arrivare a tutto quel bendiddio, almeno una vittima, morta e sepolta, si era dovuta immolare: l'amore. Ch in fondo, quello, amore lo era stato davvero. Una donna come Giulia, difficile incontrarla di nuovo... Il Maestro Diotallevi cerc di distogliere Gilberto dai suoi percorsi mentali. "Aiutami, dai! Anche tu, Claudio! Antonio! Qui dentro, presto! Ma chianu chianu..." Divisero il bottino in due met esatte. Ognuna venne sistemata nei due sacchi di iuta. I sacchi erano nuovi, sapevano ancora di quello strano piacevole odore dolciastro che hanno certe fibre naturali, l'odore che si avverte nei negozi di cordami, o ai mercatini. Gilberto lo sentiva per la prima volta. Tagliarono due frammenti di corda, chiusero i sacchi con cura. Poi con un terzo frammento legarono le sommit dei due sacchi assieme. Infine operarono un ultimo congiungimento dei sacchi a un capo della lunga corda che Diotallevi aveva portato con s a tracolla e che non si era mai tolto di dosso, per paura di ingarbugliarla. Ora c'era solo da aspettare. Silvio si affacci a una finestra dell'appartamento. Guard verso il basso. Vide all'angolo la sagoma-formica di Lopane. Camminava lentamente, quattro passi avanti, quattro indietro. Chiss cosa stava pensando.
 "Prima di tutto a nome mio e del partito voglio ringraziarti, compagno... Lopane. Vedi, compagno, dicendoci tutto, mettendoci al corrente di questa brutta faccenda, tu hai..."
 "Senti, lasciamo perdere i convenevoli, tu sei qui apposta per occuparti di questa faccenda, quindi dimmi subito, cosa credi che sia meglio. Lo facciamo uscire sull''Unit'?"
 "No. Sull''Unit' direi proprio di no. Gli altri se le aspettano, queste cose, sul nostro giornale. Bisogna spiazzarli invece. E poi, sai, potrebbe essere una provocazione... bisogna documentarsi... l'affare  rischioso, non  come dirlo... Qui se sbagliamo ci torna indietro tutto come un boomerang..."
 "Informiamo il Parlamento, allora. Facciamo dei manifesti, qualcosa di visibile, di immediato. Mettiamo in piedi una manifestazione..."
 "Eh, come corri, Lopane! Queste cose si fanno quando si ha la certezza. Noi siamo materialisti, mica scriviamo racconti gialli. Le denunce si fanno su basi certe, non sui si dice."
 "Ma che si dice e si dice! Qui c' un fatto preciso, c' un luogo, una data."
 "C' un racconto, Lopane. Solo il racconto di una ragazzina. Oltre tutto una che sta dall'altra parte della barricata... tu lo sai di chi  figlia lei..."
 "E come, non lo so? Se non era figlia di quel fetente io adesso stavo qui? Insomma, che si fa..."
 "Si prende tempo. Si indaga, ci si accerta. Si raccolgono prove. Ci si prepara a una grande operazione di pulizia. Dobbiamo evitare avventurismi."
 "S, e intanto quelli se ne scappano con i soldi. E chi si  visto si  visto."
 "Compagno Lopane, ascoltami e non farti prendere dalla foga. Questa  una faccenda intricata, c' di mezzo Mattei... Tu sai che Enrico Mattei ha fatto la Resistenza..."
 "Ma lui non c'entra direttamente, e poi se anche c'entrasse qualcosa, in fondo resta comunque un democristiano..."
 "Non  che tutti i democristiani sono uguali..."
 "Ma Togliatti lo sa?"
 "Il compagno Togliatti ha altro a cui pensare, adesso. Ci sono qui io per queste cose...  un momento delicato per l'Italia. Stiamo operando per il meglio... dobbiamo essere nemici, ma leali. La faccenda delle industrie di Stato non va presa sottogamba... Non possiamo sbagliare su una cosa cos."
 "Ma allora..."
 "Non fraintendermi. Ti chiedo di aver pazienza. Ti garantisco che ho gi mobilitato i compagni che possono darci una mano per saperne di pi. Ma non possiamo farlo da un giorno all'altro. Tu intanto stai tranquillo, aspetta. Al momento buono la tua testimonianza sar decisiva. Ma dobbiamo avere prove certe."
 "Mi dispiace ma non posso garantirti nulla, oltretutto non sono solo in questa faccenda, lo sai."
 "Lo so, purtroppo. E so anche che non posso obbligarti. Mi auguro soltanto che non facciate danni ulteriori, perch se questa notizia  vera sono cose che bisogna gestirsi politicamente..."
 "E infatti prometto che sar cos, con o senza il partito."
 "Non sono d'accordo. Per me questo  avventurismo puro."
 "Forse, ma  quello che sento di fare."
 "Allora, buona fortuna, che altro devo dirti?..."
 "Una cosa: ma tu, sinceramente, cosa speri? Che questa faccenda sia vera o non sia vera?"
 "Vuoi saperlo?"
 "No."
 A questo pensava Defendente. A quell'incontro segreto cos poco entusiasmante avuto in un caff di via Verdi una settimana prima. E se invece avevano ragione i compagni? E se quella cosa fosse stata tutta una montatura, una provocazione? Perch quelli lass non si facevano vivi? Cosa c'era che non andava? Ma cosa cavolo stavano combinando?
 Il Maestro vide Lopane che alzava la testa verso la sommit della Torre. Accese la torcia elettrica tre volte, era il segnale convenuto. Lopane fece tre passi di lato, il controsegnale. Tutto a posto. A parte il comunismo.
 Ore 0.45: 27 febbraio 1958, gioved

 Altro volo su Milano

 C'era da aspettare l'una. Cos era stato deciso, onde superare gli eventuali contrattempi che fortunatamente non si erano verificati.
 Dopo una nuova, breve perlustrazione all'appartamento deserto che non rivel alcuna caratteristica degna di nota, i quattro si ritrovarono nella medesima stanza, quella dove avevano appoggiato a terra i sacchi con le banconote. Non si parlarono. Si accostarono lentamente alle vetrate.
 No, non era quella la loro citt. Quello era un volo magico, senza suoni. Erano tegole lontane, strade miniaturizzate come grandi piste di tollini. Forse c'era poesia in quella citt vista al contrario. La prospettiva era inusuale, rovesciata. Da grande a piccolo, gi, verso il terreno, e non da terra, su, verso il cielo, lo spazio immenso e inarrivabile. Tutto era stato perfetto fino a quel punto, cos perfetto da pensare che fosse gi scritta ogni cosa, magari pi su, appena sopra di loro, tra quella nebbiolina che immergeva la citt tutta in una opaca invulnerabilit, in una dimensione soffice, quasi impalpabile. Era stata considerata normale, dal custode, persino l'uscita di Lopane dalla porta principale, quando aveva lasciato il palazzo per iniziare a fare il palo. Secondo copione era passato davanti alla guardiola scorrendo i titoli del "Giorno", come assorto nei propri pensieri di uomo d'affari ramo gelati. Aveva alzato appena il mento per fare un cenno al portiere che lo aveva a sua volta salutato bofonchiando qualcosa, forse un disculpame o un assansr, giusto per godere.
 Non era loro, quella Milano. Troppo perfetta e lontana. Troppo bella e diversa da quella che erano abituati a combattere, tra caff presi in fretta e ginocchia sbucciate dei figli e vaffanculo ingoiati negli uffici e letti cigolosi e grattate col cambio. Era un'altra citt, troppo bella. Forse era la citt dei ricchi veri e chiss se i ricchi l'avevano mai vista dal basso, con le case che da piccole diventano grandi e con il cielo e la nebbia di febbraio e il sole d'agosto che ti tolgono il respiro, che se le inghiottono.
 Ore 1.00: 27 febbraio 1958, gioved

 Cose molto terrene

 All'una esatta Silvio Diotallevi diede il via ufficialmente all'operazione "passaggio di consegne". Aveva piazzato la lunghissima corda nelle mani di Claudio e Gilberto. I quali la tenevano, sempre arrotolata, per le estremit, come si tiene di solito la lana per avvolgerla in gomitoli. Era fondamentale che non s'ingarbugliasse. Il Maestro, affacciato alla finestra, incominci lentamente a calare i sacchi dal davanzale. L'appartamento era situato al primo piano della parte alta e sporgente della Torre, non era prevista alcuna possibilit di vedere i piani sottostanti, solo il vuoto di un'ottantina di metri. Lopane attendeva esattamente sotto, in strada, con l'auto posteggiata a pochi passi.
 I sacchi oscillavano nel buio. Anche troppo, a dire il vero. Silvio stava dando corda, metro dopo metro.
 Sent quasi subito che la corda non era pi in tensione. "Maccheccazzo..." Cerc di sporgersi per capire. Nulla, la fune, di cui teneva il capo sempre pi stretto, spariva nel semibuio. La intuiva in parte oscillare nel vuoto. "Oddio, si dev'essere sganciato il sacco, non capisco..." disse quasi tra s con tono lugubre. "Quale sacco?" "E quale sacco vuoi che si sia sganciato? Quello di patate? Quello dei soldi, mannaggia a te!" Silvio gridava a bassa voce, forzando esageratamente la laringe. Non fosse stato un momento drammatico, Claudio avrebbe saputo coglierne il lato comico. Ma non si sognava nemmeno. Precis: "Quale dei due sacchi?". "Maronna santissima! Tutti e due, no? Se la corda  molle saranno tutti e due!" "E allora di' 'i sacchi' e non 'il sacco'. Se no, non capisco e aggiungo agitazione ad agitazione, vacis." Antonio: "Eh, ma qui niente si capisce, bedda matri! Alla Vucciaria c' meno scruscio!". Gilberto: "Guarda gi... anzi aspetta che lo faccio io". Si sporse per vedere come reagiva Lopane. Defendente se ne stava a naso in su prodigandosi in ampi gesti con le braccia. Non poteva gridare e gi cos chiunque fosse passato da quelle parti avrebbe capito tutto. Per fortuna non si notava anima viva nell'arco di qualche chilometro. Claudio prese la torcia elettrica. La punt nel vuoto, seguendo la corda. "Diocaro, si  impigliata nelle bretellone di cemento... La corda fa una curva nel vuoto e torna su, sparisce qui sotto, si  impigliato il malloppo, vaffancuore!" Silvio: "Bisogna cercare di disincagliarla subito. Ci sar pure un modo... Gilberto, vai gi a vedere. Bisogna uscire su quelle cazzarole di travi e sbloccare il tutto, mannaggia!". "Non mi sogno nemmeno, soffro di vertigini, non riesco a salire in piedi su una sedia." "Ti pareva. Claudio!..." "Senti, Maestro, io a questo affare ci tengo. Ma non tanto da farmi cento metri a precipizio come un piombo." Mitri: "Io uomo di mare sono. La montagna paura mi fa!"."Ma cazzo! E cazzo e cazzo!  andato tutto bene fino a adesso, non vorrete arrendervi per un banalissimo intoppo. Ho capito, come al solito vado io." "Sei tu il capo, Maestro." "Ahee! Il capo  la mente. Il capo non fa un tubo, il capo progetta. Io qui sono il capo il braccio la mente la minchia... tutto! Ma ched', stiamo danno 'e nummere?" Molla il capo della corda - che si  gi ingarbugliata, ma non  il momento di stare a vedere, adesso - a Claudio. Esce quasi di corsa.  furibondo, ma la sua convinzione fa ben sperare.
 Paolo Ciampin, un uomo, un destino. Dove  presente qualsivoglia contraddizione in seno al popolo e anche un po' fuori del popolo, lui c'. Nella seconda uscita ha legato i suoi cartelli lungo il pilastro orizzontale, illuso che in questo modo siano leggibili dal basso. Poi si  seduto di nuovo al centro, dove i due blocchi si incrociano a ics, sospeso nel buio. Aspetta. Sta ancora una volta guardando la citt. Non gli capiter pi nella vita, pensa. Oramai  completamente concentrato nei suoi pensieri, non sente neppure pi il freddo.
 Soprassalto. Un'ombra nel vuoto. Un tonfo al cuore. Gli manca il respiro per un attimo. E cos' quella roba? Ciampin si alza di scatto e compie due specie di balzi verso l'esterno. Afferra la corda, posa il peso che la tende sulla traversina di cemento, cerca di sporgersi il pi possibile ma non arriva a vedere cosa c' sopra. Ora,  difficile descrivere le emozioni che si rincorrono nella mente di Paolo Ciampin, intellettuale, disperato in attesa di clamorosa protesta socio-culturale e immerso in pensieri sul senso della vita, impegnato nel suo lungo volo sulla citt al contrario, il secondo. Cosa gli passa per il cervello nei pochi secondi, forse qualche minuto, in cui un'intrusione di quel tipo lo spiazza su piani molto pi tangibili e lo riempie di paura. Mai distogliere bruscamente un intellettuale dalle sue emozioni. Sarebbe come svegliare un sonnambulo. Ma non c' tempo per altro. Le reazioni di Ciampin si fermano qui. Cio sono praticamente mille.
 "Chi sei?" (Silvio). "Chi?... Cosa?... Chi sei tu!" (Paolo) . "Lassa i sacchi, carugnone!" Il Maestro  spinto da furore e paura in egual misura. Con un balzo ha gi scavalcato la transenna. A occhio ci vorranno quattro passi, ai sacchi. Ne fa due. Il terzo  pi lungo, una specie di entrata a scivolone, come se stesse giocando a calcio. Ma  un campo sospeso a settanta metri dal suolo e il quarto passo lo fa nel vuoto. Un grido soffocato. D'istinto Paolo sta sorvolando con gli occhi la foschia, gi verso il basso. Ma lo sguardo si blocca subito poco pi in l. Torna su, alla traversina. Il corpo di Diotallevi  rimasto ingarbugliato, tra corda e traversina, sospeso per met nel vuoto, sul cemento. "Stai fermo, immobile. Aspetta... Ecco, ci sono. Fermo!... Ma che ostrega di scarpe ci hai, mona! Coi rinforzi di ferro? Vieni a ballare il tip tap sui grattacieli?... Un attimo. Tira su la gamba destra. Non la sinistra! Quella  gi in salvo! L'altra... piano... piano. Prendimi il polso, cos. Fatto." Silvio  ora sdraiato lungo il blocco di cemento. Gli manca il respiro,  preso da singulti.  sotto choc. Accovacciato ai suoi piedi Paolo lo guarda, non sa cosa fare. Abbozza un "Dai, che  andata, via!". " andata," sibila il Maestro. "Ti devo la vita." "Ma che vita, queste cose si dicono solo nei film! Vieni dentro, osti!" "Io da qui non mi muovo." "Non succede niente, vieni. Fai cos, scivola come sei adesso. Ti tengo io per i piedi. Quando arrivi alla ringhiera ti alzi aiutandoti con il cordone." "Va bene, ma prendi i sacchi."
 Il fattaccio  durato non pi di tre minuti. Adesso che entrambi sono seduti per terra, nel corridoio tra carta da pacco, corda, sacchi, colla e pennello, c' il tempo per ragionare. E per le spiegazioni, che dovrebbero essere lunghe e articolate. E invece stanno arrivando Antonio, Claudio e Gilberto. Non hanno visto niente, ma hanno sentito molto, di quell'incidente. Li raggiungono con il fiato grosso e con delle facce che sarebbero da fotografare. "Andava tutto bene, e adesso che cacchio sta succedendo, porca putrella?"
 "Assrrete... Voi lass, che sta succedendo, porca puttana? Muovetevi, che io sono qui come un ciuccio a farmi beccare!" Lopane ha intuito molto e visto poco, costretto a interpretare delle ombre lontane. Ha dovuto far viaggiare la fantasia. Ma non ha chiaro il perch di tutto quel movimento. Sa soltanto che sta cambiando qualcosa, all'improvviso, in quella strana storia in cui si sono cacciati. "Andiamo bene, adesso ci manca solo che arriva la madama e sono fottuto..." Tranquillo, giovane. C' un tempo per tutto.
 Ore 1.30: 27 febbraio 1958, gioved

 Uno in pi

 "Conosci Mattei?" "De Mattei. Andrea De Mattei.  un mio collega al Piccolo." "Mattei, Enrico." "Il partigiano bianco. Il democristiano. Quello che hanno messo a dirigere..." "Quello." I chiarimenti partono da l, con annessi e connessi. I cinque se ne stanno seduti nel corridoio, si spiegano quanto basta.  chiaro che Ciampin  geneticamente uno della Banda. Mica si pu lasciarlo fuori. "S, ma la mia protesta?..." "E che te ne importa, ormai, della protesta? Mica vorrai rovinarci tutto?" "E poi vuoi mettere l'impatto che avrai sull'opinione pubblica quando domattina tireremo fuori 'sto scandalo? Allora cosa dovrei dire io che ho lasciato al suo destino per tutto questo il mio piccolo tesoro..." "Hai un figlio?" "Ma che figlio. La mia Cinquecento!" "La Cinquecento! Lopane!  gi che aspetta!" Silvio si  completamente ripreso, come svegliato da un incubo. "Bisogna calargli i sacchi. Dai, che fa gi quasi chiaro." Non era vero, ma la frase sort i suoi effetti. Ci volle un po' per districare la corda, poi l'operazione fu, tutto sommato, dignitosa.
 Finalmente ogni tassello si incastra al posto giusto. I soldi viaggiano verso la Piazza, per gli altri, tutti,  ora di cancellare alla meno peggio ogni segno di effrazione e di rifugiarsi ad aspettare nei sotterranei. Ripassano veloci nell'appartamento, accostano lo sportellone della cassaforte, chiudono le finestre, appoggiano allo stipite la porta forzata, cos che se anche qualcuno passasse di l prima dell'alba non si accorgerebbe di nulla. Cosa diranno quelli che vedranno gli strani cartelli appesi alle traversine, per Ciampin non  il pensiero principale. Anzi, non lo  proprio. Ciampin  troppo coinvolto in questa nuova avventura. Davvero rivoluzionaria, ostrega.
 

 11

 Ore 7.45: 27 febbraio 1958, gioved

 Noi due

 Cosa volete che ci sia da dire. Noi due eravamo veramente due pirlini. Perch tocca di essere onesti, altro che. Non si pu riscrivere la storia, non  giusto. Noi dormimmo, quella notte famosa tra il 26 e il 27 febbraio 1958. Avremmo dormito fino all'ultimo secondo, tanto sapevamo che la prima ora era "canto", con un'insegnante tanto appassionata quanto fusa, che se anche entravi con cinque minuti di ritardo riuscivi a sgattaiolare in ultima fila senza che neanche se ne accorgesse. Le canzoni erano sempre le stesse, tutte sul Risorgimento. L'assaggio di ci che ci sarebbe toccato di l a due o tre anni per la celebrazione del Centenario dell'Unit d'Italia. A noi piaceva cantare, ma sinceramente trovarsi alla mattina alle otto e mezzo a modulare versi del tipo "Veglia la guardia / passa il tenente / camicia rossa camicia ardente" senza sapere neppure chi erano le Camicie Rosse, chi erano i Mille e soprattutto quanti erano, non era granch divertente.
 Dunque, l'obiettivo era quello di alzarsi alle sette e tre quarti, mezz'ora per fare tutto: lavicchiarsi, mangiare il sacrosanto caffellatte, vestirsi e percorrere di corsa i cento metri di marciapiede che ci separavano dalla scuola. Dormivamo ancora, invece, che squill il telefono. Era Mad. Ci ricordava, ufficialmente, che eravamo invitati a una festa, il sabato successivo, a casa sua. Ma sottovoce ci diceva l'ora e il luogo dell'appuntamento: otto e trenta alla Torre Velasca.
 Porca vacca! Ma come avevamo fatto a dimenticarci dell'appuntamento quel giorno? E dire che ci avevamo pensato per tutto il mese. L'emozione, certo. Ma a cosa vale dire che Ges Bambino non esiste se poi ti dimentichi le cose che contano?... Avevamo un'ora esatta per tutto. Ci vestimmo di corsa risparmiando quasi tutta l'acqua. Lasciammo a met il latte. Uscimmo quasi contemporaneamente dai nostri due appartamenti, la cartella di cavallino, orrenda, e il cappello di Davy Crockett con la coda. Due gemellini un po' bamba. Imboccammo la strada di scuola, ma, girato l'angolo, incominciammo a correre verso viale Umbria, e via, poi, viale Monte Nero, la Besana, il palazzo di Giustizia, i giardini della Guastalla. Arrivammo al Verziere che quasi non riuscivamo pi a respirare. Il freddo. L'ansia. La fatica. Sentivamo le spalle bruciare per la cinghia della cartella. Ma avevamo recuperato. Ora eravamo in orario, stando all'orologio davanti al palazzo del Comune, in via Larga.
 Quando scorgemmo Mad, avevamo avuto persino il tempo di ricomporci. Era seduta sui gradini di un negozio con le saracinesche abbassate, mangiava una focaccina. "Ne volete un morso?" furono le prime parole che disse. Pass qualche secondo prima che riuscissimo a dirle un "no" e un "s". Un "grazie" e un "va be', allora anch'io". Erano trascorse poche settimane e gi ci era mancata moltissimo.
 Ore 9.00: 27 febbraio 1958, gioved

 Volti tra la folla

 Alle 9 l'ingresso principale della Torre Velasca gi brulica di gente. Entrano ed escono grigi impiegati che sanno di acqua velva, brillantina e lucido da scarpe, fattorini ingombranti e gi un po' incupiti, segretarie frettolose con le unghie rosse e i capelli cotonati. Accovacciati dietro alla siepe del bar, con il cuore in fermento per l'emozione, noi tre stiamo per consumare i sessanta minuti pi esaltanti della nostra vita. Per primi vediamo uscire Claudio e Gilberto, tranquilli. Chiacchierano tra loro, forse hanno millantato altro spagnolo, pi probabilmente non ce n' stato neppure bisogno, in quel bailamme: si devono essere mischiati alla folla di impiegati. Il Maestro Diotallevi dev'essere uscito dal retro, visto che si materializza ai nostri occhi sulla porta del bar che sta di fianco all'entrata. Non ha pi la tuta da idraulico, ma tiene ancora la cartella gonfia. La tuta dev'essere l dentro. Indossa la solita giacca a spina di pesce, niente cappotto, naturalmente. Chiacchiera con un ometto minuto, mentre addenta l'ultimo rimasuglio di brioche. L'altro non sappiamo chi : non abbiamo avuto il godimento di quella notte. E chi di noi potrebbe mai immaginarsi che quella persona dimessa e innocua, soltanto qualche ora prima, se ne stava appollaiata lass, a fianco di quei coriandoli pastrugnati e illeggibili che nessuno questa mattina ha notato, incollati nel vuoto. Ci farebbe di certo effetto sapere che  un attore, anche se solo di teatro e non di cinema e tanto meno di tv. Ci farebbe ancor pi specie apprendere che il Maestro Diotallevi gli deve la vita. A pochi metri da loro compare anche Antonio Mitri. Tranquillo, quasi flemmatico. Ora Brusa si sta allontanando velocemente dalla folla.  chiaro che sta raggiungendo la sua Cinquecento. Vi salir in attesa di Lopane per iniziare il breve inseguimento che li riporter alla Torre.
 Vedere i nostri eroi in azione scatena in noi ulteriori emozioni. La tensione  alta. Troppo, anche per dei ragazzini sognatori e incoscienti come noi. Dal canto nostro per la verit se dovessimo essere riconosciuti nessuno noterebbe niente, tanto siamo tranquilli. Abbiamo appena terminato di ingolfarci di schiacciatine e focacce. Il nervosismo dell'attesa ci ha fatto esagerare con i farinacei. A parte quello, siamo tesi ma anche straordinariamente sereni, non ci importa neppure di quel che ci diranno quando scopriranno che abbiamo marinato la scuola. Siamo consapevoli della trasgressione, ma cos' la fuga di tre ore di fronte a ci che sta per accadere, anzi che in parte  gi accaduto? Almeno cos speriamo, perch anche noi come tutti i mortali non sappiamo ancora quello che  avvenuto nella notte. Nell'attesa consumata a strappi, abbiamo impiegato qualche quarto d'ora a guardare Mad negli occhi, perch il nostro tesoro era l dentro. Mad ci ha parlato, intanto. Da parte sua ha cercato di informarci, per quanto ne aveva capito lei, del senso morale e civile di quella operazione dei nostri eroi. I nostri beniamini non erano gangster e la loro Banda, la loro gang, come si diceva allora, non era altro che un gruppo di amici molto simili ai nostri padri, che si erano messi in testa di combattere contro qualcosa di ingiusto. "Conoscete Mattei?" In realt non lo sapeva bene neppure lei, chi era Enrico Mattei. E le "sette sorelle" era un bel nome, evocava le fiabe dei Fratelli Grimm, come "melarance" e "marzapane". Il greggio, quello invece sapeva cos'era. Se l'era fatto spiegare dai nonni. In pratica era un modo da adulti per chiamare la benzina prima che divenisse tale. S, ma le eravamo mancati davvero? E quando ci saremmo visti ancora? C'era qualche possibilit che tornasse a vivere nel nostro quartiere?
 Il gruppetto dei quattro - Mitri, Alberti, il Maestro e lo sconosciuto - si sistema in piedi, a chiacchierare davanti alla banca, sul marciapiede opposto rispetto all'ingresso principale. A vederli cos, pi che quattro impiegati, sembrano tre bagarini che tentano di piazzare un "popolare" all'allocco di turno, nella fattispecie Gilberto, che ci ha la faccia del tifoso danaroso e discretamente gonzo, oltre a essere vestito meglio. Insomma, trii cocmer e n pevern, si direbbe in milanese. Ma nessuno ci fa caso.
 Ore 9.30: 27 febbraio 1958, gioved

 L'incidente

 La Cinquecento rossa di Claudio Brusa entra sparata nella piazzetta provenendo da via Larga. Ha passato il semaforo dell'incrocio con via Albricci, che  appena scattato il rosso. Incollata a non pi di due metri la segue la Cinquecento grigio topo di Lopane. Seppur con il motore a pieni giri va pi piano,  il primo modello, ma  evidente che chi la conduce  spericolato e soprattutto non ha nulla da perdere, dato che l'auto non  sua. La rossa ci sfiora, si porta tutta sulla sinistra proprio davanti alla Torre. Un attimo di indecisione. Quei pochi secondi li abbiamo stampati in testa come fosse oggi. Ci vede, forse, magari anche ci riconosce, scarta un filo a destra, noi ci illudiamo, per non investirci. Non sapremo mai il reale motivo di quel leggero scarto.  probabile che di fronte a quell'enormit di avvenimenti, non ci rendemmo neppure conto del pericolo corso. Fatto  che Claudio, sterzando, ora si trova a puntare verso i "bagarini", la cui unica reazione  un secco: "Ma  scemo?". Per all'unisono. Claudio recupera all'ultimo, riscarta di tre spanne a sinistra. Lopane gli  gi addosso, lo ha affiancato sulla destra proprio davanti alla banca. Ora Defendente tira il freno a mano in corsa. L'auto si gira su se stessa, pare si ingobbisca, va infine ad agganciare quella di Claudio. Una botta secca sulla fiancata. La Cinquecento rossa ha ormai davanti a s la vetrata di un negozio in allestimento, sulla parte destra della facciata principale della Torre. Una frenata decisa. Non serve a molto. L'auto entra sparata nella vetrata disintegrandola, urta una scala a pioli e con essa l'uomo sistemato sopra che sta lisciando l'intonaco. Il tipo cade di terga sul tettuccio, rimbalza, si ritrova in piedi incolume di fianco all'auto. L'altra Cinquecento, quella di Lopane, finisce precisa davanti all'ingresso del palazzo. Muore l, senza fare altri danni. Corrono tutti, dalla banca, dall'interno del palazzo, dal bar, dai negozi. Tutti verso la Cinquecento rossa, quella che ha distrutto la vetrata. Qualcuno si occupa dell'imbianchino incolume, che ha preso ad aggirarsi come un automa tra i vetri del cristallo in frantumi roteando la cazzuola che non ha mollato nel volo e limitandosi a un'interminabile teoria di "Madna-Signr". Altri circondano l'auto, ma il guidatore non si riesce a vederlo, al momento. Ha gi su di s il corpulento Lopane che, uscito indenne al volo dalla sua Cinquecento, gli si  avventato sopra fiatandogli furioso tra i denti: "Ma come cazzo guidi, volevi che ci ammazzassimo? Dovevamo fare un incidente, mica la Millemiglia...". "Porca trota, che botta! Volevo che non ci fossero dubbi: adesso il danno  completo." Ora che si sente osservato dalla gente ormai addosso, Defendente premuroso si atteggia a soccorrere il povero Claudio. Il quale non si  fatto troppo male.  arrivato il momento di rassicurare gli astanti. Brusa: "Nulla... nulla... non  nulla, mi si  incastrato l'acceleratore! Sto bene". Si alza, cercando di scrollarsi di dosso l'enorme Lopane. Che a sua volta gli prende il polso per estrarlo dalle lamiere.
 Noi, che abbiamo visto tutto, non stiamo nella pelle. Un'occhiata agli altri quattro. Sono accanto alle auto. Controllano da vicino i due sacchi di iuta in bella vista sui sedili posteriori della Cinquecento di Claudio. Non li mollano un istante. Brusa, una mano nella tasca della giacca, estrae un foglio piegato in quattro. Una manciata di gettoni del telefono. In un attimo  alla cabina di via Pantano. La gente non si insospettisce:  chiaro che sta chiamando i vigili, o un parente, il suo capufficio. Il carro attrezzi.  normale, se ti succede una cosa del genere. Lopane innesca una sceneggiata accentuando per una volta la sua originaria cadenza pugliese. "Avete visto... avete visto tutti... Mi ha tagliato due volte la strada... Non  colpa mia! Non so se  colpa sua ma davvero non posso certo prevedere se a quello davanti a me si incastra l'acceleratore... Adesso comunque non preoccupatevi, ci mettiamo d'accordo... Sar andato a chiamare l'assicuratore..."
 Cabina telefonica. L'elenco di Claudio  stilato con cura. Per ogni testata ha il numero di telefono, quello dell'interno della cronaca, pi il nome del caporedattore a cui fare riferimento. Il primo numero lo compone a memoria,  quello del suo giornale. "Pronto, sono Brusa. Mandate subito alla Torre Velasca il Rezzoli... non c'?  gi fuori? Allora mandate il Bozzo o il Brioschi. C' stato un incidente spettacolare tra due Cinquecento. Roba da foto in prima pagina! Una cosa incredibile. Hanno buttato gi mezza Torre Velasca. Qui c' un casino del porco mondo... Ma come, son tutti fuori! S, io sono qui, e se no come facevo a dirvelo? Lo faccio io? Ma, casseruola, cosa c'entra, io sono fuori servizio. Quali tute blu? Cosa cacchio stai dicendo? O porca putrella. Va be', vi richiamo. Va' a dar via l'organo."
 Claudio  molto nervoso, compone veloce il numero del "Corriere della Sera", poi del "Giorno", della "Notte", del "Corriere d'Informazione". Chiama i corrispondenti della "Stampa", del "Messaggero", della "Nazione", del "Resto del Carlino". Chiama la redazione della Rai di corso Sempione, il "Gazzettino padano". Se avesse i numeri chiamerebbe anche quelle di "Topolino" e di "Black Macigno". Nessuno - ma proprio nessuno - mander nessuno, a quel fantastico incidente di piazza Velasca. Una notizia come quella delle Cinquecento, le auto pi chiacchierate del momento, che vanno a far visita alla Torre Velasca, il grattacielo pi chiacchierato del momento, notizia che sarebbe stata curiosa in qualsiasi altro giorno dell'anno, quel nebbioso gioved mattina del 27 febbraio 1958 non ebbe seguaci in "cronaca".
 Ci sar pure un perch, se un perch ci dev'essere.
 

 12

 Tute blu

 27 febbraio 1958. Zona nord-ovest di Milano.Tre, quattro chilometri oltre la Torre Velasca. A essere ancora appesi l fuori, su quei piloni di cemento, la si potrebbe intuire laggi nella foschia, via Osoppo.
 Ore 9.20. Un camion Om Leoncino  posteggiato a motore acceso in via Caccialepori, a pochi metri dall'incrocio con via Osoppo. Sul mezzo alcuni operai. Indossano una tuta blu.
 Ore 9.22. Una Fiat 1400 grigia procede a tutta velocit per via Osoppo. Supera poco prima dell'incrocio con via Caccialepori un furgone della Banca Popolare, gli taglia la strada costringendolo a rallentare, zigzagando come se l'autista fosse ubriaco attraversa l'aiuola spartitraffico che divide le due corsie di via Osoppo, taglia la carreggiata opposta e si va a schiantare contro il caseggiato che fiancheggia quel tratto di strada. La gente accorre a vedere, distraendosi da tutto il resto.
 Ore 9.23.  il momento di agire. L'Om Leoncino parte improvvisamente, infila l'incrocio tra via Caccialepori e via Osoppo e va a cozzare frontalmente contro il furgone blindato della Banca, ormai quasi fermo.
 Ore 9.23 e 30 secondi. Una quarta vettura, un altro furgone 1100 posteggiato in via Osoppo a pochi metri dall'incidente si affianca al blindato, con gli sportelli posteriori spalancati.
 Ore 9.24. L'investitore alla guida del Leoncino, anch'esso in tuta blu, scende a protestare verso il furgone della Banca, che ospita tre persone: il conducente, un agente di Ps, un fattorino. Lo fa rivolgendosi all'autista, ma parlandogli dalla parte dell'agente, che gli  seduto accanto. L'autista del blindato a sua volta si altera, gli risponde per le rime. L'agente di Ps d'istinto si sporge dal finestrino verso l'uomo in tuta, per sostenere la giusta causa del suo compagno, che dell'incidente non ha colpa. Per tutta risposta viene colpito sulla testa con un martello che l'uomo in tuta estrae dalla tasca. L'agente si accascia sul sedile, tramortito. Perfetto, secondo i piani. Oramai gli uomini in tuta blu, due provenienti dalla 1400, tre dal Leoncino, uno dal furgone 1100, sono intorno al blindato della Banca Popolare. Ora impugnano mitra e pistole. Sotto gli occhi del fattorino e dell'autista della Banca, attoniti e terrorizzati, con il medesimo martello fanno saltare la portiera posteriore dell'automezzo portavalori.
 Ore 9.25. Vengono travasate dal blindato al 1100 grigio a portiere spalancate, nove valigette. Bottino 114 milioni in contanti e 480 milioni in valori. Totale 594 milioni.
 Ore 9.26. Il colpo  consumato. Ma c' il gran finale. Una tuta blu si avvicina all'autista del furgone, gli punta l'indice contro la testa e muovendo il pollice a guisa di grilletto, con la bocca gli sussurra: "Pum!". Sar l'unico colpo sparato dalla prima Banda tecnologica del dopoguerra, la Banda di via Osoppo. Ora i banditi si dividono: alcuni salgono sul camioncino carico di denaro. Altri montano sopra una Giulietta Sprint parcheggiata poco distante, dalla quale lo stratega Ciappina ha controllato le operazioni. Ciappina  il settimo uomo della Banda di via Osoppo, la Banda delle tute blu che ha messo a segno il primo, il pi preciso, il pi temerario colpo che mai si potesse concepire.
 Come in un bel film

 Forse ispirata agli allora celeberrimi film La Signora Omicidi e La rapina del secolo (in quest'ultimo undici uomini in tuta blu rapinano a Boston due miliardi), probabile ispiratrice dei Soliti ignoti che usc alla fine di quello stesso anno e di Sette uomini d'oro, la rapina di via Osoppo fece parlare di s i giornali di tutt'Italia per anni. Il bottino fu ingente, le modalit del colpo parevano costruite sui ritmi di un buon film gangster. Il fatto che non si fosse sparso sangue rese popolarissimi i banditi, che vennero adottati dall'opinione pubblica e quasi trasformati in eroi, neppure tanto negativi. Soprattutto, con quelle enormi cifre che presero a girare sui giornali e in tv, l'Italia pareva essersi accorta improvvisamente di essere ricca. O almeno cos si illudeva. Era l'inizio del nostro cosiddetto boom.
 I sette vengono presi tutti nell'arco di un paio d'anni. Tanto abili si erano dimostrati nel progetto e nella realizzazione del colpo, quanto maldestri nelle ore e nei mesi successivi. Si sbarazzarono delle tute blu gettandole nel fiume Olona, senza ricordare che periodicamente il corso d'acqua, ridotto a canale di irrigazione e di scolo, viene prosciugato per essere ripulito. Le tute sono ritrovate un mese dopo. Dalle etichette e da una pistola contenuta in una tasca si risale ai primi banditi: il piazzista di lampadari Bolognini e l'indecifrabile De Maria. Nel frattempo due della Banda, Gesmundo, soprannominato "Jess il bandito" e lo stesso De Maria si sono fatti notare a Cortina a sostenere vacanze un po' troppo allegre. Cesaroni, una delle menti, descritto come "furbo e impassibile", fugge in Venezuela dove resta per molti mesi, ma si fa identificare perch spedisce una cartolina a due amici olandesi. Vengono arrestati anche Russo, soprannominato "Nando il terrone", l'operativo Castiglioni, detto "il Playboy" (preso a Marsiglia nel 1960) e colui che viene identificato come il vero organizzatore del colpo, "l'ex partigiano" Ciappina.
 I processi che seguirono distribuirono ai sette pene dai nove ai vent'anni, troppi per una rapina senza vittime. Ma i soldi, dalla polizia, vennero recuperati solo in parte.
 Via Osoppo ha in quegli anni una presa popolare cos clamorosa che a San Siro quando il pubblico vuole protestare per un gol o una partita rubata grida "Via Osoppo!" e Paolo Ferrario, allora centravanti del Milan famoso per i suoi gol di rapina, viene soprannominato "el Ciappina".
 Da un punto di vista strettamente tecnico i 594 milioni rubati allora possono essere paragonati a una decina di miliardi, di cui un paio in contanti. Ma la cifra  molto pi alta, se si tiene conto che un tranviere in quegli anni guadagnava meno di 45.000 lire al mese.
 E soprattutto la rapina della Banda di via Osoppo port un po' di America in Italia, sostitu agli onesti ladri di polli una vera malavita organizzata con una sua etica precisa che mantenne fino agli anni settanta, e che la poneva forse, in una visione apolitica del sociale, come una forma alternativa al potere.
 Noi

 Venerd 28 febbraio, la quiete dopo la tempesta. Il "Corriere della Sera" titola: "Sensazionale rapina in pieno giorno - Il furgone blindato di una banca assalito da sette banditi armati e mascherati - I gangster, speronata con un autocarro la vettura dei valori, stordiscono a martellate il poliziotto di scorta e fuggono con nove cassette piene di contanti, titoli e assegni. Una quarta auto era stata lanciata dai malviventi contro una casa di via Osoppo per distrarre l'attenzione dei passanti. Mobilitazione delle forze di polizia".
 Divorammo anche noi quei titoloni. Per molte settimane il tempo per leggere non ci manc. Non per nostra scelta. A parte i quotidiani, sbirciati di nascosto, dobbiamo a quel periodo il nostro amore per Salgari. La scappatella di quella mattina del 27, che per noi fu la prima vera conquista verso l'et adulta, ci cost un paio di mesi di castigo: niente giardini, n televisione al bar, n gioco a porticine o progetti per Giri d'Italia per la prossima estate. Soltanto tabelline, Pioggerelline di marzo, dettati e molti libri di Salgari. Fu anche la fine - dolorosa ma forse necessaria - delle nostre sofferenze d'amore per Mad. Ci vietarono di frequentarla. Troppo maschiaccio lei, troppo bambinoni noi, ci dissero. E ci negarono di fatto la possibilit di capire cosa era successo ai nostri eroi. In seguito, con le settimane, con i mesi, con gli anni, ricostruimmo.
 Loro

 Gioved 27 febbraio. Ore 10. Brusa scuote la testa. Ha finito l'ultima telefonata, l'ultimo tentativo di convocare la tanto anelata conferenza stampa sulla Tangente delle Trivelle, unico scopo di tutto quell'ambaradan.
 Tutte le redazioni dei giornali hanno risposto picche, tutti dicono che non c' tempo, c' stata la pi grande rapina del secolo a pochi chilometri da l.
 Quando Claudio si riporta sul luogo dell'incidente, ormai sotto la Torre Velasca sosta una macchina dei vigili. Niente di pi. Un paio di multe per eccesso di velocit, la constatazione dei danni. La dinamica ufficiale dell'incidente  ricostruita come se la Cinquecento di Brusa si fosse imbizzarrita per cause tecniche: l'acceleratore incastrato a tutta manetta, con Claudio totalmente nel panico e Lopane che, accortosi delle difficolt dell'auto che lo precedeva, era in pratica intervenuto per evitare danni maggiori. Si sarebbero immaginati, i testimoni, cosa sarebbe potuto accadere se il Brusa si fosse immesso a quella velocit e senza controllo nel trafficato corso di Porta Romana? Il ragionamento fila, e poi non c' troppo tempo e troppa testa, in quella strana mattina milanese, per andare per il sottile. Il palazzo d'altra parte  assicurato. Claudio Brusa pure. Lopane, che guida l'auto di un amico, che per altro, passando casualmente di l, si  presentato subito alla gazzella dei vigili per offrire garanzie, ha tutti i documenti a posto, cos come Brusa, che ostenta subito la tessera di giornalista, tanto per evitare noie e lungaggini. Nessun ferito, solo un contuso: l'imbianchino. Fosse per lui riprenderebbe a intonacare in tutto quel casino: "el Lavur"  il vero protettore della citt, altro che sant'Ambroeus... Le Cinquecento, danneggiate alla carrozzeria, pare incredibile, sono ancora in grado di viaggiare da sole. Il gruppo si ricongiunge sconsolato. Qualche scambio di occhiate, poche parole. Per tutti l'appuntamento  quella sera stessa, al Bar Tabacchi, ora di chiusura, cio poco prima di mezzanotte.
 Claudio e Gilberto riportano le auto malconce alla Piazza. Silvio Diotallevi e gli altri si disperdono.
 Ore 23.30. Gi, e adesso che si fa, ragazzi? Riportare nell'appartamento il bottino neanche parlarne. Oramai saranno gi passati a ritirarlo. Avranno scoperto ogni cosa. Non denunceranno il furto, non lo possono fare. Ma quella  gente pronta a tutto, magari sono l, al diciannovesimo piano che ci aspettano. Ritentare di denunciare lo scandalo, si  gi visto,  impossibile: nessuno ci crede o vuole sapere. Tenerlo accumulato, tutto insieme,  rischioso. E poi a che pro? Tocca dividerlo. E diventare ladri nostro malgrado. Guarda un po' tu il destino... A essere onesti si diventa ladri, a essere ladri si passa per onesti. Dividere in parti uguali il bottino, mica si pu fare una scala di valori. E poi star alla sensibilit di ognuno come usarlo. Sei uomini d'oro, loro malgrado. S, certamente, sei, anche Paolo Ciampin. In realt su Ciampin c' un po' di maretta. Perch deve partecipare anche lui che si  aggiunto all'ultimo e quasi per caso? Ma  tale l'imbarazzo di essere divenuti improvvisamente dei gangster, che la divisione di quel denaro sporco forse diviene una condanna, non certo un premio. Pi si , meglio . Obbligato anche il compagno Ciampin a tenersi questo fardello. A decidere cosa farne, soprattutto. A vivere le proprie contraddizioni. Nella notte si contano i soldi. Non per altro,  che a nessuno deve andare una sola lira in pi. O in meno. Cos si scopre che i milioni non sono cento, ma centoventi. Giulia si era sbagliata per difetto. Dodicimila banconote da dieci. Uno sproposito, a vedersele tutte l davanti. Centoventi diviso sei fanno esattamente venti milioni ciascuno. Poco meno di mezzo miliardo di oggi a cranio, facendo un calcolo approssimativo per difetto. E adesso che si fa? Be', innanzitutto si va dal notaio a stracciare la lettera-confessione, poi che ognuno continui la sua vita, come se niente fosse. E si stringe il patto di non indagare, mai e per nessun motivo, sull'impiego dei soldi da parte di ciascuno.  stato come un sogno, un'utopia irrealizzabile. Peccato, perch il godimento di quella conferenza stampa all'aperto, con il coup de thtre dei sacchi di iuta pieni di denaro, sarebbe stato impagabile. Senza prezzo, molto pi di mezzo miliardo. Ci sarebbe tra l'altro da coprire le spese, le auto ammaccate, le tute, perfino gli acquisti di cartoleria di Ciampin, visto che sono rientrate di fatto nella strategia del colpo. Ma la Banda rinuncia. Ci penseranno da soli, i diretti interessati, con la loro parte di bottino. Allora, ciao. Ci si vede domani sera per Il Musichiere. C' Gilberto che si deve allenare.  debole sul repertorio di Gino Latilla e del Duo Fasano. I ragazzi non sanno ancora che la partecipazione al Musichiere del povero Alberti verr rinviata fino al momento in cui - la sfiga quando si accanisce si accanisce - sar mandato al macello contro il concorrente pi forte di tutti, l'imbattibile Spartaco D'Itri. Gilberto far la parte della comparsa, verr subito dimenticato, dopo una settimana non sar neppure pi riconosciuto per strada. Cercher Giulia per molto tempo, almeno per chiarirsi. Lei, saputo dell'ammanco dai frammentari discorsi del padre con i suoi compari, si costruir una sua verit. Claudio e Gilberto, ai quali, chiss se per un preciso disegno o per leggerezza, aveva offerto la chance di una clamorosa denuncia civile, si erano dimostrati ci che aveva da sempre avuto il sospetto che fossero. E cio due vere merde. Se ne erano scappati coi soldi. Partir qualche tempo dopo per gli Stati Uniti, al seguito di un giovane chirurgo, tanto vanesio quanto comprensivo dei suoi desideri di libert. Sotto pseudonimo diventer una discreta scrittrice, in America. Ma non avr mai la forza di raccontare questa storia, per nostra fortuna. Oggi che il marito  morto, vive a Big Sur, sola. Forse  felice. Questo  ci che si sa di lei ufficialmente.
 Per il resto, Loredana si  separata. Negli anni settanta si  fatta tutta la campagna per il divorzio e ha vinto. Per s e per gli altri, per le donne, soprattutto. Come Helga, per esempio, anche lei divorziata e felice. Ha ripreso in considerazione, col tempo, l'ipotesi Mattei. Non Enrico, ovvio. Carlo, il pilota, quello del "ma esattamente, Helga, il bacio, esattamente dov' che glielo hai dato?". Che adesso ha una piccola flotta di Cessna in Kenia. Ha trasportato lui stesso per anni turisti nella savana. Lei compone ancora con arte ottimi piatti di wrstel e crauti per tedeschi nostalgici. In Africa. Mica si pu essere perfetti, nella vita. Come d'altronde sosteneva la legge del Galbusera. Di noi si  detto quanto basta. Di Maria Dolores non diciamo. Dei nostri eroi, quelli veri, potremmo dire molto, riempire un'infinit di pagine. Abbiamo dedicato quarant'anni a seguirne le mosse di nascosto. Nelle prossime righe, quelle conclusive, scriveremo soltanto qualche accenno su di loro, per i curiosi come noi. Ma per chi non se la sente di rischiare, il nostro racconto termina qui. In fondo si limita a una notte italiana. Di quelle con troppa nebbia e molta fantasia.
 

 13

 Storie

 Silvio Diotallevi non era mai stato pi a nord di Milano e pi a sud di Sapri. Non aveva mai neppure preso l'aereo. Si imbarc su un quadrimotore per l'Africa Equatoriale francese, l'odierno Gabon, il primo gennaio del '59. Lasci cinque milioni alla sua famiglia, nella speranza che li amministrasse con criterio. Pens che quella cifra trattenuta in casa non fosse un tradimento alla causa. Per s non tenne niente. I soldi restanti, quindici milioni, li port ad Albert Schweitzer, il Nobel medico-missionario che viveva nel suo lebbrosario di Lambarn. Stette accanto a Schweitzer per molti anni. Nonostante lo dividesse dal medico un protestantesimo un po' lugubre, una visione politica dell'Africa profondamente conservatrice e l'amore sviscerato per Bach che Silvio detestava, il Maestro consider il gruppo di lavoro di Lambarn un modo necessario per operare nel concreto alla costruzione di un mondo migliore. Dedic al lebbrosario tutte le sue energie, sfruttando le proprie doti organizzative. Ai bambini che avevano ancora le mani integre insegn a giocare con i tollini. A quelli con le gambe sane insegn a tirar calci al pallone. Organizz persino qualche gita, anche se non c'era la neve. Insegn il francese. Spos Juliette, una volontaria monegasca molto pi bella dentro che fuori. Ma dolce come il latte di cocco. Quando mor il "Grand Docteur", nel '65, stette ancora un po' di tempo al villaggio. Poi Juliette si ammal di lebbra e lo lasci solo, di nuovo e per sempre. Silvio ebbe paura, per la prima volta dopo tanti anni. Paura di morire, paura di non vedere pi i suoi. Paura di aver sbagliato qualcosa. Paura di tutto. Torn a Napoli all'inizio del '67, ritent la strada di Milano. Ma il '68 era alle porte, se ne avvertivano i primi segnali e lui era troppo coinvolto per ignorarlo, ma troppo vecchio per viverlo da protagonista. Nel maggio di quello stesso 1967 lasci di nuovo l'Italia con un gruppo di cattolici stanchi di vivere in un paese troppo vicino al Vaticano. Di Silvio Diotallevi giunsero frammentarie notizie, a noi della Piazza, dalla Bolivia. Poi pi nulla. Quando Ernesto Che Guevara sub in quell'autunno, con un manipolo di guerriglieri, l'ultima decisiva imboscata, in molti pensammo a Silvio, il Maestro. Se non ce l'ha fatta, ci piace pensare che sia accaduto cos.
 Gilberto Alberti si lasci con Loredana nel 1960, anno terzo dell'era di Canzonissima. Vendette la licenza del Bar Tabacchi per una cifra sufficiente a non avere problemi per il futuro. Non trov nulla di abbastanza degno per impegnare i venti milioni, cos, in attesa di momenti migliori, affid a Loredana la gestione del tutto. Part per gli States, in nave, come i veri emigranti. Ma in prima classe, come i veri signori. L, attraverso una strana serie quasi casuale di informazioni, aveva saputo che si era rifugiata Giulia. Gli era rimasta nel cuore, per dire una cosa banale, ma reale. O piuttosto gli era rimasto dentro quell'ultimo viaggio a Roma senza possibilit di riscatto. La insegu per tutto l'Ovest, batt i motel pi modesti e gli alberghi pi lussuosi, senza risultato. Alla fine si arrese. Visse per lungo tempo a Tucson, alle soglie del deserto. La cittadina era poco vivace, ma il clima era stupendo e l'aria pulita come in poche altre parti del mondo. Ogni tanto, quando voleva divertirsi, andava a Las Vegas. Quando voleva starsene per i fatti suoi prenotava una suite nell'unico albergo della Death Valley, il Furnace Creek Inn. Cinquanta gradi all'ombra. Durante uno di questi soggiorni incontr - gli pareva di sognare - Gianni, il Giustifica. L'omino del ghiaccio non lo lasci neanche parlare: "Casomai che il lavoro del ghiaccio in Italia si era esaurito, con tutti che oramai ci avevano il frigo in casa, mi sono detto: se resto in Italia male che vada finisco a fare il barbone, se emigro in America male che vada finisco a fare il barbone uguale. Per in America. Allora, casomai che avevo messo via due lire, ho preso il primo avin e adesso, dopo un po' di peripezie, sono qui. Addetto alla refrigerazione, che  mica poco, in un deserto". Gilberto aveva abbastanza denaro per comprarselo, il Giustifica. Lo divertiva troppo. Se lo port con s, come dama di compagnia, per il resto dei suoi giorni. Che durano ancora, naturalmente. A dire la verit tutti pensano che siano due anziani e distinti fidanzati. Non  vero ma potrebbe esserlo e non cambierebbe molto. A meno che Gilberto non ritrovi Giulia. O che non l'abbia gi trovata. Perch di Giulia sappiamo quel che si deve sapere. E di Gilberto anche. E se invece qualcuno - per esempio noi - avesse incontrato il Giustifica in giro per il mondo? E se l'omino del ghiaccio avesse raccontato a quel qualcuno la sua definitiva verit su Giulia e Gilberto? Il Giustifica: "Casomai che Giulia e Gilberto non avevano mai smesso di amarsi era chiaro come l'acqua che alla fine si sarebbero rivisti...".
 Mitri. Tornato Mitriantonio. Vive a Palermo. Lui i soldi li ha spesi, e tutti, e per s. A fin di bene, per. Con quelli ha smesso di barcamenarsi. Ha aperto una sala da biliardo che gestisce con buoni profitti. La famosissima Erzegovina's Club. E le casseforti? No, quelle ormai nell'era dei computer, ad aprirle  come portarsi a letto un cd-rom.
 Se qualcuno aveva dei dubbi sulle scelte di Defendente Lopane, pu toglierseli in fretta. A marzo dello stesso '58, il tempo di chiudere baracca e burattini, enciclopedia Treccani compresa,  andato in Urss. Con la moglie. E soprattutto con i quattrini. Una breve trattativa, appoggiata da una buona presentazione del Pci raccattata chiss come, gli ha permesso di concordare un'attivit finanziata da s ma di propriet dello Stato. Una pasticceria gelateria italiana. Negli Urali, zona segreta. Questioni di reattori nucleari e quisquilie del genere. La citt in cui  andato a vivere non ha neanche un nome, ha una sigla composta da un numero e una lettera ed  abitata soltanto da tecnici e militari con famiglie. Forse per questo il governo ha pensato, in tanta cupezza obbligata, di concedere loro un diversivo come un negozietto italiano. Che diventa in qualche modo un lusso straordinario, una novit senza precedenti, lass. Dura poco. Il povero Defendente, che al suo arrivo si era fatto mettere subito nel corpo volontario in caso di calamit, si trova a essere tra i primissimi soccorritori nello spegnimento di un incendio a un reattore. Una cosa grave. Gravissima per lui. Che muore nel '65 per le ustioni e le contaminazioni riportate. Ma questo lo si  saputo da poco. E forse non lo si sarebbe mai dovuto sapere. Ci piaceva pensarlo felice in Unione Sovietica. E adesso a Cuba, magari, a castigare mojitos per festeggiare insieme al birillo rosso il Colpo Perfetto finalmente riuscito.
 Chi da Lugano viaggia verso l'Italia evitando l'autostrada, dalle parti di Melide, costeggia un centro polisportivo non piccolo. Certo, oramai mostra qualche segno di invecchiamento, ma non gli manca niente, attrezzature, campi da gioco, strutture di ogni genere. E soprattutto un'infinit di bambini.  di propriet di Claudio Brusa, che nonostante i suoi ottant'anni se ne occupa ancora personalmente. Claudio  finito in Svizzera dopo la separazione da Helga. Voglia di cambiare aria senza troppo rischiare. Ha conosciuto gli splendori della Televisione della Svizzera italiana, ne  stato per lungo tempo collaboratore, conducendo con successo programmi di sport e di attualit.  riuscito, in poche parole, a coronare il suo sogno di giornalista televisivo. Contemporaneamente il centro cresceva e vi potevano accedere a prezzi stracciati tutti i bambini che ne avessero avuto necessit o che avessero avvertito il desiderio di misurarsi con lo sport. Vi impar a calciare il pallone persino Stanislao. Che arriv addirittura a giocare un paio d'anni in serie B, sempre in Svizzera, naturale. Raggiunta la maggiore et Stani aveva scelto di vivere con il padre. Oggi  molto meno imbranato di prima e soprattutto  un affermato dirigente della Rtsi. Suo padre  orgoglioso di lui. Peccato per quel Claudio, il nipotino, figlio di Stani e di una sanissima maestra di sci di St. Moritz, che  cos terribilmente impacciato. Bisogner mandarlo al centro al pi presto anche lui...
 E Ciampin, il compagno Paolo Ciampin? Veramente non ci andrebbe troppo di parlarne. Se per qualcuno conserva ancora quella foto celeberrima che ha fatto il giro del mondo, la foto-scandalo che diede praticamente il via alla Dolce Vita, be', allora ci sarebbero da dire due parole. Intanto, il contesto dello scatto.  del 5 novembre 1958. Roma, Trastevere, Ristorante Rugantino. Festa privata. Il miliardario Peter Howard ha affittato il locale per celebrare il compleanno della contessina Olghina di Robilant. A mezzanotte sono tutti un po' bevuti. Una splendida e gigantesca ragazza bionda d il via alle follie.  ancora sconosciuta, ma per poco. Si chiama Anita Ekberg. Poi viene la volta di una ballerina turca, non bella ma procace e incontenibile, tale Aich Nan. La ragazza inizia uno spogliarello vero, di quelli da togliere il fiato. Gli uomini, sovraeccitati, le si fanno intorno, posano le giacche a terra, per proteggerla dal freddo. Il numero pu continuare. Prima che la polizia arrivi e interrompa il divertimento dando il via a uno dei tanti scandali di questa Italia cos bacchettona, viene scattata una foto, quella che diventer storica. L'abbiamo sotto gli occhi anche ora. In questi quarant'anni l'abbiamo guardata mille volte.  incredibile, ma l'uomo sulla destra, quello quasi chinato su di lei, quello che pare divertirsi di pi e certamente  a suo agio,  Paolo Ciampin. Non pu essere l per caso. Quella  una festa dell'aristocrazia romana, difficile esservi ammessi, da comunisti militanti, da brechtiani convinti. Roma come Mahagonny...
 Cosa strana, dopo quella foto, di Ciampin non abbiamo saputo pi nulla. Alcuni dicono che abbia aperto un albergo in Costa Rica. Altri che viva di espedienti a Montecarlo, dopo essersi mangiato tutto al gioco. Paolo come il Paul di Ascesa e caduta della citt di Mahagonny, appunto, condannato senza appello "per mancanza di denaro / il pi grande tra tutti i delitti / che possano darsi sulla terra"...
 La parabola dei nostri eroi  consumata. Definitivamente. Anche il padre di Giulia  morto. E con lui quella Dc. Ormai vecchio, sfiorato appena, per insufficienza di prove, dal grande scandalo delle tangenti dell'inizio degli anni novanta, l'uomo se n' andato portando con s i suoi segreti. Adesso c' il figlio, per, il fratello di Giulia. Che contrariamente a lei, pur vantando un aspetto meno curiale del padre, da politico moderno,  anche peggio dei suoi predecessori. Lui s che il suo mestiere lo fa bene. Perch, come diceva Mastroianni nei Soliti ignoti: rubare  un mestiere impegnativo. Ci vuole gente seria, mica come voi. Voi al massimo potete andare a lavorare...
...
.
...
FINE.